Secondo la religione degli affari la Grecia e l’Italia, i paesi dell’euro più indebitati rispetto al Pil, potranno guadagnarsi la piena “salvezza” soltanto nel giorno del Giudizio Finale economico, se avranno espiato tutti i peccati commessi sperperando il pubblico denaro e costringendo lo Stato a indebitarsi fino al collo. Per ora gli spetta solo una temporanea “assoluzione” pagandola con una “austerità fiscale” di lacrime e sangue. Assoluzione dai peccati e conseguente salvezza sono modi di esprimersi di una Chiesa, quella del capitalismo finanziario ispirata al fanatismo ideologico iperliberista, che mira alla guarigione dalla crisi praticando uno stretto digiuno che riduca l’indebitamento dello Stato e porti al pareggio il suo bilancio. Risultato: recessione e disoccupazione crescenti e quindi, per i loro effetti negativi sul Pil, l’estrema difficoltà di ridurre la percentuale del debito nei suoi confronti.
Per fortuna ogni Chiesa, quando diventa fondamentalista, produce una eresia protestante che predica il contrario: digiunando si peggiora la crisi perché si debilita il paziente mentre occorre ridargli forze con rinnovati finanziamenti pubblici che accrescano investimenti e occupazione. Ma per ora mi fermo qui perché l’esperto in materia è l’amico economista Paolo Leon e attendo che mi dia lumi al riguardo. Io in questa sede intendo limitarmi a sollevar un altro problema: l’austerità fiscale è in atto perché è innegabile che i peccati sono stati commessi. Ma chi ne è stato responsabile e quindi su chi deve ricadere il devastante peso della penitenza?
Peccatori sono stati i politici corrotti, i governanti incapaci e i grandi evasori. Certamente, ma anche i tantissimi cittadini che non hanno pagato le tasse, che hanno usufruito del lavoro nero che hanno votato per i partiti di governo che accumulavano il debito, che insomma non si sono opposti alla deriva finanziaria. E gli onesti, e quelli che hanno pagato le tasse saranno risparmiati? E’ invece evidente che il peso del risanamento ricadrà proprio su tutti, greci e italiani, senza discriminazione fra quanti hanno concorso a provocare il saccheggio e quanti o ne hanno solo approfittato o ne sono stati estranei. Con la ulteriore ingiustizia della distribuzione degli oneri fatta senza criteri di equità basati almeno sulle differenze di reddito o, più ancora, di ricchezza, come sarebbe stato possibile con una imposta patrimoniale. Una ingiustizia del tutto normale nelle democrazie capitaliste, che sono “democrazie” nella forma per l’uguaglianza dei diritti e doveri politici, ma “capitaliste” nella sostanza per la disuguaglianza sempre più abissale dei redditi e delle proprietà fra le sue classi. E poiché nel capitalismo non governa la giustizia ma il denaro, è fatale che nelle crisi paghino il prezzo più alto non le classi dominanti, ma le classi subalterne fra le quali la più estesa è quella media.
Dunque soprattutto su di essa pioveranno le penitenze imposte dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal Fondo monetario, senza riguardi nei confronti della sua composizione che va dagli strati alti con redditi elevati a quelli man mano più bassi dove incomincia il disagio sociale ed economico, fino a toccare la zona dei nuovi poveri appartenenti a due principali categorie. Quella degli occupati ma in difficoltà per i debiti accumulati, per le condizioni di famiglia, per la precarietà del lavoro, per le difficoltà o i fallimenti della piccola impresa, insomma i «poveri al lavoro». E poi quella dei disoccupati oppure con un lavoro insufficiente a garantire una vita decente, con gli stessi problemi ma in più quello della mera sopravvivenza, insomma i «poveri assoluti». Quanti pensate che siano? Per l’Italia ce lo dice Marco Revelli (Poveri noi, Einaudi, 2010). Nel 2008 i primi, cioè quelli a rischio di cadere nella povertà assoluta, erano quasi il 15% dei lavoratori. Quindi una famiglia operaia ogni sei o sette era già in condizione di «povertà relativa». In quello stesso anno dell’esercito degli «assolutamente poveri», ai margini della vita sociale e del mercato del lavoro, avrebbero fatto parte quasi 1,2 milioni di famiglie. Secondo la Banca d’Italia (Bollettino statistico del gennaio 2012) nel 2010 quasi il 30 per cento dei circa 24 milioni di famiglie italiane reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese.
Queste scarne cifre offrono un quadro sconvolgente della classe media nei suoi strati operai ma anche di commercianti, professionisti e imprenditori privi di ogni sicurezza, per di più in anni non ancora sconvolti dalla attuale recessione e, soprattutto, dalla “austerità fiscale” destinata ad aggravare quelle povertà fino, dobbiamo temere, a renderle insopportabili. Con tutte le conseguenze anche politiche che ne potrebbero derivare. Ecco perché occorre cambiare strada.
Per fortuna ogni Chiesa, quando diventa fondamentalista, produce una eresia protestante che predica il contrario: digiunando si peggiora la crisi perché si debilita il paziente mentre occorre ridargli forze con rinnovati finanziamenti pubblici che accrescano investimenti e occupazione. Ma per ora mi fermo qui perché l’esperto in materia è l’amico economista Paolo Leon e attendo che mi dia lumi al riguardo. Io in questa sede intendo limitarmi a sollevar un altro problema: l’austerità fiscale è in atto perché è innegabile che i peccati sono stati commessi. Ma chi ne è stato responsabile e quindi su chi deve ricadere il devastante peso della penitenza?
Peccatori sono stati i politici corrotti, i governanti incapaci e i grandi evasori. Certamente, ma anche i tantissimi cittadini che non hanno pagato le tasse, che hanno usufruito del lavoro nero che hanno votato per i partiti di governo che accumulavano il debito, che insomma non si sono opposti alla deriva finanziaria. E gli onesti, e quelli che hanno pagato le tasse saranno risparmiati? E’ invece evidente che il peso del risanamento ricadrà proprio su tutti, greci e italiani, senza discriminazione fra quanti hanno concorso a provocare il saccheggio e quanti o ne hanno solo approfittato o ne sono stati estranei. Con la ulteriore ingiustizia della distribuzione degli oneri fatta senza criteri di equità basati almeno sulle differenze di reddito o, più ancora, di ricchezza, come sarebbe stato possibile con una imposta patrimoniale. Una ingiustizia del tutto normale nelle democrazie capitaliste, che sono “democrazie” nella forma per l’uguaglianza dei diritti e doveri politici, ma “capitaliste” nella sostanza per la disuguaglianza sempre più abissale dei redditi e delle proprietà fra le sue classi. E poiché nel capitalismo non governa la giustizia ma il denaro, è fatale che nelle crisi paghino il prezzo più alto non le classi dominanti, ma le classi subalterne fra le quali la più estesa è quella media.
Dunque soprattutto su di essa pioveranno le penitenze imposte dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal Fondo monetario, senza riguardi nei confronti della sua composizione che va dagli strati alti con redditi elevati a quelli man mano più bassi dove incomincia il disagio sociale ed economico, fino a toccare la zona dei nuovi poveri appartenenti a due principali categorie. Quella degli occupati ma in difficoltà per i debiti accumulati, per le condizioni di famiglia, per la precarietà del lavoro, per le difficoltà o i fallimenti della piccola impresa, insomma i «poveri al lavoro». E poi quella dei disoccupati oppure con un lavoro insufficiente a garantire una vita decente, con gli stessi problemi ma in più quello della mera sopravvivenza, insomma i «poveri assoluti». Quanti pensate che siano? Per l’Italia ce lo dice Marco Revelli (Poveri noi, Einaudi, 2010). Nel 2008 i primi, cioè quelli a rischio di cadere nella povertà assoluta, erano quasi il 15% dei lavoratori. Quindi una famiglia operaia ogni sei o sette era già in condizione di «povertà relativa». In quello stesso anno dell’esercito degli «assolutamente poveri», ai margini della vita sociale e del mercato del lavoro, avrebbero fatto parte quasi 1,2 milioni di famiglie. Secondo la Banca d’Italia (Bollettino statistico del gennaio 2012) nel 2010 quasi il 30 per cento dei circa 24 milioni di famiglie italiane reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese.
Queste scarne cifre offrono un quadro sconvolgente della classe media nei suoi strati operai ma anche di commercianti, professionisti e imprenditori privi di ogni sicurezza, per di più in anni non ancora sconvolti dalla attuale recessione e, soprattutto, dalla “austerità fiscale” destinata ad aggravare quelle povertà fino, dobbiamo temere, a renderle insopportabili. Con tutte le conseguenze anche politiche che ne potrebbero derivare. Ecco perché occorre cambiare strada.