Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



27 dicembre 2012

Economisti con sindrome ossessiva

E’ un vero peccato che Alesina e Giavazzi, rispettivamente di Harvard e della Bocconi, che insieme firmano fondi sul Corriere, siano solo preoccupati che Monti non si impegni “a ridurre lo spazio che lo Stato occupa nella società”. Come sapete è un tema che nella scienza economica fa litigare studiosi ben più illustri di loro, salvo che nella realtà economica, quando sono andati al potere anche conservatori arrabbiati più famosi di loro, non lo hanno mai ridotto. Perché a differenza di quel duo del Corriere, i liberisti anche più accaniti normalmente non “riducono” ma invece “occupano” quello spazio per favorire il mondo degli affari che dello Stato ha sempre approfittato. Quel mondo infatti (che si cura dei soldi e non di retorica) è sempre meno ansioso di vivere in un mercato libero da intrusioni dello Stato, perché è proprio piegandole ai suoi interessi che riesce a ottenere (da secoli, ma il duo del Corriere di storia ne sa poco) la protezione e le garanzie necessarie per i i suoi privilegi monopolistici che fruttano i maggiori profitti. E il bello è che mentre su un fondo del Corriere troviamo proclamati i principi del liberismo ossessivo, sul New York Times due pagine ospitano la storia dell’economista eretico Adam Posen, “Il matto americano contrario all’austerità” che, udite, udite, è membro del Comitato per la politica monetaria della Banca d’Inghilterra. Il quale evidentemente non legge il duo del Corriere se si impunta a persuadere la Banca centrale inglese ad abbandonare l’austerità e invece a stimolare la ripresa con la spesa pubblica.    

9 dicembre 2012

Risparmiare per ridurre il debito : virtù privata ma pubblico vizio

A ogni privato o singola impresa il risparmio può recare un vantaggio economico. Ma non alla collettività dei cittadini e delle imprese, perché ogni mancata spesa di un cittadino o impresa costituisce un mancato reddito di un altro cittadino o impresa. Perciò la somma dei risparmi privati contrae la domanda pubblica e quindi crea disoccupazione che, a sua volta, contrae domanda e occupazione in un circolo vizioso. Insomma la visione individualista nasconde questa elementare verità: nel sistema economico siamo tutti, volenti o nolenti, parte di una collettività in cui vige la partita doppia: ogni debito è un credito, ogni spesa è un ricavo. Invece per troppi economisti, ministri delle finanze, capi di banche e dirigenti politici, le virtù del singolo non possono essere dei vizi per la collettività. Dunque se il risparmio è vantaggioso per un cittadino o una impresa deve esserlo anche per l’intero Paese e dunque la politica dell’austerità è un bene per tutti. Ma ne siamo sicuri? L’economia keynesiana insegna che se i privati decidono collettivamente di spendere meno di quanto guadagnano, allora lo Stato deve spendere più di quanto incassa dalle imposte per colmare la differenza. Ma se invece anch’esso spende di meno come i privati per ridurre i debiti, allora tutti i redditi diminuiranno, insieme ai redditi il gettito fiscale e, paradossalmente, il debito pubblico aumenterà. Non c’è altro scampo per lo Stato che indebitarsi di più per far crescere la domanda, il gettito fiscale e quindi ridurre il debito.