Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



23 maggio 2011

Sesso, politica e affari: la violenza dei potenti in forme alternative. - I

Dominique Strauss-Kahn, accusato di abusi sessuali che hanno determinato il suo arresto e hanno sorpreso il mondo intero data la notorietà politica del personaggio e il suo ruolo di Direttore del Fondo Monetario Internazionale, è stato definito dal giornalista americano David Brooks “una personalità narcisista e predatrice”.  
Questo avvenimento ha suscitato reazioni difformi nell’opinione anglosassone e in quella europea. La prima è stata unanime nell’approvare il clamoroso arresto e l’immediata detenzione dell’ accusato mentre la seconda si è divisa. Una parte ha ritenuto quei provvedimenti del tutto giustificati e, anzi, lodevoli perché la parte che si è dichiarata offesa è una africana di umili condizioni e l’offensore un ricco e potente esponente della élite finanziaria europea. Un’altra parte li ha invece ritenuti espressione di un eccessivo puritanesimo essenzialmente per due ragioni. La prima è che nel mondo dei potenti a capo di istituzioni di grande rilievo internazionale gli abusi sessuali sarebbero assai più frequenti di quanto si possa immaginare, e quindi il comportamento di Strauss Kahn non sarebbe talmente eccezionale da meritare una così dura e immediata sanzione. La seconda è che in Europa si tende a dare maggiore peso al danno economico o politico che deriverebbe dalla pubblica denuncia dell’abuso sessuale che al danno personale subìto dalla persona offesa.
Ma torniamo alla definizione di “personalità narcisista e predatrice”, sicuramente adeguata per un comportamento di violenza sessuale ai danni di una cameriera divenuta la “preda” di un uomo così pieno di sé da ritenersi immune da ogni sanzione. Ma è altrettanto adeguata, proprio nello specifico caso di Strauss-Kahn, quando la violenza propriamente sessuale è assimilabile a una qualsiasi violazione della integrità e della dignità di una persona, perpetrata in ragione di un potere di dominio e di controllo garantito da una funzione pubblica e da una pretesa immunità dovuta a un ruolo riconosciuto come vantaggioso per la comunità degli affari.
E quello di Strauss-Kahn non era solo un ruolo “politico” come suggerisce il titolo “Sex and the politician” dell’articolo di Brooks, ma anche un ruolo attinente al mondo degli “affari”,  e perciò il titolo avrebbe potuto anche essere “Sex and the financial manager”. Difatti proprio nell’attività finanziaria vengono a volte perpetrate vere e proprie violazioni della integrità e della dignità sia di semplici cittadini che vedono distrutti i risparmi di una vita, sia di normali investitori condotti alla rovina.
E’ infatti ben noto che in ogni paese dotato di un ricco mercato dei capitali vi sono abili affaristi che gestiscono banche di investimento e “fondi protetti” (hedge funds) i quali, speculando con vaste disponibilità di liquidi e di credito, possono realizzare enormi profitti qualche volta a vantaggio e qualche volta ai danni di singoli cittadini e imprese o, addirittura di interi paesi. Nei casi in cui quegli affaristi agiscono “privatamente”, cioè senza doversi sottoporre ai controlli di organismi pubblici, accade sovente che, anche se violano leggi e commettono vere e proprie frodi, difficilmente incappano in severe sanzioni.
Dunque Il grande business sa come assicurarsi la sua dose di impunità. Tanto è vero che la stampa americana più volte denuncia che i più alti dirigenti, responsabili di gestioni fallimentari di grandi banche e di fondi protetti, alle quali si possono addebitare le maggiori colpe per la crisi finanziaria  e per la recessione di cui ancora subiamo gli effetti, non soltanto non sono stati puniti, ma sono rimasti alla guida di quelle istituzioni con prebende di milioni di dollari.

Sesso, politica e affari: la violenza dei potenti in forme alternative. - II

Una vasta letteratura indica le responsabilità delle maggiori società finanziarie americane nel causare la grande crisi del 2007-2008, determinando una recessione mondiale maggiore persino di quella verificatisi durante la famosa crisi degli anni trenta del Novecento. A quel tempo il mercato finanziario era però assai più ristretto di oggi perché è dopo la seconda guerra mondiale che sono sorte nuove istituzioni bancarie e finanziarie di enormi proporzioni, capaci di attrarre masse di capitali, di dirigerne l’impiego e di trarre profitti altissimi da forme molto innovative di investimento.  
Fra i  grandi professionisti dell’arte di far quattrini a palate con la speculazione finanziaria e i giochi di borsa, ve ne sono un certo numero al quale può benissimo essere applicata, come a Krauss-Kahn, la definizione di “personalità narcisista e predatrice.” Mi limito a citarne tre, due dei quali incappati nelle reti della giustizia, e uno invece tuttora a piede libero e celebrato come genio della finanza.
Bernie Madoff: arrestato nel 2008 e condannato alla pena detentiva di 150 anni, era stato per almeno dieci anni il Re della financial industry. Il suo perverso “schema Ponzi” consisteva nel farsi prestare denaro da ricchi investitori ai quali garantiva un interesse annuo del 12%. Il suo fondo agiva in segreto e segreti erano i suoi investimenti che però, di fatto, erano inesistenti perché tutti i movimenti erano di cassa. Le rendite che Madoff pagava erano denaro proveniente dai versamenti di nuovi investitori, in una catena destinata a perpetuarsi fino a quando non ci si fosse accorti dell’imbroglio. La prestigiosa carriera di Madoff, precedente allo schema Ponzi, gli assicurava rispetto e prestigio, attirando capitali (anche provenienti dalle attività della Mafia) in quantità tale che alla fine è stato calcolato che egli ha defraudato circa tre milioni di investitori sottraendo loro 64,5 miliardi di dollari! Le prede di Madoff hanno visto cancellati di colpo i loro risparmi e devastati i loro patrimoni.
Calisto Tanzi: fondatore della Parmalat, è stato rinviato a giudizio con numerosi suoi collaboratori e in seguito condannato nel 2008 a diciotto anni di reclusione. Il crac Parmalat è stato il più grande scandalo di bancarotta fraudolenta e aggiotaggio perpetrato da una società privata in Europa. Il buco lasciato dalla Parmalat si aggirava sui quattordici miliardi di euro e il suo fallimento è costato l'azzeramento del patrimonio azionario ai piccoli azionisti, mentre i risparmiatori che avevano investito in bond hanno ricevuto solo un parziale risarcimento.
George Soros: è il caso più clamoroso di immunità garantita da quello che ho chiamato un potere di dominio e di controllo garantito da una funzione pubblica e da un ruolo riconosciuto come vantaggioso per la comunità degli affari. Soros, immigrato a Londra nel 1947 dall’Ungheria, si è dedicato all’attività finanziaria con tale successo che nel 1981 il suo fondo Quantum aveva già accumulato un attivo di 381 milioni di dollari, cento volte i suo capitale iniziale. Autore di numerose opere di economia finanziaria, diviene il guru più celebre nel mondo degli affari e un acceso difensore della democrazia liberale. Questa la funzione pubblica di un insolito investitore-studioso che gli assicura rispetto e prestigio. Ma….
Ma nel 1992 la lira italiana e la sterlina inglese erano in crisi e le deboli riserve della Banca d’Inghilterra rendevano la seconda particolarmente esposta alla svalutazione. Il Fondo di Soros a questo punto intravvide una opportunità di lauti guadagni nella vendita allo scoperto (in gergo shorting) di grandi quantità di valuta inglese. Il giornale Daily Mail in ottobre pubblicò una foto di Soros che brindava con il seguente titolo “Ho guadagnato un miliardo mentre la sterlina crollava.”
Quando la mancanza di scrupoli del mondo finanziario raggiunge quei livelli, la società intera subisce una violenza da cui deve energicamente difendersi.

4 maggio 2011

Capitalismo civilizzato e capitalismo selvaggio - I

In un suo studio il sociologo Luciano Gallino notava che con la globalizzazione il capitalismo è diventato una fabbrica delle disuguaglianze, sia riguardo le distanze fra il Nord e il Sud del mondo sia quelle all’interno degli stessi paesi sviluppati. Molti studiosi concordano con questa osservazione.  
Soprattutto in anni recenti le disuguaglianze e quindi le ingiustizie sono aumentate in questi paesi per varie cause, fra cui i crescenti attacchi allo Stato sociale, la sempre maggiore disoccupazione soprattutto giovanile, l’aumento della percentuale della popolazione al di sotto della soglia di povertà (in Italia siamo ormai al 10%), il crescente divario fra redditi di lavoro e redditi d’impresa e fra le retribuzioni di operai e dirigenti. Lo stipendio dell’A.D. della Fiat è oggi 1037 volte quello medio dei suoi dipendenti e numerosi capi azienda americani incassano, anche se responsabili di frodi finanziarie che hanno condotto alla crisi, molte decine di milioni di dollari l’anno.
Un tempo venivano definite “repubbliche delle banane” quelle in cui la disuguaglianza era stimata altissima come nel Venezuela e in Nicaragua, perché l’1% della popolazione possedeva il 20% della ricchezza nazionale. Ma ora gli Stati Uniti le hanno battute: l’1% possiede il 34% della ricchezza nazionale.
Dobbiamo tuttavia porci una domanda: questi sono gli aspetti negativi della globalizzazione in sé oppure dei determinati tipi di capitalismo globale che hanno prevalso su altri? E’ cioè possibile e lecito distinguere forme di capitalismo civilizzato che attenuano le disuguaglianze e le ingiustizie, da altre di capitalismo selvaggio (o scatenato: Unfetterd Capitalism) che le accrescono?   
Una risposta a questa domanda può darla soltanto la storia del capitalismo (spesso ignorata), e non il suo stereotipato modello accademico. Perché quella storia rivela come le sue forme si sono evolute attraverso i secoli, passando dal tipo pressoché unico delle origini alla molteplicità dei tipi attuali che, come tanti rami, sono concresciuti formando il grande albero della moderna civiltà capitalista.  
Ogni diverso tipo ha un identico scopo: produrre profitti e accumularli. La questione è che, per raggiungere quell’unico fine, si possono usare molteplici e differenti mezzi, più o meno onesti, più o meno competitivi, più o meno violenti, più o meno contrari agli interessi della collettività e alla soddisfazione dei suoi bisogni, più o meno dannosi per l’ambiente. Per esempio, si può passare dal tranquillo ampliamento dei mercati alla loro brutale conquista con alti costi per l’occupazione, dall’impiego legale del lavoro al suo sfruttamento forzato, dai traffici regolari agli affari truffaldini, dai guadagni onesti alle frodi speculative, dai commerci di beni vitali a quelli di beni mortali come le armi e la droga, dagli investimenti nelle energie alternative a quelli nella pericolosa  energia nucleare. Nulla è escluso a priori per fare profitti.
Ma è proprio la scelta dei mezzi da utilizzare, fra i tanti possibili, che rende il capitalismo civilizzato o selvaggio, a seconda delle briglie che gli vengono imposte. Sarà civilizzato se gli viene impedito di far prevalere il fine del massimo profitto su ogni altro bisogno sociale e, viceversa, sarà selvaggio se gli sarà lasciata piena libertà di azione a qualsiasi prezzo.   

Capitalismo civilizzato e il capitalismo selvaggio - II

La possibile distinzione fra due tipi di “capitalismo”, quello civilizzato e quello selvaggio, è normalmente ignorata dalla teoria economica perché tende a trascurare altri ingredienti che, oltre a quello economico, hanno concorso nei secoli a formare la più ampia e complessa “civiltà capitalista” entro la quale opera il capitalismo, e che quindi possono condizionare il modo in cui esso si manifesta di volta in volta.  
Ne suggeriamo tre di quegli ingredienti in due possibili forme che influiscono sul modo d’essere del capitalismo. a) Una struttura sociale in cui le classi o gli strati dominanti possono cambiare e quindi avere orientamenti mutevoli circa i propri interessi (le democrazie occidentali), oppure in cui sono saldamente insediati e quindi hanno orientamenti fissi (per es. la Cina); b) un potere politico e di governo dello Stato che, seguendo il tipo di struttura sociale, sarà più democratico o più autoritario nei suoi indirizzi; c) la organizzazione dei mercati che quindi sarà o funzionale agli interessi del capitale pur nel rispetto degli interessi generali, oppure prevalentemente orientata alla salvaguardia dei profitti.    
 La globalizzazione ha agito su tutti e tre questi ingredienti, ma soprattutto ha indebolito gli Stati nazionali, persino i più grandi, e quindi ha compromesso i poteri di controllo e regolazione dei mercati anche da parte di governanti democratici, sottomettendoli così, in diversa misura, alla logica del capitalismo selvaggio. E questo con effetti più marcati nelle aree del capitalismo emergente in forte sviluppo del cosiddetto BRIC: Brasile, Russia, India e Cina, paesi nei quali la tradizione democratica nella società come nella politica è debole o addirittura assente, e quindi è assai scarsa la possibilità di regolazione dei mercati a presidio dei bisogni sociali.  
Lo prova quanto ha dichiarato un dirigente di una delle maggiori società americane di Private Equity, cioè di capitali privati che, facendo leva su prestiti bancari, acquistano imprese promettenti, ne migliorano i rendimenti, e poi le rivendono realizzando lauti profitti. Egli sostiene che la Cina sarebbe il paese ideale per quel business perché gestita da un potere totalitario che non impone limiti, come può avvenire nelle democrazie, alle scelte del grande capitale.
Tuttavia il capitalismo selvaggio trae dalla globalizzazione la forza di imporsi anche dove è radicata la tradizione democratica sia nella società che nella politica che nei mercati, come in Europa e negli Stati Uniti. Un ampio numero di ricerche mostra come le maggiori società finanziarie accumulino profitti grazie al controllo lobbistico sulle azioni di governo.
Ma allora, quale spazio può avere il capitalismo civilizzato? Quello cioè che non ostacola la soddisfazione dei bisogni sociali e, anzi, si giova dell’aumento della occupazione, quindi dei redditi e della domanda che lo Stato sociale mette a sua disposizione?
Una risposta la può dare la storia della Grande crisi prima dello scoppio della IIa Guerra mondiale, quando prese forma il New Deal americano, voluto dal Presidente Democratico Roosevelt, che fu il più eccezionale esperimento di sviluppo capitalistico accompagnato e sostenuto da una formidabile spinta ai consumi pubblici e al sostegno delle classi più deboli. E poi ancora quella dei tre decenni dopo la fine della guerra, fra il 1945 e il 1975,  impegnati nell’opera di ricostruzione materiale e di riconversione del capitalismo con un drastico cambiamento della politica economica, ispirato dalle socialdemocrazie al potere e dall’economista inglese John Maynard Keynes, che aveva fra i suoi obbiettivi la piena occupazione e l’assistenza pubblica estesa all’intera popolazione.
Poi, a partire dagli anni ottanta, vennero il più aspro conflitto fra capitale e lavoro, l’indebolimento del movimento sindacale e la restaurazione del liberismo. Una lunga storia che conduce, passo passo, all’attuale predominio del capitalismo selvaggio.

Capitalismo civilizzato e il capitalismo selvaggio - III

Per concludere molto brevemente la mia tentata sintesi, nei due post precedenti, dei rischi che ci fa correre il capitalismo “scatenato”, quello fortemente appoggiato dalle destre e assai confusamente osteggiato dalle sinistre (non solo in Italia), non posso trattenermi dal rievocare la nota implorazione rivolta a un nostro esponente politico (che mi auguro non me ne vorrà) nel film Aprile di Nanni Moretti del fatidico 1998, l’anno in cui cadde il governo Prodi e gli successe quello D’Alema sostenuto da Cossiga:
E dài!... Reagisci, rispondi! D’Alema dì qualcosa, reagisci!...dài!... Non ti far mettere in mezzo sulla giustizia proprio da Berlusconi! D’Alema dì una cosa di sinistra, dì una cosa anche non di sinistra, di civiltà, dì qualcosa, reagisci!..”.
E’ proprio di civiltà che dobbiamo tornare a parlare, ma di quella che non avanza soltanto sotto il segno del denaro.