E’ un vero peccato che Alesina e
Giavazzi, rispettivamente di Harvard e della Bocconi, che insieme firmano fondi
sul Corriere, siano solo preoccupati che Monti non si impegni “a ridurre lo spazio
che lo Stato occupa nella società”. Come sapete è un tema che nella scienza economica fa litigare studiosi
ben più illustri di loro, salvo che nella realtà
economica, quando sono andati al potere anche conservatori arrabbiati più famosi
di loro, non lo hanno mai ridotto. Perché a differenza di quel duo del Corriere,
i liberisti anche più accaniti normalmente non “riducono” ma invece “occupano”
quello spazio per favorire il mondo degli affari che dello Stato ha sempre
approfittato. Quel mondo infatti (che si cura dei soldi e non di retorica) è sempre
meno ansioso di vivere in un mercato libero da intrusioni dello Stato, perché è
proprio piegandole ai suoi interessi che riesce a ottenere (da secoli, ma il
duo del Corriere di storia ne sa poco) la protezione e le garanzie necessarie per
i i suoi privilegi monopolistici che fruttano i maggiori profitti. E il bello è
che mentre su un fondo del Corriere troviamo proclamati i principi del
liberismo ossessivo, sul New York Times due pagine ospitano la storia dell’economista
eretico Adam Posen, “Il matto americano contrario all’austerità” che, udite,
udite, è membro del Comitato per la politica monetaria della Banca d’Inghilterra.
Il quale evidentemente non legge il duo del Corriere se si impunta a persuadere
la Banca centrale inglese ad abbandonare l’austerità e invece a stimolare la ripresa con la
spesa pubblica.
Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.
27 dicembre 2012
9 dicembre 2012
Risparmiare per ridurre il debito : virtù privata ma pubblico vizio
A ogni privato o singola impresa il risparmio può recare un
vantaggio economico. Ma non alla collettività dei cittadini e delle imprese, perché
ogni mancata spesa di un cittadino o impresa costituisce un mancato reddito di
un altro cittadino o impresa. Perciò la somma dei risparmi privati contrae la domanda
pubblica e quindi crea disoccupazione che, a sua volta, contrae domanda e occupazione
in un circolo vizioso. Insomma la visione individualista nasconde questa elementare
verità: nel sistema economico siamo tutti, volenti o nolenti, parte di una collettività
in cui vige la partita doppia: ogni debito è un credito, ogni spesa è un ricavo.
Invece per troppi economisti, ministri delle finanze, capi di banche e dirigenti
politici, le virtù del singolo non possono essere dei vizi per la collettività.
Dunque se il risparmio è vantaggioso per un cittadino o una impresa deve
esserlo anche per l’intero Paese e dunque la politica dell’austerità è un bene
per tutti. Ma ne siamo sicuri? L’economia keynesiana insegna che se i privati decidono
collettivamente di spendere meno di quanto guadagnano, allora lo Stato deve
spendere più di quanto incassa dalle imposte per colmare la differenza. Ma se invece
anch’esso spende di meno come i privati per ridurre i debiti, allora tutti i redditi
diminuiranno, insieme ai redditi il gettito fiscale e, paradossalmente, il debito
pubblico aumenterà. Non c’è altro scampo per lo Stato che indebitarsi di più
per far crescere la domanda, il gettito fiscale e quindi ridurre il debito.
25 novembre 2012
Quali interessi attuali oscurano sagge parole del vicino passato?
Nel 1954 il grande economista americano, John K. Galbraith, poneva fra le cause della crisi del 1929 il «misero stato della consulenza
economica» di allora, con le seguenti parole di severa critica che
dovrebbero far sobbalzare qualcuno proprio oggi: «Il pareggio del bilancio era la dottrina di entrambi i partiti,
democratico e repubblicano, e poiché dal 1930 in poi il bilancio era
rimasto in grave squilibrio, il pareggio
significava un aumento delle imposte, una riduzione delle spese, o entrambi.»
E così venne quella prima Grande
depressione.
Poiché la crisi iniziata nel 2008 somiglia
tanto a quella del 1929, perché su quelle parole è calato il silenzio? E’ come
se fosse fatale che quando certi autori escono di scena e vengono sostituiti da
nuovi “consulenti” poco interessati alla storia in generale e a quella delle teorie
economiche in particolare, qualcosa vietasse che l’esperienza del passato rimanesse
viva nel presente. Col risultato che le giovani generazioni restano digiune di
conoscenze andate a fondo assai più utili di quelle che galleggiano per una
supposta maggiore attualità. Le quali spesso sono invece di assai più vecchio conio,
ma resistenti all’usura del tempo perché ideologicamente convenienti alla perpetuazione
di potenti interessi. Dai quali non vanno esenti anche Università di grande prestigio
sia americane che europee. 21 novembre 2012
Per una Riforma protestante laica
Suggerisco che nel
nostro paese, in cui regna la Controriforma a partire dal Concilio di Trento
del 1545, venga avviata una Riforma protestante assolutamente laica che, dunque, non serva a combattere polverosi
dogmi del potere ecclesiastico quanto anticaglie ideologiche moderne sul modo
di conoscere, studiare e insegnare separatamente l’evoluzione della società (nelle facoltà di sociologia),
della politica (nelle facoltà di
scienze politiche), dell’economia
(nelle facoltà di scienze economiche) e della cultura (nelle facoltà di filosofia, di storia, di scienze
naturali, ecc.). Col risultato, pessimo, di ignorare, o comunque di sottovalutare
il ruolo specifico della storia della
nostra civiltà capitalista che, piaccia
o meno, è in corso da otto secoli. Il ruolo cioè di riunire per i propri fini
in un unico insieme le sfere della società, della politica dell’economia e
della cultura che, nelle precedenti civiltà, erano divise e autonome. Dunque serve
una Riforma dell’intero sistema di insegnamento, perché quell’ignoranza è anche
concettuale e ideologica, in quanto perpetua un modo di pensare conformista. Come,
fra l’altro, l’essere favorevoli ai rimedi dell’austerità forzosa e senza fine
che nuoce a tutte le classi sociali e perpetua la crisi. Dunque una Riforma che
colpisca responsabilità non solo di destra, ma anche di una sinistra anch’essa conformista,
perché vuole andare al potere senza scontentare nessuno, neppure Mario Monti, non
considerando che neppure lui dovrebbe essere sfavorevole a una Riforma laica della
cultura, anche economica, che le rimetta i piedi in terra come aveva fatto il
suo collega John M, Keynes 76 anni or sono.
12 aprile 2012
Qualche proposta rivolta a Giorgio Napolitano e a Mario Monti
Questo Blog lo scrive una persona che, dalla sulla panchina, si vale del privilegio che la modernità le offre: quello di esprimere pubblicamente le proprie inquietudini sul tempo incerto che viviamo dandone conto solo a coloro che scelgono di leggerlo. E anche quello di formulare delle proposte che sarebbero normalmente poco serie perché inattuabili in un paese poco serio, ma forse adesso realizzabili in via eccezionale per via del briciolo di serietà che ci siamo riconquistati dal 16 novembre 2011 e che dobbiamo a ogni costo preservare oltre le rischiose scadenze che incombono.
1a proposta: Giorgio Napolitano, persona fra le più serie fra i pochi italiani seri, accetti alla scadenza del suo mandato il 15 maggio 2013 di ricandidarsi alla Presidenza della Repubblica anche solo per un periodo di tre anni, perché non vada perduta la sua opera di risanamento civile e morale.
2a proposta : I partiti che attualmente sorreggono il Governo Monti, PD, PDL e UDC, si impegnino a formare dopo le elezioni dell’aprile 2013 una coalizione che garantisca la rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano con un mandato limitato a tre anni, e rinnovi l’incarico al governo Monti per tutto quel periodo.
3a proposta: Il Governo Monti manifesti la sua disponibilità ad accettare la proroga del suo mandato per ulteriori tre anni dopo le elezioni politiche allo scopo di avviare subito una serie di misure di lunga lena atte a correggere e riequilibrare l’azione fin qui esercitata nei seguenti punti:
1) Politica fiscale: alleviare in modo consistente il peso delle misure di austerità che gravano sui ceti economicamente più deboli, redistribuendo il carico fiscale soprattutto per quanto riguarda la tassazione degli immobili. Annunciare che, a tale scopo, verrà effettuata una tassazione patrimoniale solo sulle maggiori ricchezze, che consenta di ridurre il debito pubblico di 100 miliardi, al fine di scongiurare ulteriori misure straordinarie, imposte dai mercati, con nuovi prelievi a pioggia che arrechino aggiuntivi, insopportabili oneri ai ceti già tartassati oltre le loro possibilità.
2) Politica interna: trasformare la lotta all’evasione in guerra aperta comminando immediate sanzioni penali agli evasori e cioè l’incarceramento oggi riservato ai ladri di proprietà private ma raramente a quelli del denaro pubblico.
3) Politica europea: assumere una più decisa posizione sulla urgenza di un accordo intergovernativo che anticipi la riforma dei Trattati per: a) correggere la politica economica conservatrice fin qui praticata dalla UE che pretenderebbe di risanare le finanze dei paesi più indebitati con misure di austerità che producono il contrario di ciò che sarebbe necessario. Perché i tagli di spesa e di redditi, la caduta dei consumi e degli investimenti, una devastante disoccupazione, la recessione e il calo del PIL che ne conseguono, non diminuiscono ma accrescono il peso del debito pubblico sul reddito nazionale; b) conferire alla Banca centrale europea il potere di creditore di ultima istanza per il rifinanziamento delle banche europee quanto è necessario per un reale riavvio della crescita; c) consentire l’emissione di Euro bond per un piano di investimenti pubblici da non contabilizzare nei deficit di bilancio; d) istituire un’Agenzia di rating europea che renda l’Europa indipendente dalle scandalose speculazioni delle oligarchie bancarie americane e dalle complici valutazioni delle agenzie, a loro collegate in affari assai poco chiari, tipo Standard & Poor’s.
Siccome i lettori di questo Blog potrebbero stupirsi dell’ulteriore credito che ritengo si debba dare al governo Monti auspicando la sua durata oltre le prossime elezioni, desidero subito spiegarne la ragione. Lo considero un governo di assoluta emergenza ma insostituibile per almeno altri quattro anni perché è il solo che possa affrontare i due maggiori pericoli che corre l’Italia dopo il ventennio berlusconiano: quello di essere schiacciata dai debiti e quello di essere sommersa dalla corruzione e dalla criminalità mafiosa. Tutto il resto, comprese le riforme di “sinistra” che auspico, esigono questo periodo di “digiuno” che risani il nostro paese dal devastante affarismo di ogni parte politica.
Quanto alla rielezione di Giorgio Napolitano, ebbene penso che siamo in molti ad auspicarla per i grandi meriti che gli vengono riconosciuti da un ampio schieramento di cittadini. Ma anche per scongiurare un’altra possibile candidatura che fa inorridire considerando chi la potrebbe avanzare nel 2013, ma assai più difficilmente tre anni dopo se la giustizia farà il suo doveroso corso.
1a proposta: Giorgio Napolitano, persona fra le più serie fra i pochi italiani seri, accetti alla scadenza del suo mandato il 15 maggio 2013 di ricandidarsi alla Presidenza della Repubblica anche solo per un periodo di tre anni, perché non vada perduta la sua opera di risanamento civile e morale.
2a proposta : I partiti che attualmente sorreggono il Governo Monti, PD, PDL e UDC, si impegnino a formare dopo le elezioni dell’aprile 2013 una coalizione che garantisca la rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano con un mandato limitato a tre anni, e rinnovi l’incarico al governo Monti per tutto quel periodo.
3a proposta: Il Governo Monti manifesti la sua disponibilità ad accettare la proroga del suo mandato per ulteriori tre anni dopo le elezioni politiche allo scopo di avviare subito una serie di misure di lunga lena atte a correggere e riequilibrare l’azione fin qui esercitata nei seguenti punti:
1) Politica fiscale: alleviare in modo consistente il peso delle misure di austerità che gravano sui ceti economicamente più deboli, redistribuendo il carico fiscale soprattutto per quanto riguarda la tassazione degli immobili. Annunciare che, a tale scopo, verrà effettuata una tassazione patrimoniale solo sulle maggiori ricchezze, che consenta di ridurre il debito pubblico di 100 miliardi, al fine di scongiurare ulteriori misure straordinarie, imposte dai mercati, con nuovi prelievi a pioggia che arrechino aggiuntivi, insopportabili oneri ai ceti già tartassati oltre le loro possibilità.
2) Politica interna: trasformare la lotta all’evasione in guerra aperta comminando immediate sanzioni penali agli evasori e cioè l’incarceramento oggi riservato ai ladri di proprietà private ma raramente a quelli del denaro pubblico.
3) Politica europea: assumere una più decisa posizione sulla urgenza di un accordo intergovernativo che anticipi la riforma dei Trattati per: a) correggere la politica economica conservatrice fin qui praticata dalla UE che pretenderebbe di risanare le finanze dei paesi più indebitati con misure di austerità che producono il contrario di ciò che sarebbe necessario. Perché i tagli di spesa e di redditi, la caduta dei consumi e degli investimenti, una devastante disoccupazione, la recessione e il calo del PIL che ne conseguono, non diminuiscono ma accrescono il peso del debito pubblico sul reddito nazionale; b) conferire alla Banca centrale europea il potere di creditore di ultima istanza per il rifinanziamento delle banche europee quanto è necessario per un reale riavvio della crescita; c) consentire l’emissione di Euro bond per un piano di investimenti pubblici da non contabilizzare nei deficit di bilancio; d) istituire un’Agenzia di rating europea che renda l’Europa indipendente dalle scandalose speculazioni delle oligarchie bancarie americane e dalle complici valutazioni delle agenzie, a loro collegate in affari assai poco chiari, tipo Standard & Poor’s.
Siccome i lettori di questo Blog potrebbero stupirsi dell’ulteriore credito che ritengo si debba dare al governo Monti auspicando la sua durata oltre le prossime elezioni, desidero subito spiegarne la ragione. Lo considero un governo di assoluta emergenza ma insostituibile per almeno altri quattro anni perché è il solo che possa affrontare i due maggiori pericoli che corre l’Italia dopo il ventennio berlusconiano: quello di essere schiacciata dai debiti e quello di essere sommersa dalla corruzione e dalla criminalità mafiosa. Tutto il resto, comprese le riforme di “sinistra” che auspico, esigono questo periodo di “digiuno” che risani il nostro paese dal devastante affarismo di ogni parte politica.
Quanto alla rielezione di Giorgio Napolitano, ebbene penso che siamo in molti ad auspicarla per i grandi meriti che gli vengono riconosciuti da un ampio schieramento di cittadini. Ma anche per scongiurare un’altra possibile candidatura che fa inorridire considerando chi la potrebbe avanzare nel 2013, ma assai più difficilmente tre anni dopo se la giustizia farà il suo doveroso corso.
24 febbraio 2012
La Chiesa degli affari vuole l’austerità fiscale: chi la paga?
Secondo la religione degli affari la Grecia e l’Italia, i paesi dell’euro più indebitati rispetto al Pil, potranno guadagnarsi la piena “salvezza” soltanto nel giorno del Giudizio Finale economico, se avranno espiato tutti i peccati commessi sperperando il pubblico denaro e costringendo lo Stato a indebitarsi fino al collo. Per ora gli spetta solo una temporanea “assoluzione” pagandola con una “austerità fiscale” di lacrime e sangue. Assoluzione dai peccati e conseguente salvezza sono modi di esprimersi di una Chiesa, quella del capitalismo finanziario ispirata al fanatismo ideologico iperliberista, che mira alla guarigione dalla crisi praticando uno stretto digiuno che riduca l’indebitamento dello Stato e porti al pareggio il suo bilancio. Risultato: recessione e disoccupazione crescenti e quindi, per i loro effetti negativi sul Pil, l’estrema difficoltà di ridurre la percentuale del debito nei suoi confronti.
Per fortuna ogni Chiesa, quando diventa fondamentalista, produce una eresia protestante che predica il contrario: digiunando si peggiora la crisi perché si debilita il paziente mentre occorre ridargli forze con rinnovati finanziamenti pubblici che accrescano investimenti e occupazione. Ma per ora mi fermo qui perché l’esperto in materia è l’amico economista Paolo Leon e attendo che mi dia lumi al riguardo. Io in questa sede intendo limitarmi a sollevar un altro problema: l’austerità fiscale è in atto perché è innegabile che i peccati sono stati commessi. Ma chi ne è stato responsabile e quindi su chi deve ricadere il devastante peso della penitenza?
Peccatori sono stati i politici corrotti, i governanti incapaci e i grandi evasori. Certamente, ma anche i tantissimi cittadini che non hanno pagato le tasse, che hanno usufruito del lavoro nero che hanno votato per i partiti di governo che accumulavano il debito, che insomma non si sono opposti alla deriva finanziaria. E gli onesti, e quelli che hanno pagato le tasse saranno risparmiati? E’ invece evidente che il peso del risanamento ricadrà proprio su tutti, greci e italiani, senza discriminazione fra quanti hanno concorso a provocare il saccheggio e quanti o ne hanno solo approfittato o ne sono stati estranei. Con la ulteriore ingiustizia della distribuzione degli oneri fatta senza criteri di equità basati almeno sulle differenze di reddito o, più ancora, di ricchezza, come sarebbe stato possibile con una imposta patrimoniale. Una ingiustizia del tutto normale nelle democrazie capitaliste, che sono “democrazie” nella forma per l’uguaglianza dei diritti e doveri politici, ma “capitaliste” nella sostanza per la disuguaglianza sempre più abissale dei redditi e delle proprietà fra le sue classi. E poiché nel capitalismo non governa la giustizia ma il denaro, è fatale che nelle crisi paghino il prezzo più alto non le classi dominanti, ma le classi subalterne fra le quali la più estesa è quella media.
Dunque soprattutto su di essa pioveranno le penitenze imposte dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal Fondo monetario, senza riguardi nei confronti della sua composizione che va dagli strati alti con redditi elevati a quelli man mano più bassi dove incomincia il disagio sociale ed economico, fino a toccare la zona dei nuovi poveri appartenenti a due principali categorie. Quella degli occupati ma in difficoltà per i debiti accumulati, per le condizioni di famiglia, per la precarietà del lavoro, per le difficoltà o i fallimenti della piccola impresa, insomma i «poveri al lavoro». E poi quella dei disoccupati oppure con un lavoro insufficiente a garantire una vita decente, con gli stessi problemi ma in più quello della mera sopravvivenza, insomma i «poveri assoluti». Quanti pensate che siano? Per l’Italia ce lo dice Marco Revelli (Poveri noi, Einaudi, 2010). Nel 2008 i primi, cioè quelli a rischio di cadere nella povertà assoluta, erano quasi il 15% dei lavoratori. Quindi una famiglia operaia ogni sei o sette era già in condizione di «povertà relativa». In quello stesso anno dell’esercito degli «assolutamente poveri», ai margini della vita sociale e del mercato del lavoro, avrebbero fatto parte quasi 1,2 milioni di famiglie. Secondo la Banca d’Italia (Bollettino statistico del gennaio 2012) nel 2010 quasi il 30 per cento dei circa 24 milioni di famiglie italiane reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese.
Queste scarne cifre offrono un quadro sconvolgente della classe media nei suoi strati operai ma anche di commercianti, professionisti e imprenditori privi di ogni sicurezza, per di più in anni non ancora sconvolti dalla attuale recessione e, soprattutto, dalla “austerità fiscale” destinata ad aggravare quelle povertà fino, dobbiamo temere, a renderle insopportabili. Con tutte le conseguenze anche politiche che ne potrebbero derivare. Ecco perché occorre cambiare strada.
Per fortuna ogni Chiesa, quando diventa fondamentalista, produce una eresia protestante che predica il contrario: digiunando si peggiora la crisi perché si debilita il paziente mentre occorre ridargli forze con rinnovati finanziamenti pubblici che accrescano investimenti e occupazione. Ma per ora mi fermo qui perché l’esperto in materia è l’amico economista Paolo Leon e attendo che mi dia lumi al riguardo. Io in questa sede intendo limitarmi a sollevar un altro problema: l’austerità fiscale è in atto perché è innegabile che i peccati sono stati commessi. Ma chi ne è stato responsabile e quindi su chi deve ricadere il devastante peso della penitenza?
Peccatori sono stati i politici corrotti, i governanti incapaci e i grandi evasori. Certamente, ma anche i tantissimi cittadini che non hanno pagato le tasse, che hanno usufruito del lavoro nero che hanno votato per i partiti di governo che accumulavano il debito, che insomma non si sono opposti alla deriva finanziaria. E gli onesti, e quelli che hanno pagato le tasse saranno risparmiati? E’ invece evidente che il peso del risanamento ricadrà proprio su tutti, greci e italiani, senza discriminazione fra quanti hanno concorso a provocare il saccheggio e quanti o ne hanno solo approfittato o ne sono stati estranei. Con la ulteriore ingiustizia della distribuzione degli oneri fatta senza criteri di equità basati almeno sulle differenze di reddito o, più ancora, di ricchezza, come sarebbe stato possibile con una imposta patrimoniale. Una ingiustizia del tutto normale nelle democrazie capitaliste, che sono “democrazie” nella forma per l’uguaglianza dei diritti e doveri politici, ma “capitaliste” nella sostanza per la disuguaglianza sempre più abissale dei redditi e delle proprietà fra le sue classi. E poiché nel capitalismo non governa la giustizia ma il denaro, è fatale che nelle crisi paghino il prezzo più alto non le classi dominanti, ma le classi subalterne fra le quali la più estesa è quella media.
Dunque soprattutto su di essa pioveranno le penitenze imposte dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal Fondo monetario, senza riguardi nei confronti della sua composizione che va dagli strati alti con redditi elevati a quelli man mano più bassi dove incomincia il disagio sociale ed economico, fino a toccare la zona dei nuovi poveri appartenenti a due principali categorie. Quella degli occupati ma in difficoltà per i debiti accumulati, per le condizioni di famiglia, per la precarietà del lavoro, per le difficoltà o i fallimenti della piccola impresa, insomma i «poveri al lavoro». E poi quella dei disoccupati oppure con un lavoro insufficiente a garantire una vita decente, con gli stessi problemi ma in più quello della mera sopravvivenza, insomma i «poveri assoluti». Quanti pensate che siano? Per l’Italia ce lo dice Marco Revelli (Poveri noi, Einaudi, 2010). Nel 2008 i primi, cioè quelli a rischio di cadere nella povertà assoluta, erano quasi il 15% dei lavoratori. Quindi una famiglia operaia ogni sei o sette era già in condizione di «povertà relativa». In quello stesso anno dell’esercito degli «assolutamente poveri», ai margini della vita sociale e del mercato del lavoro, avrebbero fatto parte quasi 1,2 milioni di famiglie. Secondo la Banca d’Italia (Bollettino statistico del gennaio 2012) nel 2010 quasi il 30 per cento dei circa 24 milioni di famiglie italiane reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese.
Queste scarne cifre offrono un quadro sconvolgente della classe media nei suoi strati operai ma anche di commercianti, professionisti e imprenditori privi di ogni sicurezza, per di più in anni non ancora sconvolti dalla attuale recessione e, soprattutto, dalla “austerità fiscale” destinata ad aggravare quelle povertà fino, dobbiamo temere, a renderle insopportabili. Con tutte le conseguenze anche politiche che ne potrebbero derivare. Ecco perché occorre cambiare strada.
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