“Nel contesto della repressione sociale e della
dilagante disuguaglianza, coloro che sono potenti e privilegiati spesso da un lato
parlano di libertà e di progresso ma, dall’altro, imprigionano i loro
concittadini in modi che erodono la loro dignità e i loro diritti.”. Così
scrive T.Y.Okosun che insegna diritto in una università di Chicago nel suo libro intitolato Social Justice and Increasing Global
Destitution, che descrive le responsabilità di coloro che, come sappiamo, nei
paesi più avanzati sono generalmente l’uno per cento di potenti e privilegiati, per
le condizioni in cui vive il novantanove per cento degli altri cittadini. Di
cui fanno parte i “poveri” per via del basso reddito che ricavavano dalla loro occupazione
o dalla piccola proprietà di cui dispongono, ma oggi anche gli “indigenti”, cioè
coloro che in ogni parte del mondo, quindi anche nei paesi più avanzati, non
hanno né una proprietà né un lavoro e sono quindi, come dice Okosun, imprigionati nella disoccupazione. Nel
nostro paese in più e per assurdo, secondo la sua Costituzione, anche gli indigenti sono cittadini di
una “Repubblica democratica fondata sul lavoro” mentre, grazie al Patto di stabilità
sottoscritto nel 1997 dai
paesi membri dell'Unione Europea e riguardante
il controllo delle rispettive politiche di bilancio, la nostra
è ormai una Repubblica fondata sulla disoccupazione di massa. Quel patto doveva
servire a rafforzare il percorso d’integrazione monetaria affidata nel 1992 all’adozione
dell’euro come moneta comune di Stati ancora sovrani, quindi non federati come
quelli che hanno come moneta comune il dollaro. Una situazione paradossale
destinata prima o poi a esplodere perché invece di garantire l’uguaglianza fra
i diversi Stati dell’euro-zona assicura a quello dominante, cioè alla
Germania, una situazione assai più vantaggiosa per la sua crescita basata sulle
esportazioni di quella che le offrirebbe una moneta nazionale, che sarebbe molto più
esposta a fluttuazioni nel mercato dei cambi di quella controllata dalla Banca
centrale europea. Dunque abbiamo una moneta potenzialmente federale in una
Europa di Stati ancora nazionali, membri di una Unione che non si decide a
diventare una Federazione, incapace quindi di assumere un ruolo nell’economia
globale che la Germania, da sola, non è certo in grado di assicurarle. Ma nel
2014 scatta una importante novità che potrebbe essere un primo passo verso una
Unione federale. Inizia cioè a operare uno dei cinque Fondi di investimento europei che operano
all’interno di un quadro comune per aiutare gli Stati membri a ripristinare la
crescita e l’occupazione. Mi pare che sia il caso, allora, di augurare Buone
Feste di Lavoro per il prossimo anno ai milioni di adulti e di giovani che non
chiedono altro per salvare la loro dignità e i loro diritti.
Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.
28 dicembre 2013
16 dicembre 2013
Ma vogliamo capire che la sinistra è solo una possibile direzione?
“Purtroppo la sinistra in quanto a "stupidario" ha
delle responsabilità immense”. Così mi scrive in una mail una persona che, in
modo molto civile, manifesta il suo dissenso rispetto al mio pensiero.
Mi consenta di approfittarne per assumere quella sua dichiarazione in senso
simbolico, cioè come un modo implicito di intendere la “sinistra” che ritengo
obsoleto, più o meno come un elettrodomestico degli anni Cinquanta, che è tempo
di rottamare. Proprio come dice Renzi che, con il solito scandalo di quanti
sono convinti che la ragione per essere buona deve essere minoritaria, mi piace
perché rappresenta un modo di pensare che riscuote un così maggioritario consenso
nella generazione che ora deve gestire il futuro. E perché mai sarebbe da
rottamare, dunque da sostituire con una apparecchiatura mentale e istituzionale
tecnologicamente più avanzata? “Tecnologicamente”? Ma sì, nel senso che un mio
vecchio maestro, al quale spesso ricorro per orientarmi nel tempo in cui vivo,
esprime con queste parole: “La tecnologia svela il comportamento attivo
dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione della sua vita, e
con essi anche l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali
vitali e delle idee dell’intelletto che
ne scaturiscono” (Marx, Il capitale,
nota nel cap. 13, corsivi miei). Avete capito, vero? Lui voleva dire che anche
le idee devono andare avanti con innovazioni non diverse da quelle che costantemente
cambiano le cose del mondo che ci circonda. E allora io propongo questa
innovazione: la sinistra smette di essere una cosa speciale e, come nel linguaggio più comune a tutti, diventa una possibile direzione nel cammino di tutti. Quel tutti lo intendo e lo suggerisco
come Francesco Piccolo nel suo bel libro intitolato “Il desiderio di essere
come tutti”. Cioè abbandonando una buona volta l’atteggiamento, che lui
definisce addirittura “reazionario”, della sinistra che si compiaceva di essere
minoranza perché solo così provava la sua superiorità. Questi, della società di
massa, non sono più tempi per avere ragione, ma per ragionare in modo consono
ai giganteschi problemi che affliggono quella che non ha una parte troppo
piccola della torta, ma che proprio non la mangia, perché è prevalentemente
riservata all’uno per cento dei vincenti, mentre lei è la somma dei perdenti.
Cioè dei “forconi” che erano strumenti medievali e che ora, in quest’epoca di
modernità che procede come i granchi, sono la realtà di una condizione di
esclusione comune alla massa, appunto, dei perdenti ovunque si trovino. Come
scrive Marco Revelli sul Manifesto, nei giovani che non trovano un lavoro, nei
negozianti e imprenditori costretti a chiudere bottega, nelle famiglie
sfrattate perché non possono più pagare l’affitto, negli anziani che hanno una
pensione da fame o non ne hanno alcuna. Questa è diventata oggi la Affluent
Society, la Società del benessere di cui parlava solo cinquant’anni fa il
famoso economista Galbraith.
5 dicembre 2013
La benefica distruzione di un ordine
Con ammirevole candore in una intervista a Die Zeit, riportata su la Repubblica del
5 dicembre, “Padre” Georg Gaenswein, divenuto “per ubbidienza” segretario di
Papa Francesco “di giorno”, dopo esserlo stato del dimissionario Ratzinger presso
il quale, però, ritorna “di sera”, si dichiara francamente insoddisfatto della
piega che hanno preso le cose nella Chiesa Cattolica con la distruzione di un
ordine secolare. Ma sì, insoddisfatto perché prima Georg si sentiva “un alto
sacerdote della tradizione” mentre ora, evidentemente, è diventato un basso prelato
di una rivoluzione. Ma di una che nel suo intimo, e poi pubblicamente sulla
stampa conservatrice tedesca, Georg ravvisa come contraria al “concentrato di
saggezza della Chiesa” rappresentato, secondo il suo giudizio, dal passato pontificato
di Ratzinger. Ma bravo Georg, ci volevano lui e la sua preziosa testimonianza
per darci la conferma, la triste conferma, che il germanesimo non si stanca di
essere reazionario. Come se, per fare un solo esempio, la rivoluzionaria Rosa
Luxenburg, assassinata nel gennaio 1919 dai soldati di un governo socialdemocratico
tedesco, fosse stata una degli ultimi esemplari di una razza poi estinta. Per
carità, lei era una comunista, e noi siamo stati avvisati dalla Storia che quel
movimento avrebbe poi partorito uno Stalin, mentre la Germania si contentava di
produrre un Hitler e noi, ancora più modestamente all’italiana, un Mussolini. E
va bene, però ci si ricordi in Europa che in Italia è stato posto riparo a
quella imperdonabile follia con la Resistenza, e dunque con il sacrificio di centinaia
di martiri partigiani, assassinati dai nazisti e dai fascisti loro complici, durante
l’occupazione tedesca del nostro Nord nel 1944. Invece, purtroppo, una
Resistenza in Germania non c’è stata, eccetto il sacrificio di alcuni
organizzatori del fallito complotto per assassinare il Fuhrer. Peccato, sia per
i tedeschi che per tutti gli europei che hanno poi tanto volentieri accolto,
insieme all’Italia, anche la Germania nella UE, seppellendo il ricordo delle nefandezze
nazifasciste nel fossa comune della storia insieme ai resti di tanti altri
assolutismi. Ma, cittadini tedeschi, vogliate almeno ricordare che fra i
principali fondatori della UE c’è stato, assieme ad Alcide De Gasperi e a Jean
Monet, il vostro Konrad Adenauer. Cosa direbbe oggi di questo vostro sprezzante
europeismo Germano-centrico che occulta un nazionalismo adatto al capitalismo
globale?
3 dicembre 2013
La clerico-diplomazia di un Presidente del Consiglio della nostra sinistra
Perché mai il nostro
Presidente del Consiglio Enrico Letta, il
giorno prima del vertice italo-israeliano a Villa Madama, ha fatto il suo incontro
con quello di Israele Benjamin Netanyahu nella Sinagoga di Roma, coprendosi il capo
con la kippah,
cioè la coppola usata obbligatoriamente dagli Ebrei osservanti maschi
nei loro luoghi di culto? Dato che Netanyahu
era in visita in Italia, e non Letta in Israele, avrebbero semmai dovuto incontrarsi,
nello spirito di dedizione alle rispettiva religioni rivelate che evidentemente
anima entrambi, non nella Sinagoga ebraica ma nella Sacrosanta Cattedrale
Papale Arcibasilica Romana Maggiore del Santissimo Salvatore e dei Santi
Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano, che è “madre e capo” di tutte le
chiese di Roma. Non vi pare? Insomma, qui si capovolgono le buone
maniere della diplomazia clericale. Ma soprattutto si smentisce, da parte del nostro Presidente del
Consiglio, la laicità dello Stato che
è il fondamento essenziale di ogni possibile “resistenza”, nelle sue parole, “alle
spinte della violenza, prima verbale e poi fisica, dell'intolleranza, della
xenofobia e del razzismo". Purtroppo
la politica di Israele verso i Palestinesi non è proprio ispirata a quei
principi, come Letta sa bene. E quindi in nome della laicità, che è il primo baluardo
della tolleranza, i luoghi di culto non devono essere mai la sede di incontri
diplomatici. La religione e la politica, quando si fondono, in ogni epoca
storica producono forme di assolutismo e di razzismo di cui, in special modo,
proprio gli Ebrei sono stati le vittime con milioni di martiri prima dei pogrom nei primi decenni del Novecento,
e poi dell’Olocausto durante il nazifascismo. Allora, Capi di Stato e Dirigenti
politici, state lontani dai luoghi di culto, dato che le questioni che dibattete
non sono oggetto di fedi, ma di opinioni e di giudizi critici della ragione sul
da farsi nella sfera pubblica, che sono la unica legittima materia della politica nelle
democrazie moderne.
29 novembre 2013
Un post che poi, anche lui, ha straripato
Proprio così, perché imitando metaforicamente un evento naturale ormai
frequente, avevo cominciato a buttare giù qualche idea per questo Blog sulle
ragioni storiche, e cioè non puramente “economiche” (come pretendono gli
addetti alla analisi accademica del nostro tempo), della situazione attuale nella
quale è così concentrato il benessere e così ampiamente diffuso il malessere, soprattutto
nelle giovani generazioni. E invece ho straripato anch’io avventurandomi a
scrivere un libro su quell’argomento che forse, un giorno o l’altro, potreste
leggere. Proprio così, un’avventura, perché le ragioni storiche, cioè quelle che
ci provengono dal passato, hanno una brutta abitudine: di essere riconoscibili
e quindi descrivibili unicamente sulla base di interpretazioni, cioè dei possibili
racconti che se ne possono offrire. Perché, inevitabilmente, persino quelli che
vengono definiti dei “fatti” statisticamente accertati, sono stati prescelti
tra gli innumerevoli che sono avvenuti in base a criteri del tutto soggettivi di
chi li cita per suffragare il proprio parere. Ma sì, la vecchia pretesa che il
passato, che non c’è proprio più, possa essere ricostruito tal quale
effettivamente è stato, era basata sulla assunzione del tutto cervellotica che
non occorre essere testimoni di ciò che accade per descriverlo con qualche
pretesa di oggettività. Ho detto “qualche” in quanto, persino per un testimone,
le ipotesi disponibili e minimamente razionali sono tantissime perché
soggettive e anche, oserei dire, umorali nel senso che riflettono lo stato
d’animo di chi assiste a ciò che avviene. Per non parlare, perciò, di chi lo
racconta servendosi di testimonianze o di racconti altrui. E allora? Come si
può fare che in un racconto, che pure non abbia la pretesa metafisica di riprodurre
oggettivamente il passato, se ne dia conto senza cadere in troppo fantasiose
rappresentazioni? Beh, non è facile ma possibile, se persino Benedetto Croce
affermava che “la fantasia è indispensabile allo storico: la narrazione vuota,
il concetto senza intuizione e fantasia, sono affatto sterili.”. Dunque
capirete che ho buone ragioni per essere preoccupato in ogni occasione - e per
fortuna sono molto rare - in cui mi avventuro a scrivere di storia, ma posso di
nuovo servirmi del saggio parere di Croce per assumermi quel difficile compito.
Quando afferma che il racconto del passato deve essere in ogni caso fatto
rivivere dallo storico attraverso una critica e una fantasia che sorgono dal
suo presente «in quanto faccia viva esperienza degli accadimenti di cui si
prende a narrare la storia». E far viva esperienza di essi, secondo Croce, è un
principio che deve valere per il passato in generale, anche remoto, a
condizione che venga interpretato, da chi lo racconta, «alla luce degli
interessi odierni», in quanto desideri restituirgli un ruolo attivo, e così
renderlo contemporaneo. Ed è in
questo senso che per Croce «ogni vera
storia è storia contemporanea». Niente male vero? Soprattutto per chi
coltiva gli scrupoli della possibile verosimiglianza di ciò che scrive con quel
che è successo nel mondo della vita. Dunque coraggio, vale la pena arrischiarsi
a scrivere di storia quando, come nel mio caso, serve a scongiurare di viverla
o di apprenderla caricandosi l’animo di inutili amarezze. Non vi pare?
19 novembre 2013
Secondo un finlandese non siamo ancora abbastanza austeri
Per un fanatico della austerità come Olli Rehn, Commissario
europeo per gli affari economici e monetari, l’Unione Europea va ridivisa
in paesi buoni e paesi cattivi. E questo, a lungo andare, può segnarne la fine.
Eppure era destinata a un sicuro successo perché la civiltà capitalista in
Occidente aveva tramutato le rivalità belliche fra i vecchi Stati nazionali in
rivalità economiche, risolvibili da patti che facessero dell’Europa stessa un
unico Stato. Ma il processo di integrazione, proprio perché rompeva con una
secolare tradizione di guerre, è stato di difficile attuazione, ed è lungi
dall’essere compiuto. In sintesi queste sono state finora le sue tappe.
Quello di Roma del 1958
e di Maastricht
del 1993, sono i
Trattati fondativi della Unione economica e monetaria europea (UEM) attraverso
successive fasi. Realizzarono una convergenza istituzionale con l'obiettivo di uniformare
gli ordinamenti nazionali sulle gestioni della politica monetaria, vietando il
finanziamento del disavanzo pubblico attraverso le banche centrali. E inoltre
una convergenza economica con l'obiettivo di stabilizzare prezzi, tassi di
cambio e tassi d'interesse nella futura area dell’"euro", la nuova unità
monetaria europea. Il Consiglio europeo adottò nel giugno 1997 il Patto di stabilità e crescita, volto a
garantire la disciplina di bilancio nell'ambito della UEM. Nel maggio 1998
verificò che 11 Stati membri - Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda,
Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo e Finlandia -
soddisfacevano le condizioni per l'adozione della moneta unica. Nel
gennaio 1999 ebbe inizio l’ultima fase con la conduzione di una politica
monetaria unica sotto la responsabilità della Banca Centrale Europea. Le
banconote in euro sarebbero state immesse in circolazione il 1º gennaio 2002.
Però già nel 2004 gli economisti Richard Baldwin e
Charles Wyplosz, nel loro libro The Economics
of European Integration, affermavano che la creazione di
un'unione monetaria non era economicamente vantaggiosa poiché poteva peggiorare
una situazione già dolorosa di alta disoccupazione. La sua sopravvivenza avrebbe
inoltre richiesto un passo ulteriore verso un'Europa federale a spese degli
Stati-nazione.
Quel passo, lo sappiamo, non è stato ancora compiuto, la
BCE non ha i poteri di battere moneta come la Federal Reserve, e gli Stati
membri della Unione Europea, hanno
ripreso a dividersi in aree
contrapposte. Quella del Nord, capeggiata dalla Germania, che è dominante negli
indirizzi di politica economica decisi a Bruxelles e ispirati alla scuola
liberista che impone, col Patto di
stabilità e crescita del 1997, la regola dei bilanci in pareggio, cioè il
guinzaglio dell’austerità. E quella
del Centro Sud, sempre più indebolita da quel guinzaglio, incapace di rompere
la coalizione nordica che la opprime, si manifesta sempre meno favorevole all’UEM,
come dimostrano i movimenti antieuropei del Front National di Le Pen in Francia
e di Grillo in Italia.
Dunque la inedita Unione rischia di essere progressivamente
logorata da una divisione fra i suoi membri che riproduce, a livello degli
Stati, i conflitti di classe al loro interno fra una minoranza di “ricchi” che
detta le regole, e una maggioranza di “poveri” che le subisce con crescenti
difficoltà e sofferenze. E questo costituisce il maggiore rischio di un suo
possibile fallimento.
5 novembre 2013
Tra politiche di austerità e politiche di espansione c'è una guerra di religione
Eh sì, anche se sono religioni
laiche, cioè fedi che si
richiamano a princìpi teorici in conflitto, ma all’interno di una medesima
scienza, quella economica. Sono da un lato il principio dogmatico “neoliberista”
di fine Ottocento, oggi ancora largamente dominante, secondo il quale l’unico
protagonista dei rapporti capitalisti deve essere il mercato che, lasciato libero,
si autoregola, si auto equilibra, assicura la piena occupazione e il migliore
impiego delle risorse, a patto che sia minimo il potere di regolazione dello
Stato. Contro quel principio, dall’altro lato, dopo la sua clamorosa smentita
nella depressione del 1929, è insorto, solitario ma fiero e polemico oppositore,
John Maynard Keynes, il nuovo Lutero di un protestantesimo economico che negava
i dogmi della Chiesa neoliberista, reclamava il ruolo essenziale dello Stato
per contrastare l’inefficienza del mercato e i suoi fallimenti, resi manifesti
dalla disoccupazione di massa e dal crollo delle economie americana ad europea
negli anni Trenta. Quella guerra la vinsero allora Keynes e il suo potente
alleato Roosevelt, resi imbattibili non solo dalla giustezza dei loro princìpi
teorici, ma dalle pressanti ragioni di una guerra devastante e totale, che
implicava non il contributo di un “libero” mercato privato, ma di uno Stato al
comando di intere società impegnate a combattere una guerra totale di civiltà
contro la barbarie del nazifascismo. Venti milioni di morti e l’Europa in
macerie, questo il prezzo di quella guerra, anch’essa vinta per merito del
binomio Keynes-Roosevelt, che aveva dato una solida base alla potenza
capitalista anglosassone attraverso il ruolo equilibratore e propulsore
dell’intervento pubblico. Nel dopoguerra quell’intervento proseguì e fu
determinante nel fare dell’economia europea la protagonista della “età
dell’oro” 1950-1970, e del “welfare state” poi largamente diffuso. Poi
ritornarono le crisi, la caduta dei profitti, la disoccupazione, l’inflazione,
e la classe capitalista ne addossò la colpa all’eccesso di spesa pubblica e di
intervento statale. Il neoliberismo tornò in auge con il duo conservatore
Thatcher-Reagan degli anni ’80-’90, che mise in soffitta l’eredità del duo rivoluzionario
Keynes-Roosevelt. Le conseguenze le conosciamo: il libero mercato si è
globalizzato, emancipandosi dalle regole degli Stati cancellando i loro
confini. Keynes ha perso la guerra territoriale perché le sue ricette non sono
più applicabili nel mondo transnazionale del capitale globale. Ma allora perché
la guerra continua fra i neoliberisti che imperano ovunque con le politiche
della “austerità” e del "pareggio del bilancio" che bloccano l'intervento dello Stato in soccorso della disoccupazione, guidati dal resuscitato imperialismo tedesco, e i
neokeynesiani che predicano una forte azione pubblica perché il resto
dell’Europa non precipiti in un baratro di decadenza e di miseria? Proviamo a
indovinare perché? Perché lo Stato in sé, anche se si tratta della Unione
Europea di nazioni spogliate di molti poteri, rappresenta comunque la bestia
nera dei capitalisti, che è la società
degli uomini, come tale capace magari di imporre freni democratici alla sete di
guadagni speculativi, di usare liberamente la spesa pubblica per ricreare una domanda aggregata, come la predicava
Keynes, che restituisca lavoro e dignità a decine di milioni di famiglie. Che
oggi sono schiave impotenti di un progetto di deindustrializzazione del
centro-Europa che favorisca il piano del nord-Europa a guida tedesca, di essere l’unico
interlocutore privilegiato del mercato globale. Che costituisce, nel mondo
d’oggi, il nuovo lebensraum sognato
ieri dal nazismo, il nuovo spazio vitale mondiale
da aggredire per conservare alcune egemonie nazionali che una vera Unione
Europea metterebbe a rischio.
Non a caso il motto
preferito della Thatcher era “There is no such thing as society”, esistono cioè
solo le “persone” che non possono vantare diritti se non assumono obblighi. I keynesiani considerano invece quella “cosa” che
è la società, il fulcro di ogni civiltà, dunque anche di quella capitalista, che
condiziona l’esistenza di ogni persona, e deve preservarne la dignità. Ecco
perché sono due religioni in guerra.
20 ottobre 2013
Ci governa un uomo tranquillo. Ma forse un po’ troppo
Enrico Letta, competente, onesto, è
quasi un miracolo dopo che il Paese è stato il palcoscenico di un politico quattro
volte Presidente del Consiglio, buffone,
affarista e ladro patentato, evasore di
imposte per milioni di euro al pari di altri milioni di italiani che l’hanno
applaudito e votato, aggravando col suo pessimo esempio il già gravosissimo
onere dei contribuenti. Che deriva dal fatto che noi, insieme agli altri 26
Paesi dell’Unione, abbiamo sottoscritto il “fiscal compact”, ovvero il Patto di
bilancio sul rapporto debito/PIL e l’impegno di far diventare il “pareggio del
bilancio” una norma costituzionale.
Due obbiettivi decisi dagli economisti neoliberisti, ma che gli economisti
seri, cioè quelli che non decidono, ritengono semplicemente folli nella fase di
recessione gravissima in cui siamo. Un fanatico neoliberista è Mario Monti,
sotto il governo del quale la larga intesa che lo sosteneva ha approvato quelle
follie che perpetueranno il disastro in cui siamo precipitati. Ma il bravo
Monti, dopo aver perso le elezioni e
anche il posto di lavoro, come è toccato del resto ad altri tre milioni di suoi
concittadini vittime della politica neoliberista, ha però preservato, a
differenza di loro, il suo lauto reddito rimanendo Senatore a vita di una Repubblica “fondata sul
lavoro”. Scusatemi, ma non è questa una indecente commedia all’italiana? Prima cosa: quella solenne affermazione, scritta
dai costituenti nel 1948 a buon titolo, perché allora non c’era disoccupazione
ma semmai lavoro povero e precario, oggi e semplicemente una indegna ipocrisia,
e quindi va tolta di corsa dalla nostra Costituzione. E seconda cosa: Monti
dovrebbe dimettersi “irrevocabilmente” dal Parlamento come lo ha fatto dal suo partito,
dato che era stato nominato senatore per svolgere un compito politico affidatogli
dalla più alta carica dello Stato, ma che ora non solo non può più svolgere, ma
rinnega in linea di principio con un seguito di scomposti gesti di disprezzo
nei confronti della politica in generale. E allora adesso come la mettiamo?
Quella difficile eredità è toccata, come ho detto, a una persona, competente,
onesta, e persino di “sinistra”. Ma, francamente, mi sorge un dubbio: non è un
po’ troppo impegnato Letta ad assicurare altri anni di stabilità, che significa poi stallo in una situazione sempre più
insostenibile per milioni di famiglie? Ma lui, bravo e tranquillo, se quel
dubbio lo condivide, non fa una piega, seduto con il suo occhio impenetrabile
accanto a un Obama che, giustamente, ha abbastanza guai dai Repubblicani per
volerne di ulteriori da italiani politicamente instabili poiché stanno precipitando
nella miseria a milioni, senza che nessuno se ne curi. La verità è che una
“ripresa” come si deve, quella che restituirebbe loro una occupazione e un
reddito decente, oggi è un miraggio perché osteggiata in Europa dalla
coalizione di una classe, l’unica sopravvissuta nella società di massa, che Stiglitz
ha scovato nell’1 per cento dei
superprivilegiati, che schiacciano il 99 per cento dei restanti cittadini.
Certo Letta non può vincere da solo questa Europa prigioniera
dell’iperliberismo, ma almeno mostri che tanto tranquillo non è, perché la
stabilità può finire per somigliare troppo a una apoplessia. Lui ce l’ha un
progetto per investire Bruxelles di questo angoscioso problema?
15 ottobre 2013
Il Nobel a un economista finito in bancarotta
Questa
volta il tema del blog è un po’ arduo, perché riguarda una questione di scienza
economica. Ma non essendo un economista, cercherò di esporla in modo accessibile
a tutti i lettori. Si tratta di questo: i tre Nobel per l’economia sono stati assegnati quest’anno
a studiosi accademici specializzati nell’analisi dei mercati finanziari e, in
particolare, delle possibilità che hanno gli investitori, soprattutto quelli che sono alla caccia
di lauti guadagni, di prevedere l’andamento
del corso dei titoli. Insomma se tendono al rialzo o al ribasso. Perché infatti
si ottengono lauti guadagni con impieghi di capitali liquidi soprattutto nei
fondi di investimento chiamati hedge
funds, specializzati nella speculazione sugli alti e bassi del valore dei
titoli, e mirati unicamente all’arricchimento, spesso mirabolante, dei singoli
investitori. Dunque, attenzione, si parla di “guadagni” che, derivando dalla speculazione, non devono essere confusi
con i veri e propri “profitti” che si
ottengono dall’investimento di capitali nel commercio o nella produzione,
cioè incrementando l’occupazione, i redditi e quindi la domanda effettiva, insomma
la ricchezza di un paese espressa dal suo PIL. Dunque i tre economisti non mi pare siano
stati premiati per le loro ricerche su questo secondo tipo di impiego dei
capitali, di cui nella recessione e disoccupazione attuale ci sarebbe tanto bisogno,
ma almeno a leggere la stampa, per i loro contributi a rendere più “scientifico”
il metodo per far soldi, tanti soldi, more
money than God, come scrive un noto
saggista americano a proposito del mondo della finanza speculativa. C’è poco da
fare, cosi va il mondo dell’incivile capitalismo odierno. Ma almeno la giuria
svedese avrebbe potuto evitare di premiare uno dei tre economisti, ben noto per
le sue disinvolte piroette teoriche, finite in un patetico fallimento dei suoi
stessi affari. Si tratta di Eugene Fama dell’Università di Chicago, per anni sostenitore
della teoria che il mercato è efficiente, e quindi è vano specularci
sopra. nel senso che tutte le informazioni più rilevanti sul corso dei titoli
sono già espresse dai loro prezzi di
mercato, e un successivo aumento o riduzione
del loro valore sono imprevedibili. Ma nella realtà i mercati non sono affatto
efficienti, e il crollo dei titoli del 1987, che in un solo giorno di contrattazioni
ridusse di un quinto la valutazione di mercato delle imprese americane, aveva
già dato un colpo decisivo alla venerazione nei riguardi della ipotesi di Fama.
Ma se le valutazioni del mercato sono inefficienti, allora era inoppugnabile
che si potevano far soldi con la speculazione, tanto che nel 1988 lo stesso Fama,
insieme a due altri premi Nobel, tutti originariamente campioni del mercato efficiente,
entrarono come soci nel hedge fund Long-Term Capital, che sarebbe in seguito clamorosamente
fallito a seguito di erronee operazioni speculative. Non mi sembra che il Prof.
Fama meritasse il Nobel per una simile disinvolta capriola teorica e pratica, per
di più dopo che nel 2007 la inefficienza dei mercati aveva sconvolto l’economia
mondiale.
25 settembre 2013
Possiamo ancora dire qualcosa di sinistra?
Quando Nanni Moretti manifestava le sue capacità divinatorie annunciandoci con anticipo la orrida deriva del
caimano e il drammatico exit di un Papa che si dimette, pronosticava anche col
suo famoso grido l’attuale destino di confusione ideale e politica del PD. Perché
con quel “qualcosa” alludeva ai molti dubbi
su ciò che c’è da cambiare in quella che è diventa una società di massa persino
nella disoccupazione. In cui gli antagonismi, che non cessano di esistere,
non hanno più sede nella lotta delle classi (come si ostina a scrivere Tronti
su Repubblica) perché quelle sono scomparse, e dunque oggi si spalmano e diffondono in una
lotta quasi sempre silente, ma non meno drammatica, fra l’1 per cento dei cittadini che detiene
il 30/40% della ricchezza nazionale, e il 99 per cento del resto della popolazione
che si divide la differenza. Un divario abissale che, secondo il premio Nobel
Stiglitz, è ormai più o meno comune a tutti
i paesi capitalisti avanzati. Per qualcosa di sinistra oggi si può intendere molte cose. Dalla protesta concreta, vissuta e sofferta di
chi, nella sua attività di lavoro mal pagata, è oggetto di sfruttamento, a quella teorica di chi la intende come un rimedio
collettivo alle ingiustizie e alle disuguaglianze, a quella vista dai politici o dagli economisti,
dagli storici o dai sociologhi , ciascuno convinto che possa essere
meglio concepita dal suo particolare angolo visuale. Ma a nessuno può sfuggire il fatto che ci è preclusa
la conoscenza di quale sia la vera “essenza”
della sinistra, e per dare a quella
parola un significato che ci consenta di
usarla come il riferimento a qualcosa di afferrabile, di concretamente collegata
al nostro vivere, l’unica via praticabile è quella di non formulare più su di essa
idee astratte, ma invece riconoscere gli “effetti” concreti sulla vita che essa
può produrre. Perché chiamarsi di sinistra e dire qualcosa di sinistra, cioè collocarsi dal lato opposto alla conservazione
dei privilegi e delle abissali disuguaglianze,
ha un senso soltanto se ci sono chiari, e possiamo arrivare a condividerli,
i suoi possibili cambiamenti in questo XXI secolo, sulla società, sulla politica,
sull’economia e sulla cultura del sistema globale in cui siamo inseriti. Che
oggi appare totalmente dominato dalla sovranità degli affari e della
speculazione finanziaria, che sono i maggiori responsabili del Grande crollo iniziato
nel 2007. Sapete cos’è che mi piace di Matteo Renzi? Che ha affermato che
essere di sinistra significa investire nella cultura, moltiplicare le
biblioteche, insomma arricchire il
sapere. Questo è un “qualcosa” in cui credo fermamente. Perché, per gli
affaristi, col sapere non si mangia né si fanno soldi, e si capisce troppo.
11 settembre 2013
Lui decadrà ma il suo danno durerà a lungo
Temo che fra i tanti che siamo in attesa che finalmente decada,
che sia tolto di mezzo dai crimini che ha commesso ai danni del nostro paese per
il puro affarismo che ha sempre guidato il suo agire politico, siamo in pochi a
renderci conto del danno da lui prodotto che a lungo peserà,
a causa della vera e propria distruzione che ha provocato della parte – e del
relativo partito – della destra italiana. Eh si, perché facendone il suo personale partito, trasformandolo
in “partito azienda” al servizio suo e del suo patrimonio, per arricchirsi
nella misura che gli era necessaria per corrompere le centinaia di
propagandisti, per asservire le migliaia di devoti di cui si faceva circondare,
per pagare le sue lussuose dimore e la varia servitù maschile e femminile che
doveva soddisfare le sue brame, e per ottenere milioni di incauti e interessati
elettori che gli assicurassero il potere, ha dovuto saccheggiare la finanza pubblica
diventando il frodatore che ora , finalmente, provocherà la fine della sua
carriera di brigante. La nostra democrazia, come vediamo proprio in questi giorni, ne è
uscita azzoppata, e la larga intesa che il nostro saggio Presidente ha voluto a
tutti i costi perché finalmente avessimo un buon governo, ne paga il prezzo zoppicando anch’esso nel suo
difficile cammino. Come tutti sappiamo, la vera democrazia è quella del confronto
fra una destra e una sinistra, fra il PD e…. il PDL che senza di lui non esiste?
Ma contro chi faremo la battaglia elettorale?
7 settembre 2013
Quei deputati vittime dello spettacolo e del pensiero unico
Apparteniamo ormai tutti alla nuova era della informazione e dello spettacolo. Data la immensità del
pubblico che può usare i media e la vastità della scena globale, è altamente
probabile che quanti guardano i teleschermi siano dei semplici spettatori, e
molto raramente degli esperti o
ricercatori. E questo avviene tanto per eventi e notizie lontanissimi da
noi e dai nostri interessi, quanto vicinissimi, per una precisa ragione legata
a questo nostro mondo affollato e tecnologico:
non è più la distanza che ci rende estranei gli uni dagli altri, quanto
la crescente estraneità degli uni dagli altri che ci rende distanti.
È stata la enorme semplificazione e velocizzazione delle
comunicazioni di ogni tipo che ha danneggiato la cultura, assorbendo i il tempo
che le passate generazioni dedicavano alla conversazione, alla lettura, all’apprendimento
e alla riflessione. L’invasione barbarica della attualità sta trasformando
tutto in spettacolo di suoni e luci, cui si assiste senza molto pensare, e
sovente senza darsi una ragione di ciò che si vede succedere e degli effetti
che produrrà sul nostro futuro.
Ma lo spettacolo per sua natura è piatto, quindi impenetrabile tanto sullo schermo quanto sulla
scena, e quindi si presta a non essere
discusso, e men che meno criticato e giudicato. Ecco perché la società dello
spettacolo è un perfetto strumento del
pensiero unico e devoto, che per questo è stato, ed è largamente sfruttato
dalle dittature. Ed è difficile non temere che il pensiero unico ritorni a
essere una grande tentazione nei momenti di maggiore confusione delle idee, e del
drammatico ridursi della cultura e del livello del dibattito.
Siamo dunque sempre più distanti ed estranei, e quindi confusi,
noi membri delle società capitaliste “avanzate”, perciò appartenenti a una
civiltà che però è entrata in una fase di dissesto. Per superare il quale è essenziale non farsi
sopraffare dalla confusione prodotta dall’era dello spettacolo, e riappropriarsi
della conoscenza dalla quale vorrebbe tenerci lontani.
Come invece appaiono
esserlo proprio i deputati del movimento
Cinque stelle, che sono dovuti salire sul tetto della Camera e dare spettacolo, perché ci si accorgesse
della loro esistenza, continuamente offuscata e annichilita dal pensiero unico del
maestro dello spettacolo, che furbescamente li guida.
28 luglio 2013
Quando usciremo dalla trappola della democrazia senza alternanza?
La mia amicizia con Giorgio
Napolitano risale ai lontani anni ’70 e
’80 , lui nella Segreteria del PCI e io semplice deputato. Malgrado la distanza
dei ruoli mi era vicino e solidale quando
gli manifestavo prima i miei dubbi, poi i motivi delle dimissioni dalla Camera
e infine, come transfuga da quel partito,
i miei aperti dissensi che lui mostrava di comprendere e persino, talvolta, di
condividere. Per questa ragione vorrei di nuovo potergli rivolgere un quesito
con la stessa franchezza di allora, gli
stessi dubbi e lo stesso spirito critico di quel tempo lontano, malgrado io sia
rimasto un semplice cittadino e lui sia ridiventato il nostro Presidente. Ma
quel che mi incoraggia a continuare a interrogarlo è la convinzione che quell’amico
di tempi lontani non sarebbe salito così in alto con la imperturbabile calma, dignità
ed energia che mostra in ogni circostanza, se non fosse sempre stato della
stoffa a un tempo ruvida e gentile che è caratteristica degli uomini avvezzi
alle discussioni e alle critiche, perché
convinti di saper perseguire un fine che gli è idealmente
dettato dal solo desiderio di fare il bene del proprio Paese, senza alcun
vantaggio personale. Dunque qualcosa di sideralmente lontano dal sentimento non
solo di chi fa i propri affari, ma persino di chi si dedica al servizio del
pubblico, inevitabilmente ispirato all’etica del guadagno e al culto del denaro,
che è il fondamento della civiltà capitalista. Proprio quella che lui ha prima
avversato come comunista, ma poi ha di
buon grado accettato contribuendo a trasformare il comunismo rivoluzionario in
riformismo parlamentare, anche per dare attuazione al ben noto accordo del 1944
fra Stalin e Churchill in merito al comportamento democratico che i partiti
comunisti in Occidente si impegnavano a seguire.
Ma proprio da quella circostanza è sorta la questione che amerei
discutere con il mio antico amico. Eh si, perché Giorgio Napolitano ha vissuto come
protagonista l’esperimento, unico in Europa, di un patto di non belligeranza fra
un partito conservatore come la DC e uno che aveva radici rivoluzionarie come
il PCI, in virtù del quale si rendevano
entrambi fautori della pace sociale, garantendosi
reciprocamente il diritto esclusivo di governare l’uno, e di stare
all’opposizione l’altro, senza che per quasi mezzo secolo nessuno dei due abbia cercato di rompere quell’accordo che
favoriva la pace mondiale e il miracolo economico italiano. Ebbene non è stato forse
quel patto un primo esperimento di una “larga intesa”? E quello denominato da
Berlinguer “compromesso storico” non intendeva esserne una replica dato che si
riprometteva di escludere l’aperto confronto, e magari il conflitto, fra chi
ancora voleva il superamento del capitalismo e chi lo rifiutava?
Poi sia la prima intesa che il tentativo di una seconda sono
giunti alla fine e sono incominciati gli anni delle politiche truffaldine,
delle inchieste di mani pulite, e di tutto quanto ci ha fatto precipitare nel
gorgo assai sporco del berlusconismo. Di larghe intese non se ne poteva più
fare alcuna perché i due vecchi protagonisti non c’erano più. Ma l’Italia che
dopo il fascismo era stata così a lungo democristiana-comunista, ma mai
propriamente democratica alla maniera occidentale dell’alternanza al governo di
forze politiche contrapposte, fatto salvo
il brevissimo intervallo della malferma
vittoria di Prodi, si preparava a consolidare il regime dell’assolutismo
padronale del Grande Corruttore. E una opportuna legge elettorale che faceva
del Parlamento un organo ingestibile per la democrazia dell’alternanza,
scongiurava definitivamente che questa, in Italia, potesse avverarsi.
Di fronte al caos che ne è derivato e alla avvilente prova della
mancata elezione del nuovo Presidente
della Repubblica, il vecchio sperimentato strumento, chiamatelo patto di non
belligeranza, o compromesso storico, o larga intesa, è ricomparso come
soluzione ideale perché confezionata su misura per un regime politico sempre abbastanza
liberale ma mai autenticamente democratico. E quel che mi spinge a interrogare
l’antico amico è che vorrei sapere da lui, che stimo e rispetto come pochi
altri, se non ritiene che l’ennesima larga intesa del governo Letta che ha
promosso non debba essere, entro un tempo strettamente limitato alla
abrogazione del “Porcellum”, il canto
del cigno della democrazia zoppa che da
troppi decenni domina nel nostro Paese.
Sarebbe la più bella
conclusione della sua straordinaria carriera politica se Giorgio Napolitano dedicasse
il suo secondo mandato alla realizzazione della democrazia dell’alternanza dopo
più di sessant’anni che è stata praticamente
abrogata. Darebbe così un decisivo contributo a fare dei nostri partiti,
come lo sono in altri Paesi europei, delle squadre in competizione per il bene
comune, e non in perenne trattativa per
un potere che può essere solo esercitato mediante la spartizione..
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