Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



28 dicembre 2013

La crescita dell’ingiustizia sociale e dell’indigenza globale non diminuirà col nuovo anno. Ma in Europa…

 
“Nel contesto della repressione sociale e della dilagante disuguaglianza, coloro che sono potenti e privilegiati spesso da un lato parlano di libertà e di progresso ma, dall’altro, imprigionano i loro concittadini in modi che erodono la loro dignità e i loro diritti.”. Così scrive T.Y.Okosun che insegna diritto in una università di Chicago nel suo libro intitolato Social Justice and Increasing Global Destitution, che descrive le responsabilità di coloro che, come sappiamo, nei paesi più avanzati sono generalmente l’uno per cento di potenti e privilegiati, per le condizioni in cui vive il novantanove per cento degli altri cittadini. Di cui fanno parte i “poveri” per via del basso reddito che ricavavano dalla loro occupazione o dalla piccola proprietà di cui dispongono, ma oggi anche gli “indigenti”, cioè coloro che in ogni parte del mondo, quindi anche nei paesi più avanzati, non hanno né una proprietà né un lavoro e sono quindi, come dice Okosun, imprigionati nella disoccupazione. Nel nostro paese in più e per assurdo, secondo la sua Costituzione, anche gli indigenti sono cittadini di una “Repubblica democratica fondata sul lavoro” mentre, grazie al Patto di stabilità sottoscritto nel 1997 dai paesi membri dell'Unione Europea e riguardante il controllo delle rispettive politiche di bilancio, la nostra è ormai una Repubblica fondata sulla disoccupazione di massa. Quel patto doveva servire a rafforzare il percorso d’integrazione monetaria affidata nel 1992 all’adozione dell’euro come moneta comune di Stati ancora sovrani, quindi non federati come quelli che hanno come moneta comune il dollaro. Una situazione paradossale destinata prima o poi a esplodere perché invece di garantire l’uguaglianza fra i diversi Stati dell’euro-zona assicura a quello dominante, cioè alla Germania, una situazione assai più vantaggiosa per la sua crescita basata sulle esportazioni di quella che le offrirebbe una moneta nazionale, che sarebbe molto più esposta a fluttuazioni nel mercato dei cambi di quella controllata dalla Banca centrale europea. Dunque abbiamo una moneta potenzialmente federale in una Europa di Stati ancora nazionali, membri di una Unione che non si decide a diventare una Federazione, incapace quindi di assumere un ruolo nell’economia globale che la Germania, da sola, non è certo in grado di assicurarle. Ma nel 2014 scatta una importante novità che potrebbe essere un primo passo verso una Unione federale. Inizia cioè a operare uno dei cinque Fondi di investimento europei che operano all’interno di un quadro comune per aiutare gli Stati membri a ripristinare la crescita e l’occupazione. Mi pare che sia il caso, allora, di augurare Buone Feste di Lavoro per il prossimo anno ai milioni di adulti e di giovani che non chiedono altro per salvare la loro dignità e i loro diritti.

16 dicembre 2013

Ma vogliamo capire che la sinistra è solo una possibile direzione?

“Purtroppo la sinistra in quanto a "stupidario" ha delle responsabilità immense”. Così mi scrive in una mail una persona che, in modo molto civile, manifesta il suo dissenso rispetto al mio pensiero. Mi consenta di approfittarne per assumere quella sua dichiarazione in senso simbolico, cioè come un modo implicito di intendere la “sinistra” che ritengo obsoleto, più o meno come un elettrodomestico degli anni Cinquanta, che è tempo di rottamare. Proprio come dice Renzi che, con il solito scandalo di quanti sono convinti che la ragione per essere buona deve essere minoritaria, mi piace perché rappresenta un modo di pensare che riscuote un così maggioritario consenso nella generazione che ora deve gestire il futuro. E perché mai sarebbe da rottamare, dunque da sostituire con una apparecchiatura mentale e istituzionale tecnologicamente più avanzata? “Tecnologicamente”? Ma sì, nel senso che un mio vecchio maestro, al quale spesso ricorro per orientarmi nel tempo in cui vivo, esprime con queste parole: “La tecnologia svela il comportamento attivo dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione della sua vita, e con essi anche l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali vitali e delle idee dell’intelletto che ne scaturiscono” (Marx, Il capitale, nota nel cap. 13, corsivi miei). Avete capito, vero? Lui voleva dire che anche le idee devono andare avanti con innovazioni non diverse da quelle che costantemente cambiano le cose del mondo che ci circonda. E allora io propongo questa innovazione: la sinistra smette di essere una cosa speciale e, come nel linguaggio più comune a tutti, diventa una possibile direzione nel cammino di tutti. Quel tutti lo intendo e lo suggerisco come Francesco Piccolo nel suo bel libro intitolato “Il desiderio di essere come tutti”. Cioè abbandonando una buona volta l’atteggiamento, che lui definisce addirittura “reazionario”, della sinistra che si compiaceva di essere minoranza perché solo così provava la sua superiorità. Questi, della società di massa, non sono più tempi per avere ragione, ma per ragionare in modo consono ai giganteschi problemi che affliggono quella che non ha una parte troppo piccola della torta, ma che proprio non la mangia, perché è prevalentemente riservata all’uno per cento dei vincenti, mentre lei è la somma dei perdenti. Cioè dei “forconi” che erano strumenti medievali e che ora, in quest’epoca di modernità che procede come i granchi, sono la realtà di una condizione di esclusione comune alla massa, appunto, dei perdenti ovunque si trovino. Come scrive Marco Revelli sul Manifesto, nei giovani che non trovano un lavoro, nei negozianti e imprenditori costretti a chiudere bottega, nelle famiglie sfrattate perché non possono più pagare l’affitto, negli anziani che hanno una pensione da fame o non ne hanno alcuna. Questa è diventata oggi la Affluent Society, la Società del benessere di cui parlava solo cinquant’anni fa il famoso economista Galbraith.

 

5 dicembre 2013

La benefica distruzione di un ordine

Con ammirevole candore in una intervista a Die Zeit, riportata su la Repubblica del 5 dicembre, “Padre” Georg Gaenswein, divenuto “per ubbidienza” segretario di Papa Francesco “di giorno”, dopo esserlo stato del dimissionario Ratzinger presso il quale, però, ritorna “di sera”, si dichiara francamente insoddisfatto della piega che hanno preso le cose nella Chiesa Cattolica con la distruzione di un ordine secolare. Ma sì, insoddisfatto perché prima Georg si sentiva “un alto sacerdote della tradizione” mentre ora, evidentemente, è diventato un basso prelato di una rivoluzione. Ma di una che nel suo intimo, e poi pubblicamente sulla stampa conservatrice tedesca, Georg ravvisa come contraria al “concentrato di saggezza della Chiesa” rappresentato, secondo il suo giudizio, dal passato pontificato di Ratzinger. Ma bravo Georg, ci volevano lui e la sua preziosa testimonianza per darci la conferma, la triste conferma, che il germanesimo non si stanca di essere reazionario. Come se, per fare un solo esempio, la rivoluzionaria Rosa Luxenburg, assassinata nel gennaio 1919 dai soldati di un governo socialdemocratico tedesco, fosse stata una degli ultimi esemplari di una razza poi estinta. Per carità, lei era una comunista, e noi siamo stati avvisati dalla Storia che quel movimento avrebbe poi partorito uno Stalin, mentre la Germania si contentava di produrre un Hitler e noi, ancora più modestamente all’italiana, un Mussolini. E va bene, però ci si ricordi in Europa che in Italia è stato posto riparo a quella imperdonabile follia con la Resistenza, e dunque con il sacrificio di centinaia di martiri partigiani, assassinati dai nazisti e dai fascisti loro complici, durante l’occupazione tedesca del nostro Nord nel 1944. Invece, purtroppo, una Resistenza in Germania non c’è stata, eccetto il sacrificio di alcuni organizzatori del fallito complotto per assassinare il Fuhrer. Peccato, sia per i tedeschi che per tutti gli europei che hanno poi tanto volentieri accolto, insieme all’Italia, anche la Germania nella UE, seppellendo il ricordo delle nefandezze nazifasciste nel fossa comune della storia insieme ai resti di tanti altri assolutismi. Ma, cittadini tedeschi, vogliate almeno ricordare che fra i principali fondatori della UE c’è stato, assieme ad Alcide De Gasperi e a Jean Monet, il vostro Konrad Adenauer. Cosa direbbe oggi di questo vostro sprezzante europeismo Germano-centrico che occulta un nazionalismo adatto al capitalismo globale?

3 dicembre 2013

La clerico-diplomazia di un Presidente del Consiglio della nostra sinistra

Perché mai il nostro Presidente del Consiglio Enrico Letta, il giorno prima del vertice italo-israeliano a Villa Madama, ha fatto il suo incontro con quello di Israele Benjamin Netanyahu nella Sinagoga di Roma, coprendosi il capo con la kippah, cioè la coppola usata obbligatoriamente dagli Ebrei osservanti maschi nei loro luoghi di culto? Dato che Netanyahu era in visita in Italia, e non Letta in Israele, avrebbero semmai dovuto incontrarsi, nello spirito di dedizione alle rispettiva religioni rivelate che evidentemente anima entrambi, non nella Sinagoga ebraica ma nella Sacrosanta Cattedrale Papale Arcibasilica Romana Maggiore del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano, che è “madre e capo” di tutte le chiese di Roma. Non vi pare? Insomma, qui si capovolgono le buone maniere della diplomazia clericale. Ma soprattutto si smentisce, da parte del nostro Presidente del Consiglio, la laicità dello Stato che è il fondamento essenziale di ogni possibile “resistenza”, nelle sue parole, “alle spinte della violenza, prima verbale e poi fisica, dell'intolleranza, della xenofobia e del razzismo".  Purtroppo la politica di Israele verso i Palestinesi non è proprio ispirata a quei principi, come Letta sa bene. E quindi in nome della laicità, che è il primo baluardo della tolleranza, i luoghi di culto non devono essere mai la sede di incontri diplomatici. La religione e la politica, quando si fondono, in ogni epoca storica producono forme di assolutismo e di razzismo di cui, in special modo, proprio gli Ebrei sono stati le vittime con milioni di martiri prima dei pogrom nei primi decenni del Novecento, e poi dell’Olocausto durante il nazifascismo. Allora, Capi di Stato e Dirigenti politici, state lontani dai luoghi di culto, dato che le questioni che dibattete non sono oggetto di fedi, ma di opinioni e di giudizi critici della ragione sul da farsi nella sfera pubblica, che sono la unica legittima materia della politica nelle democrazie moderne.

29 novembre 2013

Un post che poi, anche lui, ha straripato


Proprio così, perché imitando metaforicamente un evento naturale ormai frequente, avevo cominciato a buttare giù qualche idea per questo Blog sulle ragioni storiche, e cioè non puramente “economiche” (come pretendono gli addetti alla analisi accademica del nostro tempo), della situazione attuale nella quale è così concentrato il benessere e così ampiamente diffuso il malessere, soprattutto nelle giovani generazioni. E invece ho straripato anch’io avventurandomi a scrivere un libro su quell’argomento che forse, un giorno o l’altro, potreste leggere. Proprio così, un’avventura, perché le ragioni storiche, cioè quelle che ci provengono dal passato, hanno una brutta abitudine: di essere riconoscibili e quindi descrivibili unicamente sulla base di interpretazioni, cioè dei possibili racconti che se ne possono offrire. Perché, inevitabilmente, persino quelli che vengono definiti dei “fatti” statisticamente accertati, sono stati prescelti tra gli innumerevoli che sono avvenuti in base a criteri del tutto soggettivi di chi li cita per suffragare il proprio parere. Ma sì, la vecchia pretesa che il passato, che non c’è proprio più, possa essere ricostruito tal quale effettivamente è stato, era basata sulla assunzione del tutto cervellotica che non occorre essere testimoni di ciò che accade per descriverlo con qualche pretesa di oggettività. Ho detto “qualche” in quanto, persino per un testimone, le ipotesi disponibili e minimamente razionali sono tantissime perché soggettive e anche, oserei dire, umorali nel senso che riflettono lo stato d’animo di chi assiste a ciò che avviene. Per non parlare, perciò, di chi lo racconta servendosi di testimonianze o di racconti altrui. E allora? Come si può fare che in un racconto, che pure non abbia la pretesa metafisica di riprodurre oggettivamente il passato, se ne dia conto senza cadere in troppo fantasiose rappresentazioni? Beh, non è facile ma possibile, se persino Benedetto Croce affermava che “la fantasia è indispensabile allo storico: la narrazione vuota, il concetto senza intuizione e fantasia, sono affatto sterili.”. Dunque capirete che ho buone ragioni per essere preoccupato in ogni occasione - e per fortuna sono molto rare - in cui mi avventuro a scrivere di storia, ma posso di nuovo servirmi del saggio parere di Croce per assumermi quel difficile compito. Quando afferma che il racconto del passato deve essere in ogni caso fatto rivivere dallo storico attraverso una critica e una fantasia che sorgono dal suo presente «in quanto faccia viva esperienza degli accadimenti di cui si prende a narrare la storia». E far viva esperienza di essi, secondo Croce, è un principio che deve valere per il passato in generale, anche remoto, a condizione che venga interpretato, da chi lo racconta, «alla luce degli interessi odierni», in quanto desideri restituirgli un ruolo attivo, e così renderlo contemporaneo. Ed è in questo senso che per Croce «ogni vera storia è storia contemporanea». Niente male vero? Soprattutto per chi coltiva gli scrupoli della possibile verosimiglianza di ciò che scrive con quel che è successo nel mondo della vita. Dunque coraggio, vale la pena arrischiarsi a scrivere di storia quando, come nel mio caso, serve a scongiurare di viverla o di apprenderla caricandosi l’animo di inutili amarezze. Non vi pare?

19 novembre 2013

Secondo un finlandese non siamo ancora abbastanza austeri


Per un fanatico della austerità come Olli Rehn, Commissario europeo per gli affari economici e monetari, l’Unione Europea va ridivisa in paesi buoni e paesi cattivi. E questo, a lungo andare, può segnarne la fine. Eppure era destinata a un sicuro successo perché la civiltà capitalista in Occidente aveva tramutato le rivalità belliche fra i vecchi Stati nazionali in rivalità economiche, risolvibili da patti che facessero dell’Europa stessa un unico Stato. Ma il processo di integrazione, proprio perché rompeva con una secolare tradizione di guerre, è stato di difficile attuazione, ed è lungi dall’essere compiuto. In sintesi queste sono state finora le sue tappe.

Quello di Roma del 1958 e di Maastricht del 1993, sono i Trattati fondativi della Unione economica e monetaria europea (UEM) attraverso successive fasi. Realizzarono una convergenza istituzionale con l'obiettivo di uniformare gli ordinamenti nazionali sulle gestioni della politica monetaria, vietando il finanziamento del disavanzo pubblico attraverso le banche centrali. E inoltre una convergenza economica con l'obiettivo di stabilizzare prezzi, tassi di cambio e tassi d'interesse nella futura area dell’"euro", la nuova unità monetaria europea. Il Consiglio europeo adottò nel giugno 1997 il Patto di stabilità e crescita, volto a garantire la disciplina di bilancio nell'ambito della UEM. Nel maggio 1998 verificò che 11 Stati membri - Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo e Finlandia - soddisfacevano le condizioni per l'adozione della moneta unica. Nel gennaio 1999 ebbe inizio l’ultima fase con la conduzione di una politica monetaria unica sotto la responsabilità della Banca Centrale Europea. Le banconote in euro sarebbero state immesse in circolazione il 1º gennaio 2002.

Però già nel 2004 gli economisti Richard Baldwin e Charles Wyplosz, nel loro libro The Economics of European Integration, affermavano che la creazione di un'unione monetaria non era economicamente vantaggiosa poiché poteva peggiorare una situazione già dolorosa di alta disoccupazione. La sua sopravvivenza avrebbe inoltre richiesto un passo ulteriore verso un'Europa federale a spese degli Stati-nazione.

Quel passo, lo sappiamo, non è stato ancora compiuto, la BCE non ha i poteri di battere moneta come la Federal Reserve, e gli Stati membri della Unione Europea, hanno ripreso a dividersi in aree contrapposte. Quella del Nord, capeggiata dalla Germania, che è dominante negli indirizzi di politica economica decisi a Bruxelles e ispirati alla scuola liberista che impone, col Patto di stabilità e crescita del 1997, la regola dei bilanci in pareggio, cioè il guinzaglio dell’austerità. E quella del Centro Sud, sempre più indebolita da quel guinzaglio, incapace di rompere la coalizione nordica che la opprime, si manifesta sempre meno favorevole all’UEM, come dimostrano i movimenti antieuropei del Front National di Le Pen in Francia e di Grillo in Italia.
Dunque la inedita Unione rischia di essere progressivamente logorata da una divisione fra i suoi membri che riproduce, a livello degli Stati, i conflitti di classe al loro interno fra una minoranza di “ricchi” che detta le regole, e una maggioranza di “poveri” che le subisce con crescenti difficoltà e sofferenze. E questo costituisce il maggiore rischio di un suo possibile fallimento.

5 novembre 2013

Tra politiche di austerità e politiche di espansione c'è una guerra di religione

Eh sì, anche se sono religioni laiche, cioè fedi che si richiamano a princìpi teorici in conflitto, ma all’interno di una medesima scienza, quella economica. Sono da un lato il principio dogmatico “neoliberista” di fine Ottocento, oggi ancora largamente dominante, secondo il quale l’unico protagonista dei rapporti capitalisti deve essere il mercato che, lasciato libero, si autoregola, si auto equilibra, assicura la piena occupazione e il migliore impiego delle risorse, a patto che sia minimo il potere di regolazione dello Stato. Contro quel principio, dall’altro lato, dopo la sua clamorosa smentita nella depressione del 1929, è insorto, solitario ma fiero e polemico oppositore, John Maynard Keynes, il nuovo Lutero di un protestantesimo economico che negava i dogmi della Chiesa neoliberista, reclamava il ruolo essenziale dello Stato per contrastare l’inefficienza del mercato e i suoi fallimenti, resi manifesti dalla disoccupazione di massa e dal crollo delle economie americana ad europea negli anni Trenta. Quella guerra la vinsero allora Keynes e il suo potente alleato Roosevelt, resi imbattibili non solo dalla giustezza dei loro princìpi teorici, ma dalle pressanti ragioni di una guerra devastante e totale, che implicava non il contributo di un “libero” mercato privato, ma di uno Stato al comando di intere società impegnate a combattere una guerra totale di civiltà contro la barbarie del nazifascismo. Venti milioni di morti e l’Europa in macerie, questo il prezzo di quella guerra, anch’essa vinta per merito del binomio Keynes-Roosevelt, che aveva dato una solida base alla potenza capitalista anglosassone attraverso il ruolo equilibratore e propulsore dell’intervento pubblico. Nel dopoguerra quell’intervento proseguì e fu determinante nel fare dell’economia europea la protagonista della “età dell’oro” 1950-1970, e del “welfare state” poi largamente diffuso. Poi ritornarono le crisi, la caduta dei profitti, la disoccupazione, l’inflazione, e la classe capitalista ne addossò la colpa all’eccesso di spesa pubblica e di intervento statale. Il neoliberismo tornò in auge con il duo conservatore Thatcher-Reagan degli anni ’80-’90, che mise in soffitta l’eredità del duo rivoluzionario Keynes-Roosevelt. Le conseguenze le conosciamo: il libero mercato si è globalizzato, emancipandosi dalle regole degli Stati cancellando i loro confini. Keynes ha perso la guerra territoriale perché le sue ricette non sono più applicabili nel mondo transnazionale del capitale globale. Ma allora perché la guerra continua fra i neoliberisti che imperano ovunque con le politiche della “austerità” e del "pareggio del bilancio" che bloccano l'intervento dello Stato in soccorso della disoccupazione, guidati dal resuscitato imperialismo tedesco, e i neokeynesiani che predicano una forte azione pubblica perché il resto dell’Europa non precipiti in un baratro di decadenza e di miseria? Proviamo a indovinare perché? Perché lo Stato in sé, anche se si tratta della Unione Europea di nazioni spogliate di molti poteri, rappresenta comunque la bestia nera dei capitalisti, che è la società degli uomini, come tale capace magari di imporre freni democratici alla sete di guadagni speculativi, di usare liberamente la spesa pubblica per ricreare una domanda aggregata, come la predicava Keynes, che restituisca lavoro e dignità a decine di milioni di famiglie. Che oggi sono schiave impotenti di un progetto di deindustrializzazione del centro-Europa che favorisca il piano del nord-Europa a guida tedesca, di essere l’unico interlocutore privilegiato del mercato globale. Che costituisce, nel mondo d’oggi, il nuovo lebensraum sognato ieri dal nazismo, il nuovo spazio vitale mondiale da aggredire per conservare alcune egemonie nazionali che una vera Unione Europea metterebbe a rischio.
Non a caso il motto preferito della Thatcher era “There is no such thing as society”, esistono cioè solo le “persone” che non possono vantare diritti se non assumono obblighi.  I keynesiani considerano invece quella “cosa” che è la società, il fulcro di ogni civiltà, dunque anche di quella capitalista, che condiziona l’esistenza di ogni persona, e deve preservarne la dignità. Ecco perché sono due religioni in guerra.


20 ottobre 2013

Ci governa un uomo tranquillo. Ma forse un po’ troppo


Enrico Letta, competente, onesto, è quasi un miracolo dopo che il Paese è stato il palcoscenico di un politico quattro volte Presidente del Consiglio,  buffone, affarista e ladro patentato,  evasore di imposte per milioni di euro al pari di altri milioni di italiani che l’hanno applaudito e votato, aggravando col suo pessimo esempio il già gravosissimo onere dei contribuenti. Che deriva dal fatto che noi, insieme agli altri 26 Paesi dell’Unione, abbiamo sottoscritto il “fiscal compact”, ovvero il Patto di bilancio sul rapporto debito/PIL e l’impegno di far diventare il “pareggio del bilancio” una norma costituzionale. Due obbiettivi decisi dagli economisti neoliberisti, ma che gli economisti seri, cioè quelli che non decidono, ritengono semplicemente folli nella fase di recessione gravissima in cui siamo. Un fanatico neoliberista è Mario Monti, sotto il governo del quale la larga intesa che lo sosteneva ha approvato quelle follie che perpetueranno il disastro in cui siamo precipitati. Ma il bravo Monti, dopo aver perso le elezioni  e anche il posto di lavoro, come è toccato del resto ad altri tre milioni di suoi concittadini vittime della politica neoliberista, ha però preservato, a differenza di loro, il suo lauto reddito rimanendo Senatore  a vita di una Repubblica “fondata sul lavoro”. Scusatemi, ma non è questa una indecente commedia all’italiana?  Prima cosa: quella solenne affermazione, scritta dai costituenti nel 1948 a buon titolo, perché allora non c’era disoccupazione ma semmai lavoro povero e precario, oggi e semplicemente una indegna ipocrisia, e quindi va tolta di corsa dalla nostra Costituzione. E seconda cosa: Monti dovrebbe dimettersi “irrevocabilmente” dal Parlamento come lo ha fatto dal suo partito, dato che era stato nominato senatore per svolgere un compito politico affidatogli dalla più alta carica dello Stato, ma che ora non solo non può più svolgere, ma rinnega in linea di principio con un seguito di scomposti gesti di disprezzo nei confronti della politica in generale. E allora adesso come la mettiamo? Quella difficile eredità è toccata, come ho detto, a una persona, competente, onesta, e persino di “sinistra”. Ma, francamente, mi sorge un dubbio: non è un po’ troppo impegnato Letta ad assicurare altri anni di stabilità, che significa poi stallo in una situazione sempre più insostenibile per milioni di famiglie? Ma lui, bravo e tranquillo, se quel dubbio lo condivide, non fa una piega, seduto con il suo occhio impenetrabile accanto a un Obama che, giustamente, ha abbastanza guai dai Repubblicani per volerne di ulteriori da italiani politicamente instabili poiché stanno precipitando nella miseria a milioni, senza che nessuno se ne curi. La verità è che una “ripresa” come si deve, quella che restituirebbe loro una occupazione e un reddito decente, oggi è un miraggio perché osteggiata in Europa dalla coalizione di una classe, l’unica sopravvissuta nella società di massa, che Stiglitz ha scovato nell’1 per cento dei  superprivilegiati, che schiacciano il 99 per cento dei restanti cittadini. Certo Letta non può vincere da solo questa Europa prigioniera dell’iperliberismo, ma almeno mostri che tanto tranquillo non è, perché la stabilità può finire per somigliare troppo a una apoplessia. Lui ce l’ha un progetto per investire Bruxelles di questo angoscioso problema?

15 ottobre 2013

Il Nobel a un economista finito in bancarotta

Questa volta il tema del blog è un po’ arduo, perché riguarda una questione di scienza economica. Ma non essendo un economista, cercherò di esporla in modo accessibile a tutti i lettori. Si tratta di questo: i tre Nobel  per l’economia sono stati assegnati quest’anno a studiosi accademici specializzati nell’analisi dei mercati finanziari e, in particolare, delle possibilità che hanno gli investitori, soprattutto quelli che sono alla caccia di lauti guadagni, di prevedere l’andamento del corso dei titoli. Insomma se tendono al rialzo o al ribasso. Perché infatti si ottengono lauti guadagni con impieghi di capitali liquidi soprattutto nei fondi di investimento chiamati hedge funds, specializzati nella speculazione sugli alti e bassi del valore dei titoli, e mirati unicamente all’arricchimento, spesso mirabolante, dei singoli investitori. Dunque, attenzione, si parla di “guadagni” che, derivando dalla speculazione, non devono essere confusi con i veri e propri  “profitti” che si ottengono dall’investimento di capitali nel commercio o nella produzione, cioè incrementando l’occupazione, i redditi e quindi la domanda effettiva, insomma la ricchezza di un paese espressa dal suo PIL. Dunque i tre economisti non mi pare siano  stati premiati per le loro ricerche su questo secondo tipo di impiego dei capitali, di cui nella recessione e disoccupazione attuale ci sarebbe tanto bisogno, ma almeno a leggere la stampa, per i loro contributi a rendere più “scientifico” il metodo per far soldi, tanti soldi, more money than God,  come scrive un noto saggista americano a proposito del mondo della finanza speculativa. C’è poco da fare, cosi va il mondo dell’incivile capitalismo odierno. Ma almeno la giuria svedese avrebbe potuto evitare di premiare uno dei tre economisti, ben noto per le sue disinvolte piroette teoriche, finite in un patetico fallimento dei suoi stessi affari. Si tratta di Eugene Fama dell’Università di Chicago, per anni sostenitore della teoria che il mercato è efficiente, e quindi è vano specularci sopra. nel senso che tutte le informazioni più rilevanti sul corso dei titoli sono già espresse dai loro prezzi  di mercato, e un successivo aumento  o riduzione del loro valore sono imprevedibili. Ma nella realtà i mercati non sono affatto efficienti, e il crollo dei titoli del 1987, che in un solo giorno di contrattazioni ridusse di un quinto la valutazione di mercato delle imprese americane, aveva già dato un colpo decisivo alla venerazione nei riguardi della ipotesi di Fama. Ma se le valutazioni del mercato sono inefficienti, allora era inoppugnabile che si potevano far soldi con la speculazione, tanto che nel 1988 lo stesso Fama, insieme a due altri premi Nobel, tutti originariamente campioni del mercato efficiente, entrarono come soci nel hedge fund Long-Term Capital, che sarebbe in seguito clamorosamente fallito a seguito di erronee operazioni speculative. Non mi sembra che il Prof. Fama meritasse il Nobel per una simile disinvolta capriola teorica e pratica, per di più dopo che nel 2007 la inefficienza dei mercati aveva sconvolto l’economia mondiale.


25 settembre 2013

Possiamo ancora dire qualcosa di sinistra?

Quando  Nanni Moretti  manifestava le sue capacità divinatorie  annunciandoci con anticipo la orrida deriva del caimano e il drammatico exit di un Papa che si dimette, pronosticava anche col suo famoso grido l’attuale destino di confusione ideale e politica del PD. Perché con quel  “qualcosa” alludeva ai molti dubbi su ciò che c’è da cambiare in quella che è diventa una società di massa  persino nella disoccupazione. In cui gli antagonismi, che non cessano di esistere, non hanno più sede nella lotta delle classi (come si ostina a scrivere Tronti su Repubblica) perché quelle sono scomparse,  e dunque oggi si spalmano e diffondono in una lotta quasi sempre silente, ma non meno drammatica, fra l’1 per cento dei cittadini che detiene il 30/40% della ricchezza nazionale, e il 99 per cento del resto della popolazione che si divide la differenza. Un divario abissale che, secondo il premio Nobel Stiglitz,  è ormai più o meno comune a tutti i paesi capitalisti avanzati. Per qualcosa di sinistra oggi si  può intendere molte cose.  Dalla protesta concreta, vissuta e sofferta di chi, nella sua attività di lavoro mal pagata, è oggetto di sfruttamento,  a quella teorica di chi la intende come un rimedio collettivo alle ingiustizie e alle disuguaglianze,  a quella vista dai politici o dagli economisti, dagli storici o dai sociologhi , ciascuno convinto che possa essere meglio concepita dal suo particolare angolo visuale.  Ma a nessuno può sfuggire il fatto che ci è preclusa la conoscenza di quale sia la vera  “essenza” della sinistra,  e per dare a quella parola  un significato che ci consenta di usarla come il riferimento a qualcosa di afferrabile, di concretamente collegata al nostro vivere, l’unica via praticabile è quella di non formulare più su di essa idee astratte, ma invece riconoscere gli “effetti” concreti sulla vita che essa può produrre. Perché chiamarsi di sinistra e dire qualcosa di sinistra, cioè  collocarsi dal lato opposto alla conservazione dei privilegi e delle abissali disuguaglianze,  ha un senso soltanto se ci sono chiari, e possiamo arrivare a condividerli, i suoi possibili cambiamenti in questo XXI secolo, sulla società, sulla politica, sull’economia e sulla cultura del sistema globale in cui siamo inseriti. Che oggi appare totalmente dominato dalla sovranità degli affari e della speculazione finanziaria, che sono i maggiori responsabili del Grande crollo iniziato nel 2007. Sapete cos’è che mi piace di Matteo Renzi? Che ha affermato che essere di sinistra significa investire nella cultura, moltiplicare le biblioteche,  insomma arricchire il sapere. Questo è un “qualcosa” in cui credo fermamente. Perché, per gli affaristi, col sapere non si mangia né si fanno soldi, e si capisce troppo.


11 settembre 2013

Lui decadrà ma il suo danno durerà a lungo

Temo che fra i tanti che siamo in attesa che finalmente decada, che sia tolto di mezzo dai crimini che ha commesso ai danni del nostro paese per il puro affarismo che ha sempre guidato il suo agire politico, siamo in pochi a renderci conto del danno da lui prodotto che a lungo peserà, a causa della vera e propria distruzione che ha provocato della parte – e del relativo partito – della destra italiana. Eh si, perché facendone il suo personale partito, trasformandolo in “partito azienda” al servizio suo e del suo patrimonio, per arricchirsi nella misura che gli era necessaria per corrompere le centinaia di propagandisti, per asservire le migliaia di devoti di cui si faceva circondare, per pagare le sue lussuose dimore e la varia servitù maschile e femminile che doveva soddisfare le sue brame, e per ottenere milioni di incauti e interessati elettori che gli assicurassero il potere, ha dovuto saccheggiare la finanza pubblica diventando il frodatore che ora , finalmente, provocherà la fine della sua carriera di brigante. La nostra democrazia, come vediamo proprio in questi giorni, ne è uscita azzoppata, e la larga intesa che il nostro saggio Presidente ha voluto a tutti i costi perché finalmente avessimo un buon governo,  ne paga il prezzo zoppicando anch’esso nel suo difficile cammino. Come tutti sappiamo, la vera democrazia è quella del confronto fra una destra e una sinistra, fra il PD e…. il PDL che senza di lui non esiste? Ma contro chi faremo la battaglia elettorale?


7 settembre 2013

Quei deputati vittime dello spettacolo e del pensiero unico

Apparteniamo ormai tutti alla nuova era della informazione e dello spettacolo. Data la immensità del pubblico che può usare i media e la vastità della scena globale, è altamente probabile che quanti guardano i teleschermi siano dei semplici spettatori, e molto raramente degli esperti o  ricercatori. E questo avviene tanto per eventi e notizie lontanissimi da noi e dai nostri interessi, quanto vicinissimi, per una precisa ragione legata a questo nostro mondo affollato e tecnologico:
non è più la distanza che ci rende estranei gli uni dagli altri, quanto la crescente estraneità degli uni dagli altri che ci rende distanti.
È stata la enorme semplificazione e velocizzazione delle comunicazioni di ogni tipo che ha danneggiato la cultura, assorbendo i il tempo che le passate generazioni dedicavano alla conversazione, alla lettura, all’apprendimento e alla riflessione. L’invasione barbarica della attualità sta trasformando tutto in spettacolo di suoni e luci, cui si assiste senza molto pensare, e sovente senza darsi una ragione di ciò che si vede succedere e degli effetti che produrrà sul nostro futuro.
Ma lo spettacolo per sua natura è piatto, quindi impenetrabile tanto sullo schermo quanto sulla scena,  e quindi si presta a non essere discusso, e men che meno criticato e giudicato. Ecco perché la società dello spettacolo è un perfetto strumento del pensiero unico e devoto, che per questo è stato, ed è largamente sfruttato dalle dittature. Ed è difficile non temere che il pensiero unico ritorni a essere una grande tentazione nei momenti di maggiore confusione delle idee, e del drammatico ridursi della cultura e del livello del dibattito.
Siamo dunque sempre più distanti ed estranei, e quindi confusi, noi membri delle società capitaliste “avanzate”, perciò appartenenti a una civiltà che però è entrata in una fase di dissesto.  Per superare il quale è essenziale non farsi sopraffare dalla confusione prodotta dall’era dello spettacolo, e riappropriarsi della conoscenza dalla quale vorrebbe tenerci lontani. 
Come invece appaiono esserlo proprio i  deputati del movimento Cinque stelle, che sono dovuti salire sul tetto della Camera e dare spettacolo, perché ci si accorgesse della loro esistenza, continuamente offuscata e annichilita dal pensiero unico del maestro dello spettacolo, che furbescamente li guida.

28 luglio 2013

Quando usciremo dalla trappola della democrazia senza alternanza?

La mia amicizia  con Giorgio Napolitano  risale ai lontani anni ’70 e ’80 , lui nella Segreteria del PCI e io semplice deputato. Malgrado la distanza dei ruoli  mi era vicino e solidale quando gli manifestavo prima i miei dubbi, poi i motivi delle dimissioni dalla Camera e infine,  come transfuga da quel partito, i miei aperti dissensi che lui mostrava di comprendere e persino, talvolta, di condividere. Per questa ragione vorrei di nuovo potergli rivolgere un quesito con la stessa franchezza di allora,  gli stessi dubbi e lo stesso spirito critico di quel tempo lontano, malgrado io sia rimasto un semplice cittadino e lui sia ridiventato il nostro Presidente. Ma quel che mi incoraggia a continuare a interrogarlo è la convinzione che quell’amico di tempi lontani non sarebbe salito così in alto con la imperturbabile calma, dignità ed energia che mostra in ogni circostanza, se non fosse sempre stato della stoffa a un tempo ruvida e gentile che è caratteristica degli uomini avvezzi alle discussioni e alle critiche,  perché convinti  di saper  perseguire un fine che gli è idealmente dettato dal solo desiderio di fare il bene del proprio Paese, senza alcun vantaggio personale. Dunque qualcosa di sideralmente lontano dal sentimento non solo di chi fa i propri affari, ma persino di chi si dedica al servizio del pubblico, inevitabilmente ispirato all’etica del guadagno e al culto del denaro, che è il fondamento della civiltà capitalista. Proprio quella che lui ha prima avversato  come comunista, ma poi ha di buon grado accettato contribuendo a trasformare il comunismo rivoluzionario in riformismo parlamentare, anche per dare attuazione al ben noto accordo del 1944 fra Stalin e Churchill in merito al comportamento democratico che i partiti comunisti in Occidente si impegnavano a seguire.
Ma proprio da quella circostanza è sorta la questione che amerei discutere con il mio antico amico. Eh si, perché  Giorgio Napolitano ha vissuto come protagonista l’esperimento, unico in Europa, di un patto di non belligeranza fra un partito conservatore come la DC e uno che aveva radici rivoluzionarie come il PCI, in virtù del quale  si rendevano entrambi  fautori della pace sociale, garantendosi reciprocamente il diritto esclusivo di governare l’uno, e di stare all’opposizione l’altro, senza che per quasi mezzo secolo nessuno dei due  abbia cercato di rompere quell’accordo che favoriva la pace mondiale e il miracolo economico italiano. Ebbene non è stato forse quel patto un primo esperimento di una “larga intesa”? E quello denominato da Berlinguer “compromesso storico” non intendeva esserne una replica dato che si riprometteva di escludere l’aperto confronto, e magari il conflitto, fra chi ancora voleva il superamento del capitalismo e chi lo rifiutava?
Poi sia la prima intesa che il tentativo di una seconda sono giunti alla fine e sono incominciati gli anni delle politiche truffaldine, delle inchieste di mani pulite, e di tutto quanto ci ha fatto precipitare nel gorgo assai sporco del berlusconismo. Di larghe intese non se ne poteva più fare alcuna perché i due vecchi protagonisti non c’erano più. Ma l’Italia che dopo il fascismo era stata così a lungo democristiana-comunista, ma mai propriamente democratica alla maniera occidentale dell’alternanza al governo di forze politiche contrapposte,  fatto salvo il  brevissimo intervallo della malferma vittoria di Prodi, si preparava a consolidare il regime dell’assolutismo padronale del Grande Corruttore. E una opportuna legge elettorale che faceva del Parlamento un organo ingestibile per la democrazia dell’alternanza, scongiurava definitivamente che questa, in Italia, potesse avverarsi.
Di fronte al caos che ne è derivato e alla avvilente prova della mancata elezione del  nuovo Presidente della Repubblica, il vecchio sperimentato strumento, chiamatelo patto di non belligeranza, o compromesso storico, o larga intesa, è ricomparso come soluzione ideale perché confezionata su misura per un regime politico sempre abbastanza liberale ma mai autenticamente democratico. E quel che mi spinge a interrogare l’antico amico è che vorrei sapere da lui, che stimo e rispetto come pochi altri, se non ritiene che l’ennesima larga intesa del governo Letta che ha promosso non debba essere, entro un tempo strettamente limitato alla abrogazione del “Porcellum”,  il canto del cigno della democrazia  zoppa che da troppi decenni domina nel nostro Paese.
 Sarebbe la più bella conclusione della sua straordinaria carriera politica se Giorgio Napolitano dedicasse il suo secondo mandato alla realizzazione della democrazia dell’alternanza dopo più di sessant’anni che è stata praticamente  abrogata. Darebbe così un decisivo contributo a fare dei nostri partiti, come lo sono in altri Paesi europei, delle squadre in competizione per il bene comune,  e non in perenne trattativa per un potere che può essere solo esercitato mediante la spartizione..