Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



28 dicembre 2013

La crescita dell’ingiustizia sociale e dell’indigenza globale non diminuirà col nuovo anno. Ma in Europa…

 
“Nel contesto della repressione sociale e della dilagante disuguaglianza, coloro che sono potenti e privilegiati spesso da un lato parlano di libertà e di progresso ma, dall’altro, imprigionano i loro concittadini in modi che erodono la loro dignità e i loro diritti.”. Così scrive T.Y.Okosun che insegna diritto in una università di Chicago nel suo libro intitolato Social Justice and Increasing Global Destitution, che descrive le responsabilità di coloro che, come sappiamo, nei paesi più avanzati sono generalmente l’uno per cento di potenti e privilegiati, per le condizioni in cui vive il novantanove per cento degli altri cittadini. Di cui fanno parte i “poveri” per via del basso reddito che ricavavano dalla loro occupazione o dalla piccola proprietà di cui dispongono, ma oggi anche gli “indigenti”, cioè coloro che in ogni parte del mondo, quindi anche nei paesi più avanzati, non hanno né una proprietà né un lavoro e sono quindi, come dice Okosun, imprigionati nella disoccupazione. Nel nostro paese in più e per assurdo, secondo la sua Costituzione, anche gli indigenti sono cittadini di una “Repubblica democratica fondata sul lavoro” mentre, grazie al Patto di stabilità sottoscritto nel 1997 dai paesi membri dell'Unione Europea e riguardante il controllo delle rispettive politiche di bilancio, la nostra è ormai una Repubblica fondata sulla disoccupazione di massa. Quel patto doveva servire a rafforzare il percorso d’integrazione monetaria affidata nel 1992 all’adozione dell’euro come moneta comune di Stati ancora sovrani, quindi non federati come quelli che hanno come moneta comune il dollaro. Una situazione paradossale destinata prima o poi a esplodere perché invece di garantire l’uguaglianza fra i diversi Stati dell’euro-zona assicura a quello dominante, cioè alla Germania, una situazione assai più vantaggiosa per la sua crescita basata sulle esportazioni di quella che le offrirebbe una moneta nazionale, che sarebbe molto più esposta a fluttuazioni nel mercato dei cambi di quella controllata dalla Banca centrale europea. Dunque abbiamo una moneta potenzialmente federale in una Europa di Stati ancora nazionali, membri di una Unione che non si decide a diventare una Federazione, incapace quindi di assumere un ruolo nell’economia globale che la Germania, da sola, non è certo in grado di assicurarle. Ma nel 2014 scatta una importante novità che potrebbe essere un primo passo verso una Unione federale. Inizia cioè a operare uno dei cinque Fondi di investimento europei che operano all’interno di un quadro comune per aiutare gli Stati membri a ripristinare la crescita e l’occupazione. Mi pare che sia il caso, allora, di augurare Buone Feste di Lavoro per il prossimo anno ai milioni di adulti e di giovani che non chiedono altro per salvare la loro dignità e i loro diritti.

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