Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



26 febbraio 2011

U.S.A. e Italia a confronto sulla questione del merito

Nel suo commento al post del 24 febbraio A. Montini ha riproposto il suo pessimismo sulla possibilità che nel nostro sistema politico  (di sinistra come di destra)  il “merito” torni a essere un criterio di promozione delle élites, dato che è un sistema ancora fondato sulla cooptazione e che molti dirigenti si sono abituati a veder premiata, egli afferma,  la sudditanza e  l'accettazione acritica del pensiero dei capi.
E’ interessante che l’economista premio Nobel americano Paul Krugman, sul NYT del 26 febbraio,  esprime un’analoga opinione ma in riferimento però al solo partito Repubblicano degli Stati Uniti in quanto fautore della preminenza degli interessi privati delle Corporations su quelli collettivi e quindi attivamente impegnato nella riduzione sistematica dei poteri dello Stato. E Krugman fa due esempi solo apparentemente lontani:  quello attuale della contea di Madison nel Wisconsin governata da un Repubblicano,  e quello dell’Iraq ai tempi della invasione sotto la presidenza di Bush. In entrambi i casi l ‘autorità di governo si è dimostrata “ossessivamente preoccupata di imporre la propria visone ideologica conservatrice”. A Madison come in Iraq emanando leggi dirette ad autorizzare la privatizzazione senza remore di agenzie di proprietà pubblica a favore di imprese private appartenenti a potenti miliardari,  nei più diversi campi, dalla sanità alla fornitura di energia, ecc., ecc. E in Iraq come a Madison, udite udite,  questo è potuto avvenire “sotto la direzione di funzionari scelti in base alla fedeltà e affidabilità politica anziché all’esperienza e alla competenza”.
Allora tutto il mondo è paese? Direi di no perché negli Stati Uniti il partito Democratico e quello Repubblicano sono distinguibili non soltanto negli orientamenti politici, ma anche nell’etica di governo. I Democratici sono tradizionalmente per un capitalismo privato arginato da forti protezioni degli interessi collettivi a carico dello Stato, e quindi sono interessati al “merito” dei funzionari pubblici. I Repubblicani invece, sono per un capitalismo a briglia sciolta in uno Stato ridotto al minimo per non intralciare i profitti delle grandi Corporations e quindi privilegiano la “fedeltà politica”.  
Qualcosa di simile distingue l’etica dei partiti della sinistra da quella della destra anche da noi? In buona misura si, se per sinistra si intende il modo di governare dell’Ulivo e per destra quello di Berlusconi. Ma a sentire Montini la differenza non è sensibile nel modo di gestire i rispettivi partiti. Per antica storia e tradizione italica nella  politica la fedeltà continuerebbe a far premio sul merito,  e questo scava un fossato che separa profondamente l’attività dei partiti dal sentire e dal comportamento della maggioranza degli imprenditori e dei lavoratori, e poi dei magistrati, di tanti funzionari e amministratori pubblici, dei membri delle forze dell’ordine, ecc. Insomma di coloro che nell’ombra e non sui palcoscenici televisivi sono onestamente impegnati a fare l’interesse di tutti. Mentre è nella malavita che la fedeltà assoluta dei gregari ai capi è garanzia di enormi fortune.      
 Se la nuova destra di Fini intende impegnarsi a far valere una nuova etica, opposta a quella del berlusconismo, non sarebbe il caso che la sinistra cominciasse a dialogare con essa almeno per un comune impegno di riabilitazione del merito?

21 febbraio 2011

I guasti reali e quelli immaginari del capitalismo

Nel suo bel libro “Guasto è il mondo” (Laterza 2011) Tony Judt  afferma con rammarico: “Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale. Anzi ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane.”
E’ verissimo,  salvo che ha sbagliato i conti, perché non è da trent’anni che questo avviene ma da circa ottocento, che è l’età, a oggi, della civiltà capitalista.  Infatti è a partire dal XIII secolo, nella Venezia dei mercanti e dei Dogi, che  la nuova civiltà ha ribaltato il fine sociale di ogni precedente economia,  antica o feudale. Nelle quali infatti era la soddisfazione dei bisogni (di sostentamento, di lusso, di difesa, ecc.) il fondamentale scopo economico della società, mentre l’eventuale guadagno rappresentava un mezzo per raggiungere quello scopo. Il capitalismo ha invertito quest’ordine di priorità e deve la sua nascita, poi la sua affermazione e il suo immenso sviluppo all’aver posto il guadagno come suo specifico fine sociale, e la soddisfazione dei bisogni, reali o artificiali,  come puro mezzo. E allora non è molto ragionevole definire un “guasto” questa secolare inversione senza la quale la nostra civiltà non sarebbe né nata né si sarebbe sviluppata oltre ogni limite, mentre un vero “guasto” è sicuramente la sconfinata voracità che può travolgerla e condurre a crisi devastanti. 
I bisogni reali derivano dalla domanda di consumi (privati o pubblici) utili per una vita migliore sotto ogni aspetto, mentre i bisogni artificialmente indotti che alimentano il “consumismo”, in inglese il “compulsive shopping”, sono spesso trappole per creare nuove occasioni di guadagno e incitamenti non a produrre ma a speculare. Nell’economia capitalista il guadagno si chiama profitto, che a sua volta deve essere sistematicamente accumulato e investito per allargare continuamente il giro degli affari che creano ulteriori profitti, e così di seguito senza limiti. L’ Auri sacra fames di Virgilio ritorna sotto mutate spoglie in questa perfetta definizione del capitalismo coniata da Fernand Braudel, uno dei maggiori storici del Novecento: “una civiltà che avanza sotto il segno del denaro”.

La potenza del capitalismo è nell'accumulazione dei profitti


Come ho sostenuto in un post precedente, la particolare economia capitalista non è affatto una qualsiasi “economia” senza ulteriori distinzioni. La principale è che, a differenza dei sacri principi professati dalla maggioranza degli economisti accademici, i profitti capitalisti non si formano quasi mai nel “libero mercato”, cioè attraverso il “free trade” e la libera concorrenza. Assai più spesso derivano invece da violazioni  della concorrenza nei commerci e nelle produzioni esercitati in regime di monopolio.  E quando sono profitti macroscopici, come ben sappiamo, nascono soprattutto da spietati sfruttamenti, ardite speculazioni, frodi e rapine. I famosi fallimenti in America di Madoff e in Italia della Parmalat  di Tanzi sono solo piccoli esempi recenti di una pratica che accompagna tutta la storia del capitalismo industriale e finanziario.
 Più il fine sociale del capitalismo sconfina nella voracità di lauti guadagni d’ impresa e di vertiginosi compensi ai loro dirigenti, più rischia di abbandonare la strada del progresso nelle condizioni  di vita degli strati più deboli o, peggio, dei poveri che sono un terzo dell’umanità. Insomma non è pura retorica dire che c’è un capitalismo “saggio” e un capitalismo “selvaggio” adorato come un totem dagli ultra-liberisti.    
Per queste ragioni si può dare un ulteriore seguito al cambiamento di strada nella rappresentazione usuale della civiltà capitalista, indicato nel Post del 20 febbraio, allo scopo di conoscere meglio la vera natura del capitalismo storico in modo sobrio e quindi di sbarazzarsi sia delle ideologie che lo esaltano che di quelle che lo condannano.  Suggerisco ora di aggiungere alla già menzionata novità di un elemento  denominato “potenza” capitalista -  che riunisce in sé gli elementi prima separati del potere sociale delle classi dominanti, di quello politico dello Stato e di quello economico dei mercati – l’ulteriore elemento della “accumulazione” capitalista, in sostituzione dell’astratto concetto di “economia” buono per qualsiasi sistema e per ogni stagione sia di sviluppo che di crisi come quella attuale.    

20 febbraio 2011

Per avere idee più chiare sul nostro presente e qualche concreto progetto per il futuro

Per avere idee chiare su ciò che è attualmente la civiltà capitalista e per poter elaborare concreti progetti per una sua futura riforma  penso che, come ho scritto nel post del 19 febbraio, sia opportuno trarre da una storia intera e completa del suo passato  qualche utile insegnamento.
Ma allora è necessario, per prima cosa, cambiare strada nella sua rappresentazione usuale, e dunque interpretarla come una realtà composta da elementi che, prima del suo ingresso in scena, erano separati  ma poi si sono congiunti. E perciò invece di vedere nel capitalismo,  come ancora avviene, una generica “società”, in cui si esercita separatamente una qualche “politica”, per realizzare in tutt’altra sede una qualche “economia”, sotto l’ispirazione piovuta dall’alto di una qualche “cultura”, è opportuno comprendere come si sono modificati quegli elementi intrecciandosi fra loro,  e perciò identificarli con nuovi nomi.  
Si può cominciare dalla cosiddetta “società”. Il capitalismo ha da tempo dissolto, gradualmente o per via rivoluzionaria, gli antichi ordini del feudalesimo -  la nobiltà, il clero e la borghesia - trasformandoli in classi capitaliste, un misto di aristocrazia e borghesia possidente e imprenditrice. Il loro antico potere privilegiato si è così mutato in un potere diverso che suggerisco di chiamare “potenza” delle classi capitaliste.  Anche lo strato dei servi si è trasformato in una classe, quella lavoratrice, priva di proprietà e destinata a lottare aspramente per conquistare anch’essa una fetta di potere.  
Allo stesso modo nella “politica”,  grazie soprattutto alle grandi Rivoluzioni inglese, americana e francese, è avvenuta la progressiva trasformazione  del potere assoluto degli Stati dinastici fondato sui privilegi e sulla nascita,  in  un potere dominato dalla borghesia tendenzialmente basato sull’eguaglianza, l’indipendenza, la libertà e il merito, ma sovente anche sull’arbitrio e la sopraffazione. Anche quel nuovo potere lo si può chiamare la “potenza” degli Stati nazionali e costituzionali.  
Infine nell’economia il sistema di mercato, allargandosi progressivamente e assorbendo l’auto-consumo locale, si è trasformato nella “potenza” economica dei mercati nazionali e internazionali, controllata dalla classe dominante.
In conclusione un singolo sistema,  quello della “potenza”,  può esprimere  nell’epoca della civiltà capitalista la sintesi necessaria al suo sviluppo di tre componenti: quello della potenza sociale delle classi dominanti, quello della potenza politica dello Stato che governano e quello della potenza economica dei mercati che controllano.  
E’ un po’ complicato abituarsi a questa nuova terminologia, ma forse ne vale la pena se conduce a una migliore comprensione della nostra storia e della nostra realtà, oltre che alle concrete possibilità che abbiamo di mutarla. Sempre che questo sia ciò che preme alla parte che si chiamava di sinistra ma che ora è si è impaludata in un centro di non si sa più bene che cosa.     

19 febbraio 2011

Per una storia intera e completa del capitalismo


Nei libri di storia si usa trattare separatamente della società, della politica, dell'economia e della cultura, sfere della vita che sono valide per qualsiasi epoca storica, dall’antichità al medioevo e all’età moderna. Quindi troppo astratte e generiche per descrivere l'evoluzione secolare della specifica civiltà capitalista e delle multiformi profonde trasformazioni che ha portato fin dal suo nascere i) nella composizione della società in classi, ii) nelle forme di proprietà, iii) negli scopi di guadagno della produzione e nella diffusione dei commerci, iv) nel passaggio dagli assolutismi monarchici alle democrazie costituzionali, v) nelle idee e nei sentimenti che ispirano gli interessi economici e politici, vi) nella capacità di tramutare l’esperienza  in ogni campo in conoscenza scientifica.
 Sono occorsi ben otto secoli perché questa civiltà realizzasse tali trasformazioni, iniziando il suo percorso nelle città-stato italiane del XIII secolo (Venezia, Milano, Firenze, ecc.) e pervenendo alla sua attuale dimensione globale nel nostro XXI secolo. Ottocento anni in cui ha  reso universale e uniforme ciò che originariamente era particolare e disperso, attraverso vicende turbinose che occorre indagare e comprendere con metodi interpretativi nuovi e concetti più adeguati di quelli usati in molti testi di storia.
Insomma per intendere cos'è la civiltà capitalista in cui viviamo, i traguardi che ha raggiunto e gli antagonismi che l'affliggono, le straordinarie ricchezze che ha conquistato e le immense miserie che ancora la circondano, bisogna poter disporre non di distinte storie separate, come quellesociali” per indagare la composizione delle società, quelle “economiche” per analizzare l’evoluzione dei sistemi di produzione, quelle “politiche” per descrivere le vicende del potere, quelle “culturali” per esplorare il sorgere delle ideologie o i progressi delle conoscenze. Quelle storie scompongono la civiltà capitalista in tante parti mentre occorre  conoscere la sua storia intera e completa.