Nel suo commento al post del 24 febbraio A. Montini ha riproposto il suo pessimismo sulla possibilità che nel nostro sistema politico (di sinistra come di destra) il “merito” torni a essere un criterio di promozione delle élites, dato che è un sistema ancora fondato sulla cooptazione e che molti dirigenti si sono abituati a veder premiata, egli afferma, la sudditanza e l'accettazione acritica del pensiero dei capi.
E’ interessante che l’economista premio Nobel americano Paul Krugman, sul NYT del 26 febbraio, esprime un’analoga opinione ma in riferimento però al solo partito Repubblicano degli Stati Uniti in quanto fautore della preminenza degli interessi privati delle Corporations su quelli collettivi e quindi attivamente impegnato nella riduzione sistematica dei poteri dello Stato. E Krugman fa due esempi solo apparentemente lontani: quello attuale della contea di Madison nel Wisconsin governata da un Repubblicano, e quello dell’Iraq ai tempi della invasione sotto la presidenza di Bush. In entrambi i casi l ‘autorità di governo si è dimostrata “ossessivamente preoccupata di imporre la propria visone ideologica conservatrice”. A Madison come in Iraq emanando leggi dirette ad autorizzare la privatizzazione senza remore di agenzie di proprietà pubblica a favore di imprese private appartenenti a potenti miliardari, nei più diversi campi, dalla sanità alla fornitura di energia, ecc., ecc. E in Iraq come a Madison, udite udite, questo è potuto avvenire “sotto la direzione di funzionari scelti in base alla fedeltà e affidabilità politica anziché all’esperienza e alla competenza”.
Allora tutto il mondo è paese? Direi di no perché negli Stati Uniti il partito Democratico e quello Repubblicano sono distinguibili non soltanto negli orientamenti politici, ma anche nell’etica di governo. I Democratici sono tradizionalmente per un capitalismo privato arginato da forti protezioni degli interessi collettivi a carico dello Stato, e quindi sono interessati al “merito” dei funzionari pubblici. I Repubblicani invece, sono per un capitalismo a briglia sciolta in uno Stato ridotto al minimo per non intralciare i profitti delle grandi Corporations e quindi privilegiano la “fedeltà politica”.
Qualcosa di simile distingue l’etica dei partiti della sinistra da quella della destra anche da noi? In buona misura si, se per sinistra si intende il modo di governare dell’Ulivo e per destra quello di Berlusconi. Ma a sentire Montini la differenza non è sensibile nel modo di gestire i rispettivi partiti. Per antica storia e tradizione italica nella politica la fedeltà continuerebbe a far premio sul merito, e questo scava un fossato che separa profondamente l’attività dei partiti dal sentire e dal comportamento della maggioranza degli imprenditori e dei lavoratori, e poi dei magistrati, di tanti funzionari e amministratori pubblici, dei membri delle forze dell’ordine, ecc. Insomma di coloro che nell’ombra e non sui palcoscenici televisivi sono onestamente impegnati a fare l’interesse di tutti. Mentre è nella malavita che la fedeltà assoluta dei gregari ai capi è garanzia di enormi fortune.
Se la nuova destra di Fini intende impegnarsi a far valere una nuova etica, opposta a quella del berlusconismo, non sarebbe il caso che la sinistra cominciasse a dialogare con essa almeno per un comune impegno di riabilitazione del merito?