Ricordate il bellissimo film di Olmi intitolato “Il mestiere delle armi” ? Raccontava le guerre del condottiero del 500 Giovanni Medici “delle Bande nere” contro i potentati avversari della sua casata. Si era già nell’epoca del primo capitalismo e quel “mestiere” si è andato trasformando nei secoli in ragione delle diverse successive forme di potenza in lotta fra loro che la civiltà capitalista ha messo in campo. E perciò prima si è messo al servizio dei despoti di case regnanti e dei loro mercanti, poi di monarchie costituzionali e repubbliche sorte da rivoluzioni, poi di moderne democrazie alla conquista di imperi coloniali, poi ancora nella contesa decisiva fra stati democratici e potenze dittatoriali e, infine, nei tentativi finora abortiti di “esportare” regimi rappresentativi in paesi tribali come l’Iraq e l’Afghanistan .
In questi giorni il mestiere delle armi è tornato alla ribalta su un teatro di guerra che Thomas L.Friedman (la Repubblica 24 marzo) ha descritto distinguendo opportunamente due generi di stati coinvolti: « i “paesi veri” che vantano una lunga storia e forti identità nazionali (Egitto, Tunisia, Marocco, Iran) e le “tribù accorpate sotto una bandiera”, ossia nazioni dai confini tracciati in modo artificiale dai poteri coloniali (Libia, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Siria, Bahrein, Yemen, Kuwait, Qatar ed Emirati arabi).» Non è un caso, egli osserva, che le rivolte per la democrazia abbiano preso il via in tre “paesi veri” (Egitto, Tunisia, Iran) con popolazioni moderne che antepongono la nazione alla setta o alla tribù, mentre le rivoluzioni nelle società come la Libia hanno scopi democratici molto meno certi perché mischiate a lotte fra tribù nemiche.
A ben guardare questo è un tipo di analisi che scavalca i tradizionali vaghi discorsi sulla “società”, sulla “politica” e sulla “economia”. Friedman infatti parla il linguaggio della “potenza”, cioè osserva la presenza o l’assenza nei diversi paesi di quell’ insieme unitario, tipicamente originato dal capitalismo e cresciuto al suo interno, che abbraccia la società delle classi, il governo delle istituzioni pubbliche e il controllo del sistema di mercato. Nei paesi a capitalismo avanzato gli elementi di quell’insieme si sono progressivamente coalizzati allo scopo di rendere massima la creazione di profitti e l’accumulazione del capitale. Nei paesi arretrati ma “veri” quel processo si era avviato nel post-colonialismo, ma poi è stato bloccato da classi autocratiche, da governi dispotici e da mercati asfittici. Nei paesi tribali la potenza del capitale è invece rimasta quella esterna degli acquirenti delle risorse petrolifere e di gas naturale perché le classi locali non si sono formate, il governo è rimasto nelle mani del capo tribù dominante (Gheddafi), e il mercato è ristretto a quello della vendita dei combustibili fossili.
Le rivolte nei “paesi veri” possono forse condurre a una maggiore potenza del capitale in senso moderno e democratico. In quelli ancora tribali come la Libia si assiste a una singolare alleanza: quella fra le tribù antagoniste del regime di Gheddafi e le potenze capitaliste armate di Francia e Inghilterra e Stati Uniti. Non saranno la “politica” di Gheddafi o la “economia” delle sue immense ricchezze personali a travolgere la “società” tribale. Sarà infatti la potenza unitaria del capitale e il mestiere delle sue armi a scrivere il futuro di quel paese.