Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



27 marzo 2011

La potenza del capitale e il mestiere delle armi

 Ricordate il bellissimo film di Olmi intitolato  Il mestiere delle armi” ? Raccontava le guerre del condottiero del 500 Giovanni Medici “delle Bande nere” contro i potentati  avversari della sua casata. Si era già nell’epoca del primo capitalismo e quel “mestiere”  si è andato trasformando nei secoli in ragione delle diverse successive forme di  potenza  in lotta fra loro che la civiltà capitalista ha messo in campo.  E perciò prima si è messo al servizio dei despoti di case regnanti e dei loro mercanti, poi di monarchie costituzionali e repubbliche sorte da rivoluzioni, poi di moderne democrazie alla conquista di imperi coloniali, poi ancora nella contesa decisiva fra stati democratici e potenze dittatoriali e, infine, nei tentativi finora abortiti di “esportare” regimi rappresentativi in paesi tribali come l’Iraq e l’Afghanistan .
In questi giorni il mestiere delle armi è tornato alla ribalta  su un teatro di guerra che Thomas L.Friedman  (la Repubblica 24 marzo) ha descritto distinguendo opportunamente due generi di stati coinvolti: « i “paesi veri” che vantano una lunga storia  e forti identità nazionali (Egitto, Tunisia, Marocco, Iran) e le “tribù accorpate sotto una bandiera”, ossia nazioni dai confini tracciati  in modo artificiale dai poteri coloniali (Libia, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Siria, Bahrein, Yemen, Kuwait, Qatar ed Emirati arabi).»  Non è un caso, egli osserva, che le rivolte per la democrazia abbiano preso il via in tre “paesi veri” (Egitto, Tunisia, Iran) con popolazioni moderne che antepongono la nazione alla setta o alla tribù, mentre le rivoluzioni nelle società come la Libia hanno scopi democratici molto meno certi perché mischiate a lotte fra tribù nemiche.
A ben guardare questo è un tipo di analisi che scavalca i tradizionali vaghi discorsi sulla “società”, sulla “politica” e sulla “economia”.  Friedman infatti parla il linguaggio della “potenza”,  cioè osserva la presenza o l’assenza nei diversi paesi di quell’ insieme unitario, tipicamente originato dal capitalismo e cresciuto al suo interno,  che abbraccia la società delle classi, il governo delle istituzioni pubbliche e il controllo del sistema di  mercato. Nei paesi a capitalismo avanzato gli elementi di quell’insieme si sono progressivamente coalizzati allo scopo di rendere massima la creazione di profitti e l’accumulazione del capitale.  Nei paesi arretrati ma “veri” quel processo si era avviato nel post-colonialismo,  ma poi è stato bloccato da classi autocratiche, da governi dispotici e da mercati asfittici. Nei paesi tribali la potenza del capitale è invece rimasta quella esterna degli acquirenti delle risorse petrolifere e di gas naturale perché le classi locali non si sono formate, il governo è rimasto nelle mani del capo tribù dominante (Gheddafi), e il mercato è ristretto a quello della vendita dei combustibili fossili.
Le rivolte nei “paesi veri” possono forse condurre a una maggiore potenza del capitale in senso moderno e democratico. In quelli ancora tribali come la Libia si assiste a una singolare alleanza: quella fra le tribù antagoniste del regime di Gheddafi e le potenze capitaliste armate di Francia e Inghilterra e Stati Uniti.  Non saranno la “politica” di Gheddafi o la “economia” delle sue immense ricchezze personali a travolgere la “società” tribale. Sarà infatti la potenza unitaria del capitale e il mestiere delle sue armi a scrivere il futuro di quel paese.  

22 marzo 2011

Nella guerra di Libia le lotte popolari per la democrazia e le contese del grande capitale

Come quelle contro Ben Ali in Tunisia e contro Mubarach in Egitto,  la rivolta popolare in Libia è servita a svelare a un Occidente distratto e complice che l’antiquato dispotismo di Gheddafi è stato non solo ferocemente oppressivo,  ma ormai neppure più all’altezza di garantire un duraturo controllo di fonti energetiche che sono parte delle condizioni essenziali  per l’ accumulazione del capitale mondiale.  E quindi molto tardivamente, col pretesto di difendere una lotta per la democrazia pagata con il sangue,  si è scatenata la competizione fra le “grandi potenze” per influenzare la successione alla tribù di  Gheddafi nel controllo del petrolio libico.
Ma antiquato non è solo Gheddafi, ma anche il termine sopravvissuto di  “grandi potenze”  se riferito, come nell’era coloniale, a stati-nazione quali  la Gran Bretagna,  la Francia. la Germania, l’Italia e anche gli  Stati Uniti,  dotati di cannoniere (e ora di aerei e di missili) e quindi capaci di imporre la propria volontà a Stati subalterni.  Antiquato ma  anche ingannevole perché le reali “potenze” moderne sono da molti secoli tutt’altra cosa rispetto alle sole cannoniere. Sono infatti  l’ insieme delle tre condizioni essenziali per lo sviluppo del capitalismo e cioè: 1) le volontà e gli interessi di gruppi sociali dominanti, 2) il loro potere di  controllo sulle autorità e istituzioni statali, 3) il loro dominio sui mercati che garantiscono alti profitti.
Conviene allora chiamarle rispettivamente la potenza sociale, la  potenza politica e la potenza economica del grande capitale. Tanto per spiegarsi,  al mondo d’oggi e nel caso specifico delle fonti di energia,  una decisiva  potenza sociale   è quella delle maggiori compagnie, private e/o statali che,  disponendo delle risorse necessarie per condurre grandi affari a livello internazionale, possono esercitare una pressione determinante sulle decisioni pubbliche concernenti l’energia, dal petrolio al gas naturale al nucleare.  Sono, per esempio,  l’ENI, l’ENEL e la FINMECCANICA in Italia, L’EDF E L’AREVA in Francia,  la WESTINGHOUSE e la GENERAL  ELECTRIC negli USA, la GAZPROM in Russia, ecc. Come è facile  immaginare sono aziende che  con quella  potenza sociale  possono esercitare una notevole  potenza politica nel controllo dei rispettivi Stati, nell’uso delle loro risorse economiche e del loro potenziale bellico. Per non parlare della potenza economica sui mercati di cui dispongono nel determinare gli orientamenti e la conquista dei più profittevoli come appunto sono  quelli delle fonti energetiche che offrono possibilità di grandi, giganteschi affari.
Questa è la realtà della guerra in Libia, sovrapposta a quella popolare contro il tiranno, che il grande capitale ha mosso per disarcionarlo. Perché mai? Ma per la buona ragione che la “dittatura” delle Compagnie petrolifere, associata a forme di governo un po’ più rappresentative in senso democratico, è certamente meno nociva alla pace e alla tranquillità dei traffici commerciali che il “dispotismo”  di un tirannello come Gheddafi.
 Ma la diplomazia spesso obbedisce più a vecchie ideologie (come il nazionalismo francese e la bassa cortigianeria italiana) che alle pulsioni storiche dell’antica civiltà capitalista: business is business, gli affari sono affari.  Per questo l’esito della guerra è così incerto.

20 marzo 2011

Menzogne e rischi mortali: l’alleanza del capitale industrial-nucleare – III

Abbiamo visto che l’energia da combustibili nucleari non soltanto non è rinnovabile  ma, quel che è peggio, è altamente inquinante  per via delle scorie prodotte dalle centrali che resteranno pericolosamente radiotossiche per un tempo valutabile fra trecento e un milione di anni!  In più è grandemente rischiosa  per i possibili guasti degli impianti dovuti a errori umani o a cataclismi atmosferici che possono trasformare le centrali in fonti di catastrofi per l’umanità presente e futura.
Gli errori umani si possono evitare?  Certamente no ma, come nel caso di Chernobyl, si ritiene che i danni che provocano siano contenuti e  abbiano una durata limitata. Di nuovo no.  Nel 1986 quando si verificò quella catastrofe,  il regime sovietico diffuse notizie del tutto false sulla sua entità  e sul numero di persone colpite dalle radiazioni, affermando che erano meno di 10.000.  Invece,  racconta il New York Times (del 18 marzo), nel 2006, cioè venti anni dopo  gli esperti delle Nazioni Unite hanno accertato che all’epoca  erano state almeno 500 volte di più, ossia 5 milioni, e che ancora quell’anno altre 100.000 continuavano a essere contaminate dalle radiazioni presenti negli alimenti e nell’ ambiente. 
Quanto ai cataclismi, beh quelli si che sono del tutto imprevedibili! Davvero?  Sentite questa.  Sempre sul New York Times (del 16 marzo)  si scopre che già nel 1923, dunque appena 88 anni fa, un terremoto di quasi uguale intensità aveva colpito il Giappone con conseguenze molto simili a quelle attuali: devastazioni per migliaia di chilometri di coste, città intere spazzate via dalle acque, treni precipitati nel mare, ecc. Ma allora non c’erano mezzi di comunicazione come quelli odierni  e le prime notizie del disastro apparvero sulla stampa solo quattro giorni dopo l’evento!
Ma soprattutto negli anni Venti non c’erano centrali nucleari esposte al terremoto e allo tsunami. Ecco perché  quel cataclisma ebbe effetti terribili ma contenuti e poi superati, come avviene quando è la natura “naturale” di un terremoto che porta la distruzione e la morte, non la natura “artificiale” della scissione dell’atomo scoperta dagli uomini per darsi la distruzione e la morte sia in guerra che in pace.  
Allora coraggio: ognuno coi suoi piccoli mezzi, io con i piccolissimi miei di questo blog, dobbiamo armarci per una azione collettiva che smascheri le menzogne politiche  sull’impiego dell’energia atomica, e quelle parallele dei grandi centri industriali e finanziari , ora  alleati per sfruttare gli atomi ai fini del profitto dopo averli mobilitati per sconfiggere le dittature nell’ultima guerra mondiale.  L’energia nucleare deve essere messa al bando non solo negli arsenali militari, ma anche nei pacifici siti delle nostre pianure, valli e montagne dove la cecità degli interessi di pochi potenti minaccia tutta l’umanità con una palese menzogna: che il “progresso” della nostra civiltà capitalista esiga di procedere lungo la strada tracciata dai traguardi tecnico-scientifici della guerra atomica, e non invece di retrocedere ai confini, che ora conosciamo, che separano l’utilizzazione creativa della natura - compresa quella umana -  dal suo sfruttamento distruttivo.        

18 marzo 2011

Menzogne e rischi mortali: l’alleanza del capitale industrial-nucleare – II

Mentre si può immaginare un futuro, sia pure lontano, meno inquinato dal gas serra se si impiegheranno fonti alternative a quelle fossili,  l’umanità dovrà invece coabitare per sempre con la radiotossicità delle scorie atomiche derivanti dalle centrali nucleari anche nel caso assai improbabile che non aumenteranno di numero. Vi pare un bel futuro?
Attualmente le riserve di combustibili fossili - carbone, petrolio e gas naturale -  per quanto limitate e non rinnovabili, sono ancora immense e il loro impiego è in costante crescita. Nel 1955 il loro apporto si ritiene fosse pari al 52%  del fabbisogno energetico mondiale, oggi è salito all’ 85%. Dunque è sempre più difficile prevedere quando e come quei combustibili potranno essere sostituiti in misura apprezzabile da nuove fonti di energia che siano non inquinanti e rinnovabili. Questa è la migliore scusa per i sostenitori dell’energia nucleare che però non solo è ancora più inquinante per via delle scorie ma anche niente affatto rinnovabile essendo basata sulla produzione di uranio naturale oggi reperibile in un numero limitato di paesi e di miniere.  
E allora?  Il premio Nobel italiano per la fisica Carlo Rubbia, in una intervista a la Repubblica nel 2007 aveva offerto una possibile visione meno tragica del futuro energetico nel mondo. Rubbia è a Ginevra, dove ha sede il CERN, e , dopo l'estromissione dalla presidenza del nostro Ente Nazionale per l'Energia,  s'è ritirato a studiare e lavorare a capo di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili dedicandosi alle tecnologie necessarie per catturare l'energia infinita del sole.
Alla domanda quale sia secondo lui l’alternativa ai combustibili fossili Rubbia rispondeva: "Vi è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità. (…)   Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese”. E alla domanda: perché allora non si fa? Rispondeva: “ Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa”. Grazie Rubbia per l’avvertimento sui “monopoli” del capitale industrial-nucleare.
Sappiamo che oltre all’energia solare, catturabile con i pannelli fotovoltaici, vi è l’energia eolica catturabile con le turbine, e che entrambi cominciano a essere diffusi in ogni paese. Non ho trovato dati sulla diffusione e la attuale potenza di queste fonti pulite a livello mondiale né sui piani di installazioni future. Ma noi italiani possiamo essere sicuri che,  con un governo da circo equestre di second’ordine, un piano energetico serio dotato di regole a protezione del paesaggio, non lo avremo per un bel pezzo.

Menzogne e rischi mortali: l’alleanza del capitale industrial-nucleare – I

Penso che ogni cittadino, anche se ignorantissimo di fisica, debba ormai esprimere un parere critico sul tema di cui oggi tanto si discute per via della tragedia giapponese: le conseguenze a lungo termine e i rischi mortali di incidenti della produzione di elettricità con impianti nucleari.  Un tema che da decenni è sul tappeto ma, di mano in mano che il numero di centrali installate nel mondo aumentava fino al numero attuale di 439 (dico quattrocentotrentanove) in 34 paesi, è diventato una questione meramente “tecnica” e perciò riservata agli “esperti”.
Dunque: coloro che non se ne intendono non si facciano prendere dalle emozioni suscitate prima da Cernobyl e poi dall’impatto dello tsunami sulle centrali giapponesi, ma si convincano che decidere se costruirne delle nuove spetta unicamente a coloro che possiedono ragioni scientifiche. Come quella che senza il “nucleare” la crescente fame mondiale di energia,  attualmente soddisfatta per l’86 % dai combustibili fossili - petrolio, gas naturale e carbone - che sono “inquinanti”,  non potrebbe essere appagata col solo ricorso  alle energie alternative pulite oggi disponibili che sono essenzialmente i raggi solari e il vento. 
Di fronte alla immane tragedia giapponese ritengo che sia un obbligo morale ribellarci tutti, sia ignoranti che esperti, a questo ricatto affermando con forza il diritto democratico a una informazione dei cittadini che non si presenti sotto le false apparenze di una conoscenza tecnica imparziale.
Perché quella “tecnica”, al pari di ogni altra conoscenza, è invece sempre parziale in quanto prodotto di una specifica epoca e figlia degli interessi e dei fini di una determinata civiltà. Diceva Marx: il mulino ad acqua era quel che bastava nella società feudale, il mulino a vapore subentrò per soddisfare le prime esigenze del capitalismo. Noi sappiamo che per quelle ulteriori fu poi scoperta l’energia elettrica e il motore a combustione interna, fino a quando, per le impellenti necessità belliche, l’italiano Enrico Fermi, l’americano Edward Teller (ancora vivente) e tanti altri scienziati, si dedicarono allo sfruttamento dell’energia atomica. Così potente che per due sole bombe a Hiroscima e a Nagasaky in pochi secondi morirono ammazzati duecentosessantamila esseri umani.
Ma quella,  attenzione! era la guerra! Poi tornò la pace, e il capitalismo dopo gli anni Cinquanta moltiplicò le sue forze produttive e le sue esigenze di maggiori fonti di energia. Doveva soddisfare le sue necessità di accumulazione di capitale, cioè di sviluppo della ricchezza a opera di un numero sempre più piccolo di imprese assetate di profitti e di un numero sempre più grande di consumatori sparsi nel mondo, da soddisfare con  la moltiplicazione dei loro bisogni sia essenziali che superflui. Purtroppo l’uso di maggiori energie sotto forma di  combustibili fossili, oltre tutto disponibili in quantità alla lunga decrescenti, era causa dell’ inquinamento del pianeta per l’emissione di gas serra sotto forma di anidride carbonica e solforosa. E allora ecco il colpo di genio: usare l’energia atomica non più per ammazzare ma per arricchire l’umanità, tanto più che è un’energia che produce elettricità ma non anidride carbonica.
Ma qui sta l’inganno di una informazione non solo parziale ma menzognera: le centrali nucleari producono in prospettiva qualcosa di molto peggio dell’inquinamento da gas serra perché, nel corso del loro operare, accumulano scarti sotto forma di  scorie radioattive che sono radiotossiche. E disfarsene è molto problematico perché a livello mondiale se ne producono oggi 200.000 metri cubi  a bassa radiotossicità e 10.000 ad altissima, la cui durata oscilla, a quanto pare, fra i trecento e il milione di anni.  

14 marzo 2011

La Bibbia, la catastrofe dello tsunami e la corruzio

«Le acque ingrossarono oltremodo sopra la terra; tutte le alte montagne che erano sotto tutti i cieli furono coperte. Le acque salirono quindici cubiti al di sopra delle vette dei monti; le montagne furono coperte. Perì ogni essere vivente che si moveva sulla terra.»  Questo il resoconto biblico del Diluvio, punizione divina perché « Dio  guardò la terra; ed ecco, era corrotta, poiché tutti erano diventati corrotti sulla terra». (Genesi 6-9)
Due possibili chiavi di lettura. In chiave religiosa la raffigurazione biblica dello tsunami che ha devastato il Giappone si presta a confermare l’antica credenza che la «corruzione» derivi dal «peccato originale» e quella conseguente che il «peccato originale» meriti la «punizione divina».  Ma in chiave laica quel profetico testo ci deve far riflettere diversamente.
Primo: la cultura “verde” ci incita a combattere l’inquinamento del pianeta prodotto dagli umani, mentre i terremoti sono eventi naturali dai quali bisogna imparare a difendersi con le moderne tecniche di cui sono maestri in Giappone.  In Italia, all’Aquila,  il nostro peccato originale non è stato quello di cui parla ancora la Chiesa, ma quello dei costruttori corrotti che, per arricchirsi,  non hanno usato tecniche e materiali antisismici.  E quella corruzione ha determinato la  punizione non dei colpevoli ma di migliaia di innocenti per colpa di uno Stato che non sa far rispettare le proprie leggi.
Secondo: la corruzione nella società moderna non è un «peccato» dal quale si può andare assolti ma semplicemente un «reato», ossia la violazione di regole civili e penali che vietano ai cittadini di comportarsi secondo i propri privati, egoistici interessi facendo affari che comportino danni agli interessi pubblici della collettività.
Terzo: fare i propri affari non solo è del tutto legittimo nella civiltà capitalista, ma ne costituisce l’anima da quando è nata parecchi secoli fa. A patto, però, che quegli affari siano diretti allo scopo chiamato “sviluppo economico”, e non esclusivamente a quello dell’ arricchimento personale  cui  mira la corruzione malavitosa e la sfrenata speculazione. Il capitalismo,  come sistema di mercato, deve perseguire il fine dell’ accumulazione di ricchezze generate attraverso i profitti. Ma come sistema sociale, nei regimi democratici  e parlamentari degli ultimi due secoli, ha dovuto progressivamente contemperare quel fine “privato” con una somma di garanzie di carattere “pubblico” a favore degli interessi collettivi e dei più bisognosi.
La Bibbia ci ricorda che siamo afflitti dal peccato dalla corruzione. Claudio Magris (Corriere della Sera del 13 marzo) ci ammonisce che non solo i terremoti ma anche noi devastiamo la «natura» compiendo un peccato autodistruttivo che minaccia la nostra stessa sopravvivenza. All’etica cieca degli affari che produce terremoti umani dobbiamo opporre una rinnovata resistenza civile.    


8 marzo 2011

Scandali e denaro che in Europa tolgono il potere, e in Italia lo rafforzano

La prestigiosa London School of Economics, aveva accettato che Seif al-Islam el-Qaddafi,  figlio del dittatore libico, donasse a quella scuola una imprecisata somma tratta da una sua propria Istituzione di carità (!), e che il governo libico le pagasse a sua volta 488.000 sterline in cambio di corsi di istruzione per studenti nord-africani e addirittura 2 milioni per corsi di addestramento per funzionari di governo libici. Quando si seppe che il figlio del dittatore aveva assicurato piena solidarietà a suo padre nella feroce repressione della rivolta popolare e che, inoltre, era sospettato di aver copiato la sua tesi di dottorato, l’insieme di quei rapporti con la Libia ha sollevato uno scandalo e, in attesa di una inchiesta giudiziaria, il  Direttore Sir Howard Davies si è dimesso.
Il ministro degli Esteri della Francia, Michele Alliot-Marie, accusata di aver stretto ambigue relazioni e trattato oscuri affari con il regime dell'ex-presidente della Tunisia Ben Ali e di averlo visitato durante i giorni della rivolta popolare, è stata licenziata  dal presidente Nicolas Sarkozy.
Il ministro della Difesa tedesco, Karl Theodor zu Guttenberg, 39 anni, astro dei conservatori, in seguito all'accusa di aver copiato la tesi di dottorato in giurisprudenza, ha rassegnato le sue dimissioni dal Governo, chiedendo scusa agli altri membri dell’esecutivo e alla Cancelliera Angela Merkel.
La Procura di Milano ha rinviato a giudizio il Capo del governo italiano accusato  a) di concussione aggravata per essere  intervenuto telefonando alla Questura di Milano a favore della minorenne Ruby, abusando della sua qualità di premier e non delle funzioni di Primo ministro,  e b) di induzione alla prostituzione della medesima minorenne. Da intercettazioni risulterebbe che Berlusconi avrebbe inoltre donato decine di migliaia di euro a ragazze invitate nella sua dimora di Arcore per partecipare a festini notturni. Il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, di fronte a queste infamanti accuse, si è rifiutato di dimettersi.
Dunque gli scandali inglesi, francesi e tedeschi e i connessi  casi di comportamento scorretto e di uso improprio e ipoteticamente illegale di denaro, inducono dirigenti di Università e rappresentanti del governo a dimettersi. Gli scandali italiani il cui responsabile per la magistratura è il Capo del governo, lo inducono a rimanere tranquillamente al suo posto.
Ma perché mai dovrebbe dimettersi se è vero, come dicono i sondaggi, che mentre il 78% degli elettori del PD è favorevole alla magistratura, all'inverso ben l’80% degli elettori del PDL gli è contraria? Come dire: se quattro quinti degli elettori del suo partito, di qualsivoglia estrazione sociale, hanno della giustizia la stessa opinione di Berlusconi, probabilmente temono come lui che i giudici possano scoprire qualche loro magagna, piccola o grande, fiscale prima di tutto. E dunque sono pronti a solidarizzare con lui, perché no, con un pizzico di invidia per l’impunità che pervicacemente si va procurando allietata da belle ragazze.       
Pecunia non olet”, il denaro non puzza ma anzi, Berlusconi “docet”,  serve a pagare profumatamente chi si pone di traverso all’ingordigia di un potere assoluto.