La mia amicizia con Giorgio
Napolitano risale ai lontani anni ’70 e
’80 , lui nella Segreteria del PCI e io semplice deputato. Malgrado la distanza
dei ruoli mi era vicino e solidale quando
gli manifestavo prima i miei dubbi, poi i motivi delle dimissioni dalla Camera
e infine, come transfuga da quel partito,
i miei aperti dissensi che lui mostrava di comprendere e persino, talvolta, di
condividere. Per questa ragione vorrei di nuovo potergli rivolgere un quesito
con la stessa franchezza di allora, gli
stessi dubbi e lo stesso spirito critico di quel tempo lontano, malgrado io sia
rimasto un semplice cittadino e lui sia ridiventato il nostro Presidente. Ma
quel che mi incoraggia a continuare a interrogarlo è la convinzione che quell’amico
di tempi lontani non sarebbe salito così in alto con la imperturbabile calma, dignità
ed energia che mostra in ogni circostanza, se non fosse sempre stato della
stoffa a un tempo ruvida e gentile che è caratteristica degli uomini avvezzi
alle discussioni e alle critiche, perché
convinti di saper perseguire un fine che gli è idealmente
dettato dal solo desiderio di fare il bene del proprio Paese, senza alcun
vantaggio personale. Dunque qualcosa di sideralmente lontano dal sentimento non
solo di chi fa i propri affari, ma persino di chi si dedica al servizio del
pubblico, inevitabilmente ispirato all’etica del guadagno e al culto del denaro,
che è il fondamento della civiltà capitalista. Proprio quella che lui ha prima
avversato come comunista, ma poi ha di
buon grado accettato contribuendo a trasformare il comunismo rivoluzionario in
riformismo parlamentare, anche per dare attuazione al ben noto accordo del 1944
fra Stalin e Churchill in merito al comportamento democratico che i partiti
comunisti in Occidente si impegnavano a seguire.
Ma proprio da quella circostanza è sorta la questione che amerei
discutere con il mio antico amico. Eh si, perché Giorgio Napolitano ha vissuto come
protagonista l’esperimento, unico in Europa, di un patto di non belligeranza fra
un partito conservatore come la DC e uno che aveva radici rivoluzionarie come
il PCI, in virtù del quale si rendevano
entrambi fautori della pace sociale, garantendosi
reciprocamente il diritto esclusivo di governare l’uno, e di stare
all’opposizione l’altro, senza che per quasi mezzo secolo nessuno dei due abbia cercato di rompere quell’accordo che
favoriva la pace mondiale e il miracolo economico italiano. Ebbene non è stato forse
quel patto un primo esperimento di una “larga intesa”? E quello denominato da
Berlinguer “compromesso storico” non intendeva esserne una replica dato che si
riprometteva di escludere l’aperto confronto, e magari il conflitto, fra chi
ancora voleva il superamento del capitalismo e chi lo rifiutava?
Poi sia la prima intesa che il tentativo di una seconda sono
giunti alla fine e sono incominciati gli anni delle politiche truffaldine,
delle inchieste di mani pulite, e di tutto quanto ci ha fatto precipitare nel
gorgo assai sporco del berlusconismo. Di larghe intese non se ne poteva più
fare alcuna perché i due vecchi protagonisti non c’erano più. Ma l’Italia che
dopo il fascismo era stata così a lungo democristiana-comunista, ma mai
propriamente democratica alla maniera occidentale dell’alternanza al governo di
forze politiche contrapposte, fatto salvo
il brevissimo intervallo della malferma
vittoria di Prodi, si preparava a consolidare il regime dell’assolutismo
padronale del Grande Corruttore. E una opportuna legge elettorale che faceva
del Parlamento un organo ingestibile per la democrazia dell’alternanza,
scongiurava definitivamente che questa, in Italia, potesse avverarsi.
Di fronte al caos che ne è derivato e alla avvilente prova della
mancata elezione del nuovo Presidente
della Repubblica, il vecchio sperimentato strumento, chiamatelo patto di non
belligeranza, o compromesso storico, o larga intesa, è ricomparso come
soluzione ideale perché confezionata su misura per un regime politico sempre abbastanza
liberale ma mai autenticamente democratico. E quel che mi spinge a interrogare
l’antico amico è che vorrei sapere da lui, che stimo e rispetto come pochi
altri, se non ritiene che l’ennesima larga intesa del governo Letta che ha
promosso non debba essere, entro un tempo strettamente limitato alla
abrogazione del “Porcellum”, il canto
del cigno della democrazia zoppa che da
troppi decenni domina nel nostro Paese.
Sarebbe la più bella
conclusione della sua straordinaria carriera politica se Giorgio Napolitano dedicasse
il suo secondo mandato alla realizzazione della democrazia dell’alternanza dopo
più di sessant’anni che è stata praticamente
abrogata. Darebbe così un decisivo contributo a fare dei nostri partiti,
come lo sono in altri Paesi europei, delle squadre in competizione per il bene
comune, e non in perenne trattativa per
un potere che può essere solo esercitato mediante la spartizione..