Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



30 giugno 2011

La debolezza di ogni democrazia è nei poteri della sua oligarchia

 «Diciamo che siamo in democrazia perché ci sono le elezioni. Ma bastano perché sia una democrazia effettiva?» Questa la domanda che ci poniamo quando, all’interno del capitalismo globale, facciamo la comune distinzione fra i regimi  politici democratici e autocratici. Mentre, ai fini della democrazia, mi sembra assai più utile paragonare fra loro i due tipi di capitalismo, quello “democratico” e quello “autocratico” che, per quanto opposti, convivono e si scambiano fra loro capitali, beni e servizi in quantità gigantesche.
Attribuiamo allora il termine “democratico”  al capitalismo dei paesi in cui si vota liberamente per eleggere Parlamenti e maggioranze che governano, in cui l’informazione è indipendente e la giustizia è gestita da una magistratura autonoma. E’ l’ipotizzato modello del capitalismo centro-europeo e nord-americano. Mentre “autocratico” è invece il capitalismo dei paesi in cui le istituzioni politiche sono liberali solo formalmente, il voto è sostanzialmente determinato da un potere centrale che controlla sia l’informazione che la giustizia come nel modello del capitalismo russo. Oppure le istituzioni sono del tutto dominate da un potere dispotico come nel modello del capitalismo cinese.
Come si vede questa partizione non tiene conto di una infinità di differenze e di sfumature all’interno di ciascuno dei due tipi di capitalismo e non considera le molte deficienze delle istituzioni politiche nelle democrazie liberali e le tante possibili violazioni che al loro interno possono subire le libertà di voto, di informazione, ecc., come sappiamo molto bene noi italiani. E tuttavia è una partizione che, riferita al capitalismo, ha lo scopo di dare, per una volta, il massimo rilievo non a ciò che distingue il tipo “democratico” dal tipo “autocratico” dei regimi politici, bensì a quanto essi hanno in comune e che è troppo spesso ignorato: cioè essere entrambi parte dell’ economia capitalista globale.   
Come tali sono ambedue, come insegna la lunga storia del capitalismo, dominati dal fine del guadagno e della sua accumulazione, mentre la soddisfazione dei bisogni collettivi è prevalentemente il mezzo per realizzare quel fine. In altri post (del 4/5) di questo Blog ho distinto il capitalismo civilizzato dal capitalismo selvaggio, sostenendo che nel primo si impedisce al fine del massimo profitto di prevalere su ogni altro fine sociale. Viceversa, nel secondo viene lasciata piena libertà di azione alla sete degli affari, quale che sia il prezzo che la collettività deve pagare. Insomma il capitalismo è più civilizzato quando la soddisfazione della ingordigia affaristica dei privati lascia spazio a un largo welfare pubblico nella sanità, nell’ istruzione e nella difesa dei ceti più deboli.
Ma questo carattere comune dei due tipi di capitalismo li rende comunque simili sotto un altro aspetto: gli «affari», sia quando sono gestiti da privati che magari dallo Stato, danno necessariamente luogo al contrario della democrazia, e cioè ai più svariati tipi di oligarchia, sotto forma di centri di potere che col “demos”, ossia col “popolo” hanno molto poco o niente a che fare. Gli esempi abbondano e sono quelli la vera minaccia della democrazia. Un buon argomento per i prossimi post.

14 giugno 2011

Democrazia politica e oligarchie capitaliste. La contesa è globale - I

  
La democrazia è un tema oggi più che mai all’ordine del giorno per via delle rivolte popolari nel nord-africa e nel medio oriente contro feroci dittature imperanti da decenni, ma di cui proprio nessuno pensava fosse imminente la fine. Come nessuno sembra per ora in grado di diagnosticare se quelle rivolte siano in grado di promuovere la democrazia come noi occidentali la intendiamo.
Ma, a questo proposito, dobbiamo chiederci: noi occidentali  abbiamo idee chiare in merito alla democrazia che affermiamo di praticare? In merito cioè alle sue forme che meglio ci garantiscono da un possibile ritorno ai tipi di dispotismo che abbiamo conosciuto in passato e ai rischi di sue degenerazioni che possano condurci, più o meno inconsapevolmente, a nuove forme autoritarie del potere?
Recentemente queste domande se le sono poste il Direttore di Repubblica Ezio Mauro e il già Presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, in un vivace dialogo (La felicità della democrazia, Laterza, 2011) che,  in questa fase storica, assume un particolare valore di ripensamento del concetto di «democrazia» inteso come un connotato imprescindibile dei regimi liberali occidentali.
Il problema di fondo che quel dialogo mette in evidenza è la incerta definizione della democrazia e la palese difficoltà di fondare quel concetto con esclusivo riferimento alle istituzioni politiche e statali del moderno Occidente. Una difficoltà che io credo superabile solo a una condizione, quella cioè di considerare la democrazia non più come una realtà a sé stante, piovuta dall’alto, ma in un contesto più ampio.  
Mi sembra cioè che sia più realistico concepire la democrazia come una delle trasformazioni operate dal processo storico nelle diverse componenti di  quel complessivo «sistema» che chiamiamo capitalismo. Un sistema che è caratterizzato da una specifica struttura sociale che esprime determinate istituzioni di dominio politico e di governo e che opera entro una economia di mercato.
Nell’evoluzione storica di quel sistema la democrazia è diventata progressivamente la forma politica prevalente assunta dalle istituzioni di dominio e di governo, ma è stata pur sempre condizionata e spesso ostacolata dalle forze della società e da quelle del mercato nella misura in cui esse esprimono delle potenti oligarchie, nei confronti dei cui interessi  la democrazia costituisce quasi sempre un impedimento.     
Vi è perciò una stretta correlazione fra democrazia e capitalismo, che del resto gli autori del dialogo riconoscono implicitamente. Per fare un esempio in questa affermazione:
“di solito democrazia evoca elezioni, partiti, sistemi elettorali, referendum, parlamenti, diritti politici. Si pensa cioè a istituzioni politiche. Che cosa c’è alla base passa sotto silenzio. Sembra che la democrazia viva per conto proprio, che non abbia bisogno di una fondazione sociale, che non ci sia un nesso fra istituzioni e società.”
Ma perché quel silenzio sia rotto e quel nesso sia trovato occorre, come ho accennato prima, accettare di parlare del capitalismo, del tipo di società che si è andata formando nella sua evoluzione storica, del carattere di «massa» che ha assunto con i processi di industrializzazione, e quindi delle trasformazioni che la politica ha subìto nelle profonde riforme democratiche della rappresentanza e dei poteri di governo regolati da costituzioni liberali.
Ma, al contempo, non si deve dimenticare che l’economia capitalista non ha mai cessato di avere come preminente scopo quello di accumulare profitti su una base di forti antagonismi sociali. Lo sviluppo della democrazia politica ha solo attenuato le ingiustizie sociali quando ha promosso, accanto al fine del profitto, quello della soddisfazione di bisogni primari della collettività attraverso l’intervento dello Stato. Quando cioè il welfare pubblico si è imposto anche a scapito dell’ interesse privato.
Se questo è stato il grande ruolo della democrazia entro il sistema capitalista, allora è preferibile evitare di attribuirle virtù che non possiede, definendola “governo del popolo” o, peggio, “governo per il popolo” dato che nel capitalismo un «popolo» come tale è una pura astrazione, e chiamarlo “sovrano” è pura illusione.   

Democrazia politica e oligarchie capitaliste. La contesa è globale - II

Sia Mauro che Zagrebelsky vedono le debolezze della democrazia e i rischi delle sue degenerazioni tanto nell’indebolimento dell’ambito nazionale in cui si era fin qui  sviluppata quanto nella corruzione della sua etica. E’ infatti evidente, essi osservano, che il fenomeno della globalizzazione è destinato “a far perdere o almeno allentare la corrispondenza tipica dello «Stato nazionale» una terra/un popolo, inteso come unità etnica, culturale e politica.”
Qui di nuovo allargherei la prospettiva aggiungendo alle altre perdite di unità dovute alla globalizzazione quella del mercato, soprattutto del lavoro. La globalizzazione, cancellando le frontiere degli Stati nazionali, ha tolto sotto i piedi delle democrazie politiche il loro terreno tradizionale. Col risultato che il potere del capitale internazionale si è unificato e rafforzato mentre le difese poste in atto dalla democrazia politica a tutela delle classi subalterne si sono enormemente indebolite. Basta pensare alla perdita di potere dei sindacati nelle contrattazioni collettive sotto la minaccia del trasferimento degli stabilimenti in paesi dove i lavoratori sono meno democraticamente tutelati.
Dunque dove è finita la “sovranità del popolo” che elegge i suoi rappresentanti al Parlamento, luogo deputato a emanare le leggi e dunque a regolare “democraticamente” la vita di tutti i cittadini, compresi quelli stranieri di origine? Occorre riconoscere, dicono gli autori del dialogo, che siamo in presenza di una crisi della politica intesa come “libera scelta dei fini.” Ma, si domandano, “oggi dov’è questa libertà? Al massimo la politica esprime la gestione (buona o cattiva) dell’esistente” e perciò genera indifferenza e sfiducia. Questo accade, affermano gli autori, perché
“la politica come rappresentazione tende a deviare da quello che c’è sotto, e sotto c’è il potere, il potere per il potere che per sua natura tende a diventare «smisurato».”
A me pare, forse al di là delle intenzioni degli autori di questo dialogo, che questa sia una perfetta raffigurazione di ciò che vi è di effettivamente «smisurato» nel sistema capitalista in cui opera la democrazia politica: non tanto il potere in sé quanto  il fine del guadagno che muove il il potere del capitale. Quello è il reale potere che “c’è sotto” la politica, guidato da una vera e propria oligarchia che non è neppure più nazionale, ma multinazionale e che quindi riduce la democrazia politica a fatto “locale”, confinato negli spazi delle residue “nazioni”, anche quando esse confluiscono in aggregati del tipo Unione Europea.
Dobbiamo dunque essere pessimisti sul destino della democrazia? Direi di no a condizione di non volerla difendere come tale ma considerandola parte integrante del sistema capitalista e del suo sviluppo storico di cui costituisce il frutto migliore, costato lotte feroci e grandi rivoluzioni. Perché la democrazia non soccomba, lo scopo «smisurato» del guadagno che muove il grande capitale e le sue potenti oligarchie deve però essere contrastato sul suo stesso terreno, cioè su quello globale che deve diventare il nuovo terreno delle lotte democratiche. Le democrazie, per non farsi schiacciare dalle oligarchie del capitalismo, devono anch’esse cessare di essere chiuse da confini e frontiere.