«Diciamo che siamo in democrazia perché ci sono le elezioni. Ma bastano perché sia una democrazia effettiva?» Questa la domanda che ci poniamo quando, all’interno del capitalismo globale, facciamo la comune distinzione fra i regimi politici democratici e autocratici. Mentre, ai fini della democrazia, mi sembra assai più utile paragonare fra loro i due tipi di capitalismo, quello “democratico” e quello “autocratico” che, per quanto opposti, convivono e si scambiano fra loro capitali, beni e servizi in quantità gigantesche.
Attribuiamo allora il termine “democratico” al capitalismo dei paesi in cui si vota liberamente per eleggere Parlamenti e maggioranze che governano, in cui l’informazione è indipendente e la giustizia è gestita da una magistratura autonoma. E’ l’ipotizzato modello del capitalismo centro-europeo e nord-americano. Mentre “autocratico” è invece il capitalismo dei paesi in cui le istituzioni politiche sono liberali solo formalmente, il voto è sostanzialmente determinato da un potere centrale che controlla sia l’informazione che la giustizia come nel modello del capitalismo russo. Oppure le istituzioni sono del tutto dominate da un potere dispotico come nel modello del capitalismo cinese.
Come si vede questa partizione non tiene conto di una infinità di differenze e di sfumature all’interno di ciascuno dei due tipi di capitalismo e non considera le molte deficienze delle istituzioni politiche nelle democrazie liberali e le tante possibili violazioni che al loro interno possono subire le libertà di voto, di informazione, ecc., come sappiamo molto bene noi italiani. E tuttavia è una partizione che, riferita al capitalismo, ha lo scopo di dare, per una volta, il massimo rilievo non a ciò che distingue il tipo “democratico” dal tipo “autocratico” dei regimi politici, bensì a quanto essi hanno in comune e che è troppo spesso ignorato: cioè essere entrambi parte dell’ economia capitalista globale.
Come tali sono ambedue, come insegna la lunga storia del capitalismo, dominati dal fine del guadagno e della sua accumulazione, mentre la soddisfazione dei bisogni collettivi è prevalentemente il mezzo per realizzare quel fine. In altri post (del 4/5) di questo Blog ho distinto il capitalismo civilizzato dal capitalismo selvaggio, sostenendo che nel primo si impedisce al fine del massimo profitto di prevalere su ogni altro fine sociale. Viceversa, nel secondo viene lasciata piena libertà di azione alla sete degli affari, quale che sia il prezzo che la collettività deve pagare. Insomma il capitalismo è più civilizzato quando la soddisfazione della ingordigia affaristica dei privati lascia spazio a un largo welfare pubblico nella sanità, nell’ istruzione e nella difesa dei ceti più deboli.
Ma questo carattere comune dei due tipi di capitalismo li rende comunque simili sotto un altro aspetto: gli «affari», sia quando sono gestiti da privati che magari dallo Stato, danno necessariamente luogo al contrario della democrazia, e cioè ai più svariati tipi di oligarchia, sotto forma di centri di potere che col “demos”, ossia col “popolo” hanno molto poco o niente a che fare. Gli esempi abbondano e sono quelli la vera minaccia della democrazia. Un buon argomento per i prossimi post.