La democrazia è un tema oggi più che mai all’ordine del giorno per via delle rivolte popolari nel nord-africa e nel medio oriente contro feroci dittature imperanti da decenni, ma di cui proprio nessuno pensava fosse imminente la fine. Come nessuno sembra per ora in grado di diagnosticare se quelle rivolte siano in grado di promuovere la democrazia come noi occidentali la intendiamo.
Ma, a questo proposito, dobbiamo chiederci: noi occidentali abbiamo idee chiare in merito alla democrazia che affermiamo di praticare? In merito cioè alle sue forme che meglio ci garantiscono da un possibile ritorno ai tipi di dispotismo che abbiamo conosciuto in passato e ai rischi di sue degenerazioni che possano condurci, più o meno inconsapevolmente, a nuove forme autoritarie del potere?
Recentemente queste domande se le sono poste il Direttore di Repubblica Ezio Mauro e il già Presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, in un vivace dialogo (La felicità della democrazia, Laterza, 2011) che, in questa fase storica, assume un particolare valore di ripensamento del concetto di «democrazia» inteso come un connotato imprescindibile dei regimi liberali occidentali.
Il problema di fondo che quel dialogo mette in evidenza è la incerta definizione della democrazia e la palese difficoltà di fondare quel concetto con esclusivo riferimento alle istituzioni politiche e statali del moderno Occidente. Una difficoltà che io credo superabile solo a una condizione, quella cioè di considerare la democrazia non più come una realtà a sé stante, piovuta dall’alto, ma in un contesto più ampio.
Mi sembra cioè che sia più realistico concepire la democrazia come una delle trasformazioni operate dal processo storico nelle diverse componenti di quel complessivo «sistema» che chiamiamo capitalismo. Un sistema che è caratterizzato da una specifica struttura sociale che esprime determinate istituzioni di dominio politico e di governo e che opera entro una economia di mercato.
Nell’evoluzione storica di quel sistema la democrazia è diventata progressivamente la forma politica prevalente assunta dalle istituzioni di dominio e di governo, ma è stata pur sempre condizionata e spesso ostacolata dalle forze della società e da quelle del mercato nella misura in cui esse esprimono delle potenti oligarchie, nei confronti dei cui interessi la democrazia costituisce quasi sempre un impedimento.
Vi è perciò una stretta correlazione fra democrazia e capitalismo, che del resto gli autori del dialogo riconoscono implicitamente. Per fare un esempio in questa affermazione:
“di solito democrazia evoca elezioni, partiti, sistemi elettorali, referendum, parlamenti, diritti politici. Si pensa cioè a istituzioni politiche. Che cosa c’è alla base passa sotto silenzio. Sembra che la democrazia viva per conto proprio, che non abbia bisogno di una fondazione sociale, che non ci sia un nesso fra istituzioni e società.”
Ma perché quel silenzio sia rotto e quel nesso sia trovato occorre, come ho accennato prima, accettare di parlare del capitalismo, del tipo di società che si è andata formando nella sua evoluzione storica, del carattere di «massa» che ha assunto con i processi di industrializzazione, e quindi delle trasformazioni che la politica ha subìto nelle profonde riforme democratiche della rappresentanza e dei poteri di governo regolati da costituzioni liberali.
Ma, al contempo, non si deve dimenticare che l’economia capitalista non ha mai cessato di avere come preminente scopo quello di accumulare profitti su una base di forti antagonismi sociali. Lo sviluppo della democrazia politica ha solo attenuato le ingiustizie sociali quando ha promosso, accanto al fine del profitto, quello della soddisfazione di bisogni primari della collettività attraverso l’intervento dello Stato. Quando cioè il welfare pubblico si è imposto anche a scapito dell’ interesse privato.
Se questo è stato il grande ruolo della democrazia entro il sistema capitalista, allora è preferibile evitare di attribuirle virtù che non possiede, definendola “governo del popolo” o, peggio, “governo per il popolo” dato che nel capitalismo un «popolo» come tale è una pura astrazione, e chiamarlo “sovrano” è pura illusione.
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