Sia Mauro che Zagrebelsky vedono le debolezze della democrazia e i rischi delle sue degenerazioni tanto nell’indebolimento dell’ambito nazionale in cui si era fin qui sviluppata quanto nella corruzione della sua etica. E’ infatti evidente, essi osservano, che il fenomeno della globalizzazione è destinato “a far perdere o almeno allentare la corrispondenza tipica dello «Stato nazionale» una terra/un popolo, inteso come unità etnica, culturale e politica.”
Qui di nuovo allargherei la prospettiva aggiungendo alle altre perdite di unità dovute alla globalizzazione quella del mercato, soprattutto del lavoro. La globalizzazione, cancellando le frontiere degli Stati nazionali, ha tolto sotto i piedi delle democrazie politiche il loro terreno tradizionale. Col risultato che il potere del capitale internazionale si è unificato e rafforzato mentre le difese poste in atto dalla democrazia politica a tutela delle classi subalterne si sono enormemente indebolite. Basta pensare alla perdita di potere dei sindacati nelle contrattazioni collettive sotto la minaccia del trasferimento degli stabilimenti in paesi dove i lavoratori sono meno democraticamente tutelati.
Dunque dove è finita la “sovranità del popolo” che elegge i suoi rappresentanti al Parlamento, luogo deputato a emanare le leggi e dunque a regolare “democraticamente” la vita di tutti i cittadini, compresi quelli stranieri di origine? Occorre riconoscere, dicono gli autori del dialogo, che siamo in presenza di una crisi della politica intesa come “libera scelta dei fini.” Ma, si domandano, “oggi dov’è questa libertà? Al massimo la politica esprime la gestione (buona o cattiva) dell’esistente” e perciò genera indifferenza e sfiducia. Questo accade, affermano gli autori, perché
“la politica come rappresentazione tende a deviare da quello che c’è sotto, e sotto c’è il potere, il potere per il potere che per sua natura tende a diventare «smisurato».”
A me pare, forse al di là delle intenzioni degli autori di questo dialogo, che questa sia una perfetta raffigurazione di ciò che vi è di effettivamente «smisurato» nel sistema capitalista in cui opera la democrazia politica: non tanto il potere in sé quanto il fine del guadagno che muove il il potere del capitale. Quello è il reale potere che “c’è sotto” la politica, guidato da una vera e propria oligarchia che non è neppure più nazionale, ma multinazionale e che quindi riduce la democrazia politica a fatto “locale”, confinato negli spazi delle residue “nazioni”, anche quando esse confluiscono in aggregati del tipo Unione Europea.
Dobbiamo dunque essere pessimisti sul destino della democrazia? Direi di no a condizione di non volerla difendere come tale ma considerandola parte integrante del sistema capitalista e del suo sviluppo storico di cui costituisce il frutto migliore, costato lotte feroci e grandi rivoluzioni. Perché la democrazia non soccomba, lo scopo «smisurato» del guadagno che muove il grande capitale e le sue potenti oligarchie deve però essere contrastato sul suo stesso terreno, cioè su quello globale che deve diventare il nuovo terreno delle lotte democratiche. Le democrazie, per non farsi schiacciare dalle oligarchie del capitalismo, devono anch’esse cessare di essere chiuse da confini e frontiere.
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