Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



29 luglio 2011

E’ proprio una “questione morale” quella dei politici corrotti, ladri e concussori?

Fu Enrico Berlinguer, segretario del PCI, a coniare lo slogan della “questione morale” in una intervista del 1981 a Eugenio Scalfari, pubblicata su Repubblica. Egli disse testualmente:
“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo che vanno semplicemente abbandonati e superati.”
Trent’anni dopo quella diagnosi è ancora valida con la riserva, però, che a quel tempo il PCI non partecipava alla “occupazione dello Stato” per il semplice motivo che si rifiutava di governarlo. Il PCI aveva scelto di lasciare agli altri partiti, principalmente alla Democrazia Cristiana, il compito di gestire il capitalismo a livello nazionale, riservandosi di amministrare quello locale con diversi gradi di competenza e onestà che lo inducevano ad auto-proclamarsi un partito “diverso” dagli altri.
Ma se in quegli anni, invece di astenersi risolutamente, il PCI si fosse reso disponibile a partecipare direttamente al governo del Paese, sarebbe ugualmente riuscito a non farsi coinvolgere dalla “questione morale”?  
E impossibile dirlo essendo ovvio che la «morale» è un concetto inapplicabile al di fuori della sfera individuale. Perché in una qualsiasi società non può esistere una morale nel senso proprio di valore supremo condiviso, ma semmai  un insieme eterogeneo di etiche, laiche o religiose, normalmente in conflitto fra loro. Figuriamoci poi una società della civiltà capitalista dove, sotto il segno del denaro, ricchezza e potenza, povertà e impotenza devono per forza convivere!    
Dunque Berlinguer sognava? Sissignori, proprio come Martin Luther King egli gridava con tutta la sua forza “I have a dream”. Il sogno cioè di una società che si ponesse l’obbiettivo di superare i mali del capitalismo… senza abolirlo. Diceva infatti:
“Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immense disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale (…), che l'impresa privata conservi un suo ruolo importante.  Ma siamo convinti che tutte queste realtà dentro le forme capitalistiche (…) non funzionano più, e che quindi si debba discutere in qual modo superare il capitalismo (…) giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati.”(corsivi miei).
Peccato che quello di Berlinguer più che un sogno era un delirio politico e storico. Egli è mancato nel 1984, cinque anni prima che crollasse il muro di Berlino e, con esso, tutte le illusioni che facevano della “questione morale” nient’altro che un alibi per la defezione del PCI, e quindi di una parte essenziale della sinistra, dal faticoso e difficile impegno di governarlo il capitalismo, di imporre delle remore alla sua avidità di profitti. Proprio come le socialdemocrazie che in altri paesi, invece di sognare, progettavano un mondo migliore per i disoccupati, gli emarginati, gli sfruttati.

22 luglio 2011

Il capitalismo non ama la democrazia, semmai la sopporta

Sapete perché? Perché il capitalismo, nella sua storia secolare, ha dovuto accettare la democrazia come il frutto di una lunghissima e contrastata relazione con la libertà, iniziata con il divorzio dall’assolutismo nelle grandi Rivoluzioni che in centoquarant’anni hanno rovesciato gli “antichi regimi”. E cioè rispettivamente quella inglese (1640-1689), quella americana (1775-1783) e quella francese (1789-1799).
Dunque la democrazia non è, come molti credono, un prodotto necessario dello sviluppo del moderno capitalismo che ne avrebbe avuto bisogno per la sua crescita. Piuttosto è stata l’inevitabile risultato delle metamorfosi sociali e politiche che esso stesso aveva provocato nel suo cammino. Coinvolgendo nuovi strati sociali dominanti nel governo dello Stato, ampliando i loro diritti insieme ai loro poteri, e causando nelle classi subalterne e sfruttate una forte spinta antagonista, il capitale poteva arginare quelle diverse forze che intendevano condizionarlo solo attraverso concessioni politiche. Quelle appunto che sono alla base delle svariate forme di libertà e di uguaglianza che in Occidente chiamiamo democrazia e che, come ben sappiamo, sono state e continuano a essere messe in discussione sia da ritorni di dispotismo che da manovre autoritarie del grande capitale. Berlusconi, Murdoch & Co. insegnano.
Questa premessa per giustificare il fatto che il capitalismo non soltanto non ama la democrazia ma, appena può, ne fa volentieri a meno. Nell’ ottocento europeo ha prosperato in Inghilterra con la dittatura borghese dell’era vittoriana e il diritto di voto ultra-ristretto. Poi, quando il suffragio è diventato universale, fascismo e nazismo lo hanno semplicemente abolito senza scalfire il loro capitalismo. Il seguito è quello non proprio allegro che abbiamo descritto nei quattro post che precedono questo.
Ma allora, perché stupirsi tanto che il capitalismo fiorisca in Cina? Che abbia il più alto tasso di sviluppo mondiale nel paese che è ancora dominato da un solo partito che, per ironia della sorte, continua a chiamarsi “comunista”, ed è quindi retto da un regime politico che definire autoritario è il minimo che si possa dire?
Ma sul New York Times  è apparso un articolo scritto da Eric X. Li che è un “venture capitalist”, cioè un novello capitalista d’assalto di Shianghai, il quale contesta le convinzioni occidentali che, in sintesi sono le seguenti:
1)      Poiché in Cina non si tengono elezioni i governanti non hanno il consenso dei governati. Falso, dice Li, perché oltre l’80% dei cittadini è soddisfatta dei progressi del proprio paese. (Chi lo ha accertato?)
2)     La Cina è un paese autoritario in cui la classe politica si auto-perpetua. Falso, dice Li, perché è formata non da gruppi privilegiati ma da persone di umili origini e il Partito Comunista è meritocratico e attrae i giovani migliori. (Da cosa lo si deduce?)
3)     La restrizione della libertà di espressione frena l’innovazione. Falso, dice Li perché tutto lo sviluppo cinese è basato su di essa. (Questo è incontestabile)
4)     Il Partito comunista è autoritario e quindi conduce alla corruzione. Falso, dice Li, perché secondo le stime di Transparency International la Cina risulta essere meno corrotta dell’India e dell’Argentina e alla pari con la Grecia e l’Italia. (!)
Sono affermazioni che lasciano interdetti per il loro tono propagandistico e che, tuttavia, inducono a ripensare il nesso che da noi si tende a ritenere troppo ovvio e naturale fra capitalismo e democrazia, mentre, per nostra disgrazia, non lo  è affatto. Il capitalismo cinese dimostra che anche il dispotismo gli è, per ora, congeniale.

13 luglio 2011

“Notizie dal mondo” (il tabloid inglese soppresso): persino il Premier britannico…

Eh si, in politica essere clienti di un potentissimo oligarca perché grande e ricchissimo uomo d’affari, può procurare voti, assicurare appoggi nei media che possiede, garantire un cospicuo appoggio economico per la conservazione del potere, ma… Ma costa inevitabilmente il servile ossequio nei suoi confronti  e una compartecipazione forzata alle sue azioni anche quando lambiscono l’illegalità e il crimine.  
 Badate però che questa volta, a proposito di oligarchi e dei loro clienti, non intendo parlare dell’italiano SB e del suo impero mediatico, dei suoi numerosissimi clientes e compari di merenda, bensì dell’australiano Rupert Murdoch, il più ricco e potente editore del mondo, proprietario in Italia, Germania Danimarca e Olanda di Sky News, negli USA della Dow Jones, del  Wall Street Journal, della Fox Television e del New York Post, e in Inghilterra dei giornali Sun, News of the world, Sunday Times e Times of London. Più dozzine di altri media in Australia e in Oriente e partecipazioni in varie TV nazionali.
E qui incomincia l’imbarazzo e un forte scoramento.
Sappiamo tutti che la Gran Bretagna è stata storicamente la prima affossatrice dell’assolutismo monarchico e la culla della democrazia moderna. Per tante altre ragioni l’abbiamo considerata una nazione di grande civiltà culturale e politica, un esempio di correttezza civica e di senso dello Stato. La sua storia è piena di misfatti e di sanguinose guerre di conquista, ma anche di illuminati uomini di Stato, di grandi combattenti per la libertà dal fascismo e dal nazismo, di iniziatori del Welfare State, come Lord Beveridge fautore nel 1942, in piena guerra, di un progetto di “Pieno impiego in una società libera”. Per queste e altre ragioni non avevamo motivi evidenti per dubitare che l’Inghilterra fosse il Paese la cui classe politica era fra le più  “oneste”, cioè “incorrotte”.
E invece il Premier britannico conservatore  David Cameron viene apertamente accusato di essere uno dei più assidui clienti di Rupert Murdoch, il quale avrebbe dato una bella spinta alla sua elezione nel maggio dello scorso anno, e poi gli ha imposto di assumere a Downing Street quale portavoce ufficiale del governo Andy Coulson, che era stato il Direttore del tabloid News of the World ora chiuso da Murdoch.  A questo punto Coulson, dopo lo scandalo delle intercettazioni velenose e della corruzione di membri della polizia inglese, rischia l’arresto. Cameron era stato consigliato in tutti i modi di star lontano da quel personaggio ma i suoi legami con Murdoch evidentemente glielo hanno impedito.  
I dettagli della questione li troverete su qualunque giornale. In questo Blog che più volte si è occupato delle scandalose commistioni fra affari e politica nel nostro paese, e che recentemente ha posto l’accento sulla pericolosa contraddizione fra democrazia politica e oligarchie d’affari nel mondo intero, non posso far altro che constatare con vero dolore e viva preoccupazione che il “conflitto d’interessi”, il “servilismo clientelare” e “la diffusa corruzione politica” è ormai una epidemia che non risparmia più nessun paese.
Vogliamo magari tentare di liberarcene un po’ noi con molta umiltà? Non chiedendo “passi indietro” a SB che non ne ha fatti mai, ma facendo fare alla nostra sinistra qualche “passo avanti” fuori della melma delle chiacchiere? Gli elettori si sono mossi e l’attendono al varco.  

11 luglio 2011

Clientele servili e avide lobby

Nel precedente post dicevo che gli affari del grande capitale, anche nelle democrazie “occidentali”, prosperano sul terreno delle oligarchie, cioè del governo dei pochi e potenti,  che quindi rappresenta quanto di più lontano vi sia  dalla democrazia intesa come sovranità popolare di tutti i cittadini.
Dunque vi è una contraddizione fra il capitalismo e la democrazia, tra il mondo dei “meno” che si dedicano agli affari e ai profitti e il mondo dei “più” che dalle istituzioni democratiche, liberamente elette, pretendono di veder riconosciuti i loro fondamentali diritti sanciti dalle Costituzioni. Quali diritti? Principalmente i diritti di opinione e di corretta informazione, di dignitosa e duratura occupazione, di assistenza sanitaria gratuita e di adeguata garanzia pensionistica, di difesa dalle prepotenze e dai crimini, di onesta ed efficiente amministrazione pubblica.
La politica nel dopoguerra del secolo scorso, a partire dai primi anni Cinquanta, iniziò a dare sempre più ampia soddisfazione a quei diritti dei “più” e la social-democrazia si affermò quasi ovunque in Europa attuando un regime misto. Da un lato il capitalismo, con le sue oligarchie private, realizzava i suoi fini di accumulazione del capitale e quindi di crescita economica puntando alla massimizzazione dei profitti. Dall’altro lato la democrazia parlamentare attuava un controllo su quelle oligarchie e, con un ampio ricorso allo Stato nazionale, riusciva a realizzare quei diritti dei cittadini. Dunque, almeno in astratto, capitalismo e democrazia convivevano in un antagonismo per così dire addomesticato, e lo sviluppo economico nel trentennio dal 1950 al 1980 fu sbalorditivo.
Nei diversi paesi dell’Occidente democratico questo quadro presentava aspetti diversi come diverse furono poi le cause del declino della social-democrazia, in generale dovuto a un progressivo potenziamento delle oligarchie e indebolimento delle democrazie. Le grandi crisi economiche degli anni ’80 e poi quelle del 2007-2009 andrebbero ristudiate anche sotto questo particolare aspetto: il potere schiacciante del grande capitale (iniziato con Regan e la Thatcher) e delle sue oligarchie sulle prerogative democratiche e sui controlli che si sarebbero dovuti esercitare da parte del potere politico sugli eccessi speculativi e sulle concentrazioni oligopolistiche.             
Fu la potenza sociale delle nuove élites generate dal capitalismo rampante - quelle costituite dagli accademici, dai professionisti, dai tecnici e dai managers promotori dell’ideologia politica ed economica liberista – la forza che si assicurò col sistema delle clientele e del lobbismo anche la potenza politica.
Oggi, soprattutto nell’Italia di Berlusconi, ma anche nell’America di Obama, nella Francia di Sarkozi e nell’Inghilterra di Cameron, quei diritti social-democratici di cui dicevamo sopra sono ampiamente ridotti. Libertà di opinione e di informazione? Ovunque sotto l’attacco dei magnati-magnaccia-miliardari, da Berlusconi a Murdoch. Diritti di lavorare? La disoccupazione va in generale da un minimo del 10% alle punte del 30% per i giovani. Diritti di garanzie sanitarie e pensionistiche? Ridotti in Europa e negati negli Stati Uniti. Diritti di difesa dalle prepotenze e dai crimini e di  una onesta amministrazione pubblica? La corruzione legata al clientelismo e al propagarsi delle lobby inquina ormai tutto l’Occidente, dall’Italia agli Stati Uniti, e la criminalità organizzata invade sempre più ogni angolo delle nostre vite.

Da noi è tutto solo un po’ più provinciale: Bisignani, Milanese & Co sono clientele che forse delinquono ma certamente ricattano, al servizio del sistema di cui il Principe, truccato e ormai quasi imbalsamato, si è valso per corrompere un giudice e comprarsi la più grande casa editrice. Nel sempiterno “segno del denaro”, perché certamente il Principe non era avido di letture.      

4 luglio 2011

E’ la potenza degli affari che logora le libertà

Nel precedente post ho suggerito di affrontare il problema delle democrazie non dal lato delle istituzioni politiche, come si usa fare, ma da quello del capitalismo in cui  sono immerse al pari delle varie autocrazie. Si, perché il capitalismo è ormai l’unico sistema delle economie sviluppate e, in molti casi, si cura assai poco delle qualità liberali del proprio regime. Ovunque regna il mondo degli affari, circondato e sorretto sia da diritti civili e politici democratici, sia dal loro contrario. La Cina sarà tra breve la maggiore potenza capitalista del mondo, ma  è governata a tutti i livelli da una burocrazia dispotica, espressione del partito unico che, paradossalmente, continua a fregiarsi del nome “comunista”.
Perché ritengo essenziale preoccuparsi del mondo degli affari anche quando essi si svolgono nell’ambiente delle “democrazie occidentali”? Per la buona ragione, dicevo in quel post, che gli affari generano e prosperano sempre sul terreno delle oligarchie, cioè, per definizione, sul terreno del “governo dei pochi e dei ricchi nel proprio esclusivo interesse”. C’è qualcosa di più lontano dalla democrazia che è per definizione la “forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo”?
La storia del capitalismo mostra che questa contraddizione è stata in vari tempi e in vari modi non certo superata, ma almeno temperata proprio nelle democrazie occidentali di cui anche l’Italia, malgrado tutto, fa ancora parte.   
Nei prossimi post vorrei tornare su questa contraddizione, in genere poco curata dagli storici, per illustrare sinteticamente i tre seguenti tipi di fenomeni, figli diretti del mondo degli affari, che intaccano e consumano ovunque i diritti democratici:  
1)      La potenza sociale delle élites dominanti che non sono più il prodotto di un sistema di classi ma libere aggregazioni di accademici, professionisti e managers in vari modi legati al sistema del capitale. In parte sono self-made-men, in parte sue creature. Gli accademici gli procurano l’ideologia politica ed economica liberista, i professionisti gli forniscono i supporti tecnico-legali per la sua accumulazione, i managers dirigono le operazioni di mercato che generano profitti.
2)     La potenza politica degli apparati di dominio, cioè del sistema elettorale, del sistema parlamentare, del sistema informativo e burocratico quando, malgrado la loro forma esteriore liberale, sono dominati da orientamenti e interessi proni a quelli del capitalismo affaristico. La cinghia di trasmissione che unisce le élites dominanti alla potenza degli apparati è costituita dal sistema delle lobby che letteralmente comprano la politica per piegarla ai loro interessi particolari.
3)     La potenza economica dispiegata dal capitale industriale e finanziario, ben nota a tutti, ma che negli ultimi decenni è diventata sempre più difficile da arginare e controllare perché ha “sconfinato” saltando tutte le frontiere e diventando globale.
Resterà da trattare, anche per consolarci sul destino della democrazia, il tema del “risveglio” dei cittadini - soprattutto giovani e collegati ai social networks - che  ha già riservato grandi sorprese e sollevato speranze in Italia, ma anche in Tunisia, Egitto, Libia. Yemen, Siria, ecc. Un’alta marea che potrebbe anche ritirarsi ma, come appunto le maree, tornare a sollevare le barche e gli spiriti di coloro che non sono “potenti”.