Fu Enrico Berlinguer, segretario del PCI, a coniare lo slogan della “questione morale” in una intervista del 1981 a Eugenio Scalfari, pubblicata su Repubblica. Egli disse testualmente:
“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo che vanno semplicemente abbandonati e superati.”
Trent’anni dopo quella diagnosi è ancora valida con la riserva, però, che a quel tempo il PCI non partecipava alla “occupazione dello Stato” per il semplice motivo che si rifiutava di governarlo. Il PCI aveva scelto di lasciare agli altri partiti, principalmente alla Democrazia Cristiana, il compito di gestire il capitalismo a livello nazionale, riservandosi di amministrare quello locale con diversi gradi di competenza e onestà che lo inducevano ad auto-proclamarsi un partito “diverso” dagli altri.
Ma se in quegli anni, invece di astenersi risolutamente, il PCI si fosse reso disponibile a partecipare direttamente al governo del Paese, sarebbe ugualmente riuscito a non farsi coinvolgere dalla “questione morale”?
E impossibile dirlo essendo ovvio che la «morale» è un concetto inapplicabile al di fuori della sfera individuale. Perché in una qualsiasi società non può esistere una morale nel senso proprio di valore supremo condiviso, ma semmai un insieme eterogeneo di etiche, laiche o religiose, normalmente in conflitto fra loro. Figuriamoci poi una società della civiltà capitalista dove, sotto il segno del denaro, ricchezza e potenza, povertà e impotenza devono per forza convivere!
Dunque Berlinguer sognava? Sissignori, proprio come Martin Luther King egli gridava con tutta la sua forza “I have a dream”. Il sogno cioè di una società che si ponesse l’obbiettivo di superare i mali del capitalismo… senza abolirlo. Diceva infatti:
“Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immense disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale (…), che l'impresa privata conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà dentro le forme capitalistiche (…) non funzionano più, e che quindi si debba discutere in qual modo superare il capitalismo (…) giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati.”(corsivi miei).
Peccato che quello di Berlinguer più che un sogno era un delirio politico e storico. Egli è mancato nel 1984, cinque anni prima che crollasse il muro di Berlino e, con esso, tutte le illusioni che facevano della “questione morale” nient’altro che un alibi per la defezione del PCI, e quindi di una parte essenziale della sinistra, dal faticoso e difficile impegno di governarlo il capitalismo, di imporre delle remore alla sua avidità di profitti. Proprio come le socialdemocrazie che in altri paesi, invece di sognare, progettavano un mondo migliore per i disoccupati, gli emarginati, gli sfruttati.