Nel precedente post dicevo che gli affari del grande capitale, anche nelle democrazie “occidentali”, prosperano sul terreno delle oligarchie, cioè del governo dei pochi e potenti, che quindi rappresenta quanto di più lontano vi sia dalla democrazia intesa come sovranità popolare di tutti i cittadini.
Dunque vi è una contraddizione fra il capitalismo e la democrazia, tra il mondo dei “meno” che si dedicano agli affari e ai profitti e il mondo dei “più” che dalle istituzioni democratiche, liberamente elette, pretendono di veder riconosciuti i loro fondamentali diritti sanciti dalle Costituzioni. Quali diritti? Principalmente i diritti di opinione e di corretta informazione, di dignitosa e duratura occupazione, di assistenza sanitaria gratuita e di adeguata garanzia pensionistica, di difesa dalle prepotenze e dai crimini, di onesta ed efficiente amministrazione pubblica.
La politica nel dopoguerra del secolo scorso, a partire dai primi anni Cinquanta, iniziò a dare sempre più ampia soddisfazione a quei diritti dei “più” e la social-democrazia si affermò quasi ovunque in Europa attuando un regime misto. Da un lato il capitalismo, con le sue oligarchie private, realizzava i suoi fini di accumulazione del capitale e quindi di crescita economica puntando alla massimizzazione dei profitti. Dall’altro lato la democrazia parlamentare attuava un controllo su quelle oligarchie e, con un ampio ricorso allo Stato nazionale, riusciva a realizzare quei diritti dei cittadini. Dunque, almeno in astratto, capitalismo e democrazia convivevano in un antagonismo per così dire addomesticato, e lo sviluppo economico nel trentennio dal 1950 al 1980 fu sbalorditivo.
Nei diversi paesi dell’Occidente democratico questo quadro presentava aspetti diversi come diverse furono poi le cause del declino della social-democrazia, in generale dovuto a un progressivo potenziamento delle oligarchie e indebolimento delle democrazie. Le grandi crisi economiche degli anni ’80 e poi quelle del 2007-2009 andrebbero ristudiate anche sotto questo particolare aspetto: il potere schiacciante del grande capitale (iniziato con Regan e la Thatcher) e delle sue oligarchie sulle prerogative democratiche e sui controlli che si sarebbero dovuti esercitare da parte del potere politico sugli eccessi speculativi e sulle concentrazioni oligopolistiche.
Fu la potenza sociale delle nuove élites generate dal capitalismo rampante - quelle costituite dagli accademici, dai professionisti, dai tecnici e dai managers promotori dell’ideologia politica ed economica liberista – la forza che si assicurò col sistema delle clientele e del lobbismo anche la potenza politica.
Oggi, soprattutto nell’Italia di Berlusconi, ma anche nell’America di Obama, nella Francia di Sarkozi e nell’Inghilterra di Cameron, quei diritti social-democratici di cui dicevamo sopra sono ampiamente ridotti. Libertà di opinione e di informazione? Ovunque sotto l’attacco dei magnati-magnaccia-miliardari, da Berlusconi a Murdoch. Diritti di lavorare? La disoccupazione va in generale da un minimo del 10% alle punte del 30% per i giovani. Diritti di garanzie sanitarie e pensionistiche? Ridotti in Europa e negati negli Stati Uniti. Diritti di difesa dalle prepotenze e dai crimini e di una onesta amministrazione pubblica? La corruzione legata al clientelismo e al propagarsi delle lobby inquina ormai tutto l’Occidente, dall’Italia agli Stati Uniti, e la criminalità organizzata invade sempre più ogni angolo delle nostre vite.
Da noi è tutto solo un po’ più provinciale: Bisignani, Milanese & Co sono clientele che forse delinquono ma certamente ricattano, al servizio del sistema di cui il Principe, truccato e ormai quasi imbalsamato, si è valso per corrompere un giudice e comprarsi la più grande casa editrice. Nel sempiterno “segno del denaro”, perché certamente il Principe non era avido di letture.
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