Sapete perché? Perché il capitalismo, nella sua storia secolare, ha dovuto accettare la democrazia come il frutto di una lunghissima e contrastata relazione con la libertà, iniziata con il divorzio dall’assolutismo nelle grandi Rivoluzioni che in centoquarant’anni hanno rovesciato gli “antichi regimi”. E cioè rispettivamente quella inglese (1640-1689), quella americana (1775-1783) e quella francese (1789-1799).
Dunque la democrazia non è, come molti credono, un prodotto necessario dello sviluppo del moderno capitalismo che ne avrebbe avuto bisogno per la sua crescita. Piuttosto è stata l’inevitabile risultato delle metamorfosi sociali e politiche che esso stesso aveva provocato nel suo cammino. Coinvolgendo nuovi strati sociali dominanti nel governo dello Stato, ampliando i loro diritti insieme ai loro poteri, e causando nelle classi subalterne e sfruttate una forte spinta antagonista, il capitale poteva arginare quelle diverse forze che intendevano condizionarlo solo attraverso concessioni politiche. Quelle appunto che sono alla base delle svariate forme di libertà e di uguaglianza che in Occidente chiamiamo democrazia e che, come ben sappiamo, sono state e continuano a essere messe in discussione sia da ritorni di dispotismo che da manovre autoritarie del grande capitale. Berlusconi, Murdoch & Co. insegnano.
Questa premessa per giustificare il fatto che il capitalismo non soltanto non ama la democrazia ma, appena può, ne fa volentieri a meno. Nell’ ottocento europeo ha prosperato in Inghilterra con la dittatura borghese dell’era vittoriana e il diritto di voto ultra-ristretto. Poi, quando il suffragio è diventato universale, fascismo e nazismo lo hanno semplicemente abolito senza scalfire il loro capitalismo. Il seguito è quello non proprio allegro che abbiamo descritto nei quattro post che precedono questo.
Ma allora, perché stupirsi tanto che il capitalismo fiorisca in Cina? Che abbia il più alto tasso di sviluppo mondiale nel paese che è ancora dominato da un solo partito che, per ironia della sorte, continua a chiamarsi “comunista”, ed è quindi retto da un regime politico che definire autoritario è il minimo che si possa dire?
Ma sul New York Times è apparso un articolo scritto da Eric X. Li che è un “venture capitalist”, cioè un novello capitalista d’assalto di Shianghai, il quale contesta le convinzioni occidentali che, in sintesi sono le seguenti:
1) Poiché in Cina non si tengono elezioni i governanti non hanno il consenso dei governati. Falso, dice Li, perché oltre l’80% dei cittadini è soddisfatta dei progressi del proprio paese. (Chi lo ha accertato?)
2) La Cina è un paese autoritario in cui la classe politica si auto-perpetua. Falso, dice Li, perché è formata non da gruppi privilegiati ma da persone di umili origini e il Partito Comunista è meritocratico e attrae i giovani migliori. (Da cosa lo si deduce?)
3) La restrizione della libertà di espressione frena l’innovazione. Falso, dice Li perché tutto lo sviluppo cinese è basato su di essa. (Questo è incontestabile)
4) Il Partito comunista è autoritario e quindi conduce alla corruzione. Falso, dice Li, perché secondo le stime di Transparency International la Cina risulta essere meno corrotta dell’India e dell’Argentina e alla pari con la Grecia e l’Italia. (!)
Sono affermazioni che lasciano interdetti per il loro tono propagandistico e che, tuttavia, inducono a ripensare il nesso che da noi si tende a ritenere troppo ovvio e naturale fra capitalismo e democrazia, mentre, per nostra disgrazia, non lo è affatto. Il capitalismo cinese dimostra che anche il dispotismo gli è, per ora, congeniale.
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