Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



9 marzo 2014

La sindrome minoritaria della sinistra

Piaccia o non piaccia il Matteo Renzi che della «rottamazione» ha fatto il suo motto, si deve riconoscere che quel vocabolo non esprime altro che il concetto di obsolescenza, e quindi vale per tutto ciò che essendo troppo vecchio per funzionare va sostituito, come nel caso di un’auto, di una idea e, perché no, di una politica. E allora la rottamazione di quest’ultima implica semplicemente la convinzione che quella esistente non funziona più come dovrebbe per porre riparo alla drammatica recessione attuale. Cosa mai ci può essere di non condivisibile da parte di un’opinione di sinistra in questo radicale riformismo? Qualcosa di sicuro c’è perché viene espresso in varie occasioni nei confronti di questo disinvolto rottamatore un disagio quando non l’aperto dissenso, che sono entrambi perfettamente legittimi nella sostanza ma, a volte, un po’ sospetti nella forma perché riconducibili a una vecchia sindrome della sinistra che chiamerei, parafrasando Francesco Piccolo, il “non voler essere come tutti” e dunque, paradossalmente, il non voler essere maggioranza. Ma perché mai? Direi perché è quasi insuperabile nella sinistra la tradizionale persuasione che solo una minoranza è in grado di sottrarsi agli appetiti di un potere che, quando va al governo, tende a privilegiare gli interessi dei privilegiati invece che quelli degli sfavoriti e dei poveri. Occorreva dunque che entrasse nella scena politica una nuova generazione perché fosse gradualmente abbandonato quel culto della minoranza come baluardo indispensabile per l’appartenenza alla schiera dei buoni cittadini. E allora il popolo tutto della sinistra avrebbe potuto senza scandalo di nessuno diventare un giorno maggioranza per governare il Paese. Ci riuscì con Prodi e fallì allora per colpa di un solo voto, quello di un perfetto esemplare della sinistra minoritaria per vocazione, a nome Bertinotti. Non sarebbe dunque forse salutare che si cessasse di esaltare da più parti la sinistra che non si lascia plagiare da chi la vuole maggioritaria e al governo del Parse come si propone di fare Matteo Renzi, quale che sia l’opinione che si ha di lui personalmente? Perché quella sinistra può ancora chiamarsi tale soltanto se si impegna a trasformare il capitalismo quanto occorre per far uscire da una disperata esclusione sociale la massa dei disoccupati. Fra quei modi è ancora disponibile la soluzione indicata da Keynes di un forte intervento pubblico e, se necessario, di bilanci in disavanzo quanto basta per creare maggiori investimenti, più alti redditi e quindi un più alto gettito fiscale riequilibratore. Ma quest’Europa che continua a essere una Euro-zona non federata, unita soltanto dall’obbedienza supina al distruttivo Fiscal Compaq e governata in ultima istanza dalla troica della BCE, del Consiglio Europeo e del dittatoriale Fondo Monetario, manca purtroppo di un Roosevelt che attui quella politica come avvenne negli Stati Uniti quasi in secolo fa. Ma non saranno da soli Renzi, o la Merkel, o Hollande a vincerla sul fanatico Commissario Olli Rehn, patito dell’austerità, e a rivoluzionare la politica vecchia e decadente dell’Europa in un mondo del quale ormai non è più capace di seguire le pulsanti trasformazioni. Dovranno allora coalizzarsi i leader progressisti per dare all’Europa il necessario impulso che la faccia uscire dallo stagno che la blocca, magari afferrandosi ai lacci delle sue stesse scarpe come fece il Barone di Munchhausen.



8 febbraio 2014

La società dello streaming, invasione barbarica dell’attualità


La rivoluzione informatica ha generato l’ingannevole illusione che l’enorme crescita dell’informazione generi maggiore conoscenza e non invece un possibile appannamento della realtà trasformata in costante spettacolo. L’immensità del pubblico, la vastità della scena e gli innumerevoli eventi che vi sono rappresentati rendono altamente probabile che chi guarda il teleschermo o computer o cellulare alla ricerca di informazioni sia sempre di più un inerte spettatore. E questo può avvenire tanto per eventi e notizie lontanissimi da noi e dai nostri interessi quanto vicinissimi, per una precisa ragione legata a questo nostro mondo affollato e tecnologico: non è più la distanza che ci rende estranei gli uni dagli altri, quanto la crescente estraneità degli uni dagli altri che ci rende distanti. Ma occorre rendersi conto che questo paradosso è la diretta conseguenza di una delle più rivoluzionarie mutazioni storiche avvenute tra il XVIII e il XX secolo. Che è stata la massificazione delle società come conseguenza dell’industrializzazione e dell’urbanesimo che le rende assai meno riconoscibili sia al loro interno perché sbiadiscono le identità individuali e sia all’esterno. Perché i diversi paesi, appartenendo ormai tutti a una unica economia-mondo capitalista, subiscono anch’essi un progressivo scolorimento delle proprie identità. Ma vi è una seconda possibile causa dell’annebbiamento della conoscenza in questa nostra era. Forse è stata proprio la enorme semplificazione e velocizzazione delle comunicazioni di ogni tipo che ha contratto il nostro tempo assorbendo nell’attività di spettatori i momenti che le passate generazioni dedicavano alla riflessione, allo sguardo meditativo, alla conversazione, alla lettura e all’apprendimento. L’invasione barbarica della attualità sta occupando gli spazi di riflessione, anche quelli sul nostro passato, trasformando tutto in spettacolo di suoni e luci cui si assiste senza molto pensare e sovente senza darsi una ragione di ciò che si vede succedere e degli effetti che produrrà sul nostro futuro. Lo spettacolo per sua natura è piatto, quindi impenetrabile tanto sullo schermo quanto sulla scena e perciò si presta a non essere discusso, e men che meno criticato e giudicato. Ecco perché lo spettacolo è un perfetto strumento del pensiero unico e devoto e per questo è stato largamente sfruttato dalle antiche chiese e dalle moderne dittature. Fascismo, nazismo e comunismo ne hanno fatto amplissimo uso per conquistare il consenso di massa e spegnere ogni opposizione. Ed è difficile non temere che il pensiero unico ritorni a essere una grande tentazione nei momenti di maggiore confusione delle idee e un drammatico ridursi della cultura e del livello del dibattito fra orientamenti diversi. Beppe Grillo insegna. Siamo dunque sempre più distanti ed estranei, e quindi confusi noi membri delle società capitaliste “avanzate”, per analizzare le quali è essenziale riuscire a non essere sopraffatti dalla confusione prodotta dall’era dello spettacolo e a riappropriarci della conoscenza dalla quale vorrebbe tenerci lontani.

28 gennaio 2014

Ricredersi su Matteo Renzi?


Ho passato la vita sentendomi di “sinistra” e votando a “sinistra”. Le virgolette evidenziano la ben nota ambiguità di quel termine reso tale da spinte molto spesso disomogenee perché originate da passioni e ambizioni (e persino interessi) discordanti. Assai più, ritengo, di quanto avviene a “destra” dove quegli stessi impulsi sono maggiormente omogenei perché dettati fa una comune paura di essere vessati da uno Stato “nemico” dal quale occorre difendersi con tutti i possibili mezzi, legali e illegali. Quello più gradito e meno rischioso dato il nostro sistema normativo e giudiziario è l’evasione fiscale che non ci fa correre grandi rischi come è dimostrato dalla tranquilla vita che conduce il condannato per frode che ci ha governato per vent’anni. Negli Stati Uniti sarebbe molto probabilmente già in galera da diverso tempo, dietro le sbarre e non dietro una finestra del “domicilio” da lui scelto. Ma cosa farci: il bel paese è molto indulgente per antica tradizione con il brutto affare, e a volerlo essere anche noi forse un po’ troppo riteniamo che la “sinistra” aia stata generalmente  più onesta della “destra” nel senso di più rispettosa delle regole. Però essere o non essere di sinistra non è una scelta etica ma unicamente pragmatica, cioè dettata dalla convinzione che il rispetto delle regole, comprese quelle fiscali, faccia “funzionare” meglio lo Stato nell’interesse di tutti. Dunque nell’interesse della democrazia. Ma ahimè, proprio qui l’asino può inciampare e cadere perché siamo in Italia e non in Inghilterra, felice paese dove la democrazia è molto ben radicata essendo sorta quattro secoli prima della Rivoluzione francese (per l’esattezza il primo Parlamento inglese risale al XIV). Mentre da noi il primo Statuto liberale, quello Albertino, è appena del 1848 e solo dopo le tragedie del fascismo e della guerra è sfociato nella Costituzione del 1948 che è la nostra Legge fondamentale alla quale dunque dovrebbe uniformarsi anche la legge elettorale. Ma il nostro asino, secondo giuristi e costituzionalisti di solida dottrina, invece qui cade. Questo sostiene per esempio Rodotà (la Repubblica del 28 gennaio) secondo il quale il cosiddetto Italicum di fattura Renziana è fortemente a rischio di incostituzionalità per via del forte premio di maggioranza che trasforma la rappresentanza democratica in una sorta di “investitura” autoritaria del governo eletto affinché domini senza alcun intralcio. Ecco allora che lo scrivente è costretto in qualche misura a ricredersi, ma con dispiacere perché gli piaceva tanto votare per una sinistra capace finalmente di vincere.