Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



21 settembre 2011

I buoni del tesoro, i cattivi del debito, i disperati licenziati e i potenti licenziosi

Volendo collegare fra loro queste quattro categorie che tutte insieme sono all’ordine del giorno, ma apparentemente sconnesse, mi sono servito di un gioco di parole.  Infatti uso il termine “buoni del tesoro” non solo, come di consueto, per i titoli emessi dagli Stati per finanziare i loro debiti ma anche, ironicamente, per coloro che ne sono stati i promotori. Ritenuti a suo tempo buoni economisti e politici sia dalla sinistra che dalla destra per la loro capacità di procurare consensi e voti a spese del tesoro dei contribuenti, anche se dilapidavano allegramente lo Stato, oggi sono invece giudicati cattivi perché responsabili del debito sia privato che pubblico da essi ingigantito al punto da rischiare di non poter essere più rimborsato e quindi di provocare bancarotte di imprese e fallimenti di Stati.
Non è difficile perciò vedere in quei “buoni” e quei “cattivi” una specie di combutta favorita dal capitalismo per rastrellare risorse sia ai suoi fini di profitto che per procurarsi la tranquillità sociale pagata con la protezione del welfare. E poiché i loro eccessi hanno condotto alla attuale crisi, l’enorme disoccupazione che hanno creato genera direttamente i “disperati” che rimangono senza lavoro.
Fin qui ci siamo, con una ragione che accomuna quelle tre categorie. Ma che rapporto ha con loro quella dei potenti “licenziosi”? Dobbiamo trovarlo per spiegarle tutte insieme, perciò legandole a un  comune fenomeno di ossessione che non è più soltanto italiano ma ormai tende ad assumere un carattere di diffuso degrado morale e civile delle classi dirigenti che merita una analisi approfondita.
Perché in Italia abbiamo un Premier che si circonda di schiere di prostitute offertegli come merci di scambio per ottenere appalti e quattrini, ed è affiancato da un Ministro del Tesoro che si avvale della segreteria di un faccendiere corrotto. Perché in Gran Bretagna c’è un Premier che non solo ha rapporti assai stretti con il magnate Murdoch,  proprietario di Tabloid che con intercettazioni illegali ricattavano politici e uomini d’affari, ma che sceglie come Ministro del Tesoro uno fra i riconosciuti habitué di una notissima prostituta. Perché in Francia uno dei più accreditati economisti a livello mondiale si gioca la carica di capo del Fondo Monetario Internazionale e di autorevole concorrente dell’attuale Presidente della Repubblica alle prossime elezioni per il fatto che, affetto da una forma compulsiva di sessismo, viene denunciato da una cameriera d’albergo per rapporti intimi che lei afferma non consensuali. Perché infine, ahinoi, la stessa Chiesa cattolica è stata macchiata da migliaia di abusi sessuali su minori che hanno condotto il governo dell’Irlanda, uno dei paesi più cattolici del mondo, a rompere i suoi tradizionali rapporti con il Vaticano.   
Quattrini sottratti alla ricchezza pubblica, enormi debiti accumulati per procacciarseli, disastri procurati all’occupazione e una rete di rapporti sessuali comprati o imposti: quale può essere allora la radice comune?  Perché non l’estrema «ingordigia», quella derivante dal troppo potere, dalla troppa  ricchezza, dal troppo bisogno di possesso?  Ma, attenzione, una ingordigia innescata a sua volta dal vuoto sempre più pauroso di alternative di vita, di  benessere e di felicità, un vuoto determinato dal prevalere dell’etica del guadagno e della religione dei soldi e del potere su ogni altra. E i giovani non ne vanno certo esenti.
L’ho detto altre volte in questo Blog e mi dispiace ripetermi. Ma, come si vede, non basterà che noi italiani ci liberiamo di Berlusconi perché quelle ossessioni non trovino altrove di che alimentarsi, corrodendo la civiltà del capitalismo col suo peggior veleno.    

16 settembre 2011

Il capitalismo che crea e il capitalismo che rapina

Ci voleva una recessione mondiale per svelare del capitalismo quel che è rimasto normalmente celato sia da certa teoria economica sia dalla propaganda dei media legati al mondo degli affari. Ossia che esso ha sempre avuto una doppia  natura:  non soltanto è una fonte di civiltà per il suo modo di produzione rivoluzionario che ha creato un gigantesco sviluppo economico, sociale, politico e scientifico ma, parallelamente, è una fonte di inciviltà e, talvolta, persino di barbarie. Anche negli ultimi due secoli si sono manifestate sia la civiltà di straordinarie crescite economiche, sia la barbarie di devastanti crisi e guerre di sterminio. L’intera storia del suo sviluppo insegna che dunque questo è il reale capitalismo, mentre è finto quello degli economisti che ne vantano solo le qualità ma ne nascondono i lati oscuri.     
Soprattutto l’attuale capitalismo globalizzato, malgrado possa produrre sviluppo a livello di paesi emergenti, purtroppo nei nostri (dove è nato) è nella paralisi e si limita a generare quasi solo nuove forme di rapina ai danni di milioni di uomini per l’avidità e la corruzione che serpeggiano nell’economia reale, e che soprattutto regnano nell’alta finanza ormai reputata da numerosi studiosi la maggiore responsabile dell’attuale recessione.   
Per fare avanzare la civiltà del capitalismo bisogna perciò ogni volta rimettere a nudo queste barbarie e rapine per poterle combattere disponendo di criteri per discernere il “grano” dal “loglio”, cioè gli elementi di creatività e di innovazione da quelli della corruzione e della rapina socialmente improduttiva. 
Un primo ovvio criterio è quello di distinguere coloro che credono vi sia un solo rimedio per rimettere in  moto la crescita, ossia quello predicato dai liberali di limitarsi a “make money”, a “far soldi”, insomma ad arricchirsi, da coloro che invece sanno che i soldi guadagnati occorre siano investiti o dai privati o dallo Stato. Il primo rimedio è falso perché nella sua storia secolare la civiltà del capitalismo ha fatto l’opposto: i «soldi» che erano ricchezza destinata ai consumi di lusso li ha trasformati in «capitale», cioè ricchezza non da consumare ma da investire e da accumulare per lo sviluppo di forze produttive, di innovazioni scientifiche e di risorse collettive. Perciò i soldi che tuttora arricchiscono i potenti di turno vengono spesso sottratti colpevolmente a un loro migliore impiego capitalistico.
Ogni volta che questo avviene, e il “far soldi” per arricchirsi prevale sulla sana accumulazione di beni e servizi a vantaggio della collettività, incominciano i guai seri. E’ proprio quel che sta accadendo ai giorni nostri negli USA, dove i maggiori responsabili della crisi non solo non vengono perseguiti ma sono premiati con compensi milionari. E dove gigantesche società, che sarebbero fallite sotto il peso dei debiti fasulli da esse stesse creati per guadagnarci sopra, vengono invece salvate con i soldi dei contribuenti, dunque a spese dello Stato. I loro dirigenti si sono arricchiti ma la collettività si è impoverita di altrettanto e le disuguaglianze ingigantiscono.
Direte che distinguere il grano dal loglio, il capitalismo creativo dal capitalismo di rapina,  è una difficilissima impresa dato l’intricato e vorticoso giro di trilioni di dollari, di euro e di renbimbi cinesi gestiti sia da imprenditori che da speculatori, onesti e disonesti, ma tutti appartenenti al mondo globale degli affari che li difende e li protegge da ogni regola.  E’ comunque una impresa che deve essere perseguita da chi ha le competenze per farlo come i numerosi studiosi che ormai vi si dedicano.  E perché no,  persino da un solitario Blogger come me che segue i loro sforzi.  

9 settembre 2011

Una controrivoluzione del capitale o una congiura di capitalisti?

Un serio studioso di Hegel e di Marx, Giuseppe Bedeschi, ha reagito scandalizzato sul Corriere della sera  al mio scritto L’esilio della politica, pubblicato su la Repubblica del 26 agosto, in cui trattavo il tema del declino della democrazia dovuto a una controrivoluzione del capitalismo globale.
Scrive Bedeschi nel suo articolo intitolato La congiura inesistente del capitalismo: “«Controrivoluzione del capitale» in Italia? Magari, verrebbe da dire. Ma non ce n'è traccia, al punto che per tanti aspetti si ha spesso la sensazione di vivere in un Paese del defunto «socialismo reale».” Caspita! E questo perché da noi “migliaia e migliaia di aziende sono sotto il controllo della mano pubblica (dei Comuni, delle Province, delle Regioni, dello Stato)” che è a sua volta controllata “dal ceto politico (di destra e di sinistra) per suo utile e vantaggio”.
Io sono persuaso come Bedeschi che una «democrazia» reale dovrebbe avere un ceto politico il più possibile esente da ogni sorta di privilegi e vantaggi derivanti dall’amministrare i beni pubblici. Peccato che, come egli sa bene, l’esempio del nostro Premier è l’esatto opposto di questa legittima aspirazione. Ma piuttosto mi domando: Bedeschi si rende conto che, partendo dalle sue un po’ bizzarre premesse sulla “mano pubblica”, oltre  all’Italia un altro caso di «socialismo reale» sarebbero paradossalmente gli Stati Uniti? Perché egli sicuramente conosce quello che avviene in quel Paese, che ci è stato maestro di democrazia liberale, proprio nel rapporto politica-affari, ormai inquinato da “smodate ambizioni, avidità e corruzioni che hanno causato la catastrofe economica”.  
Questo, badate,  è solo il sottotitolo di uno dei migliori libri sulle ragioni della crisi mondiale, scritto da una giornalista del New York Times, Gretchen Morgenson, vincitrice del prestigioso premio Pulitzer. Come numerosi altri anche il suo libro  denuncia quella che io chiamo controrivoluzione,  ma che potrebbe anche benissimo definirsi una “congiura” del capitale, dato il limitato numero di politici-affaristi e di affaristi-politici che hanno determinato la grande sconfitta della democrazia liberale negli USA culminata nella seconda Grande crisi del 2008-2009.  Cito in proposito solo due esempi significativi.
Il primo: quello del fallimento della gigantesca Fanni Mae,  impresa privata ma anche pubblica perché garantita e finanziata dal Tesoro americano, la quale elargiva con enormi profitti i mutui-casa subprime, pagava i suoi dirigenti con premi di milioni di dollari ed è stata salvata con miliardi di dollari sborsati non dai suoi soci ma dai contribuenti.
Il secondo: il responsabile della abolizione nel 1999 della famosa legge Glass-Seagal - voluta da Roosevelt nel 1933 e servita per  sessantasei anni a mettere un freno  alle speculazioni bancarie e perciò aborrita dal mondo degli affari -  è’ stato il Presidente democratico Bill Clinton, pressato da una «casta» ben identificata di amministratori di grandi banche, assicurazioni, fondi pensione, ecc. che volevano fare operazioni di fusione e accordi di monopolio che quella legge avrebbe impedito.  
Si vuole di più?  Dani Rodrick, uno dei maggiori economisti americani e professore a Harvard, ha scritto il suo ultimo libro ora tradotto e pubblicato da Laterza con il titolo La globalizzazione intelligente e sapete  qual è la sua tesi di fondo?  Che il capitalismo globale e la democrazia sono incompatibili e quindi occorre fare qualcosa per rimediare a questa sciagura.
Dunque io non ero così sprovveduto come sostiene Bedeschi quando ho parlato dell’ “esilio della politica” dato che il dibattito su quel tema si va allargando ogni giorno e comincia, finalmente, a intaccare le nefaste certezze accademiche sulla perfetta efficienza del “libero mercato”, oggi così clamorosamente smentite.

6 settembre 2011

Preludio: è “felice” la democrazia nell’era globale?

Il bel libro nel quale il Direttore di Repubblica Ezio Mauro e il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky dialogano sui pregi e difetti degli attuali sistemi democratici, pubblicato a maggio da Laterza, reca il titolo “La felicità della democrazia”. Un auspicio legittimo se ci si ferma alla analisi politica che nel loro dialogo, malgrado le molte riserve critiche, è decisamente positiva. Ma se dalla analisi politica si passa a quella storico-economica, cambia tutto. Perché si può scoprire che nella nostra era della globalizzazione si verifica al contrario la infelicità dei rapporti fra democrazia e capitalismo. E non tanto a causa di quella che passa per una normale anche se gravissima crisi economica e finanziaria, quanto di un evento assai più serio e storicamente inedito che l’accompagna: cioè una vera e propria controrivoluzione capitalista. In cosa consiste?
Avviata negli ultimi decenni del ‘900 è giunta al suo pieno svolgimento quando il capitale, divenuto globale, ha potuto affrancarsi dal potere politico nazionale delle democrazie sorte dalle grandi Rivoluzioni del passato. Il potere cioè di tenere a freno le tendenze  speculative del mondo degli affari, di incoraggiare e sostenere gli investimenti realmente produttivi, e di attuare un generoso welfare a favore dei più deboli e indifesi.
Dunque la “recessione” attuale non colpisce soltanto l’economia ma assai di più la democrazia, decaduta da baluardo dei diritti sociali a passivo strumento del nuovo potere capitalista senza frontiere.  E poiché questo è il “tema dominante”  in ciascuno dei tre post che seguono, li ho battezzati scherzosamente come movimenti musicali di una composizione unitaria: adagio cantabile, andante con brio, allegro ma non troppo.  Buon ascolto.
(Il testo che segue è apparso in versione ridotta per ragioni di spazio su la Repubblica del 26 agosto)

Adagio cantabile: l’esilio della politica democratica

Non è forse una crisi della politica democratica la decadenza in molte parti del mondo di governi, parlamenti e partiti, insomma delle istituzioni tradizionali delle democrazie? Nella piccola Italia come nei grandi Stati Uniti esse sono diventate incapaci di governare la società e  l’economia, rivelando la crescente impotenza degli Stati di fronte allo strapotere del capitale e della finanza globali che hanno causato la recessione mondiale e la disoccupazione di massa.  
Ormai più che i governi eletti sono le maggiori banche e i fondi privati della finanza mondiale a decidere le sorti dell’economia, perché la politica ha smarrito la capacità di contrastare l’ingordigia degli affari con una forza all’altezza dei tempi in cui viviamo. Quelli cioè della transizione all’era globale, l’immensa metamorfosi che ha reso la politica una più docile preda del capitale.  
Iniziata nel secolo scorso con il declino del “miracolo economico” post-bellico in Europa, America e Giappone tra il 1950 e il 1975, proseguita con l’implosione dell’impero comunista sovietico nel 1989 e con l’ingresso della civiltà cinese e dell’estremo oriente nel mondo della civiltà capitalista a partire degli anni ’80, quella metamorfosi è esplosa con la rivoluzione informatica e l’avvento di Internet negli anni  ’80 e ’90.   
L’era globale ha determinato  il progressivo cadere delle barriere nazionali e l’unificazione mondiale dei mercati, i fenomeni che hanno consentito una possente controrivoluzione del capitalismo sia sul piano culturale che su quello politico.
Sul piano culturale la globalizzazione ha segnato il tramonto delle ideologie sia democratiche che autoritarie (nazionalismo, liberalismo, socialismo, comunismo, ecc.) mentre al loro posto il capitalismo insinuava nelle coscienze una planetaria religione sociale ispirata all’etica del guadagno e al culto del denaro.
Sul piano politico ha determinato una restaurazione del suo predominio sulla democrazia politica, quale era emersa dalle grandi Rivoluzioni contro l’assolutismo, contrastando la sua azione tesa a dare crescente spazio all’intervento dello Stato  che aveva progressivamente sottratto risorse ai profitti e imposto la soddisfazione di diritti civili e di bisogni collettivi di protezione sociale.
E’ a causa di quella restaurazione che si è potuta accrescere  la perversa alleanza fra poteri di governo e poteri di affaristi, come per esempio è avvenuto in Italia con Berlusconi e Mediaset, in Inghilterra con Cameron e la Sky di Murdoch e negli USA con quella tra i Conservatori del Congresso e gli affaristi di Wall Street.  E, più in generale, si è intensificata la pratica corruttrice del lobbismo che piega ai suoi interessi l’attività legislativa.
Questa descrizione della nuova realtà globale non tiene però conto del sopravvivere nelle fessure del nuovo mondo di passate ideologie e barriere nazionali oltre a obsolete convinzioni politiche. Fra quelle più restie a cadere vi è la contrapposizione politica “destra” / “sinistra” ormai svuotata di ogni senso ideale e operativo essendosi estinte le contrapposizioni ideologiche su cui si basava.
Alla passata lotta ideologica è subentrato l’attuale contrasto fra la potenza aggressiva del capitale globale e la debole sopravvivenza difensiva delle democrazie nazionali.

Andante con brio: la cultura occidentale e quella orientale nel capitalismo globale.

Nell’era in cui l’economia è divenuta globale, cosa succede alla cultura?  Secondo un sinologo quella nata in Grecia che chiamiamo occidentale si esprime nei rapporti antagonistici e nei discorsi diretti, mentre quella orientale della Cina privilegia l’approccio di traverso, indiretto. Per questo la Cina non avrebbe mai conosciuto nella sua storia bimillenaria l’antitesi tipicamente occidentale fra dispotismo e libertà, perché i cinesi «non hanno mai opposto fra loro le diverse “forme” politiche costituite da monarchia, oligarchia e democrazia, ma solo i periodi di “ordine” e di “disordine”.»  In Cina «non è mai stato immaginato altro regime che “la via regia”, la monarchia.» 1
Nonostante questa originaria discrepanza culturale i cinesi hanno fotocopiato l’ultimissima edizione del secolare capitalismo occidentale realizzando quello loro in appena quarant’anni. E poiché privilegiano l’ordine monarchico, quando Deng Xiaoping, dopo la morte di Mao Tse Dong, ha ribaltato il ruolo del Partito comunista, nel drammatico passaggio dal comunismo collettivista al nuovo comunismo capitalista “la via regia” del dispotismo di quel Partito è stata comunque salvaguardata.   
Ma voi direte: cosa c’entra questo con noi occidentali? Quasi niente se ragioniamo con la vecchia logica dello scontro frontale fra destra e sinistra, ma assai di più se scopriamo che la logica orientale dell’approccio trasversale è già pienamente all’opera nella nuova era del capitalismo globale. Il quale infatti non ha dovuto spezzare la democrazia politica per piegarla ai suoi fini, ma solo aggredirla trasversalmente, svuotandola del potere economico trasferito fuori dei suoi confini, e del potere politico con dosi di assolutismo esercitato da una nuova aristocrazia degli affari. Tutto il contrario di quanto era avvenuto un secolo prima, quando il capitalismo era ancora nazionale e la democrazia aveva dovuto spezzare le sue resistenze proprio con la strategia frontale delle lotte operaie,  per costringere lo Stato a destinare alla soddisfazione di bisogni collettivi, insomma al welfare, una parte delle ricchezze accumulate dal capitale stesso.   
Ma oggi è proprio quel welfare che viene minacciato dal capitalismo globale. E poiché esso è divenuto un ordine globale anche nelle coscienze per effetto della religione del guadagno e del consumismo che ha diffuso con i suoi potenti media e TV, anche i drastici  tagli della spesa per l’assistenza sociale che esso impone per superare le crisi e la recessione vengono spacciati come indispensabili rimedi per ristabilirlo quell’ordine, infranto dalla recessione e dal precipitare dei mercati finanziari. E  malgrado quei rimedi causino ulteriori impoverimenti e disoccupazione, vengono solo debolmente osteggiati da una sinistra resa anch’essa impotente dalla castrazione della politica.   
Dunque a questo punto i vecchi strumenti della rivolta e dello scontro frontale (come per es. nei casi di minoranza violente nelle dimostrazioni o delle occupazioni delle scuole) sono diventati armi spuntate. Si manifesta invece di nuovo assai più efficace l’approccio trasversale se attuato dalle forze collettive in rete aventi una potenza d’urto democratica assai maggiore degli asfittici partiti e partitini di vecchio conio. Ne abbiamo viste all’opera molte, giovanili e femminili, audaci portatrici di spinte anti-autoritarie in Italia, Israele, Spagna, Libia, Tunisia, Egitto, Siria e Brasile.    
 1 cfr. François Jullien, Strategie del senso in Cina e in Grecia, Meltemi,2004

Allegro ma non troppo: aristocrazia del capitale e democrazia dei cittadini

Con un primo attacco trasversale alla “cinese”  la controrivoluzione del capitale ha reso impotenti le democrazie nazionali che, indifese dalle loro frontiere, devono misurarsi con un potere straniero in tutti i sensi, cioè con il capitale dei mercati internazionali.
Con un secondo attacco trasversale ha minato il cuore stesso del sistema democratico ripristinando un nuovo assolutismo, quello delle aristocrazie globali dei banchieri mondiali. Essi revocano il potere dei governi eletti di imporre un limite alla potenza del mondo degli affari, disarcionando la politica sia dei partiti difensori dei bisogni e diritti collettivi, sia dei partiti fautori del liberalismo individualista, entrambi ormai costretti a esercitare un potere delegato dal sistema degli affari mondiali che mira unicamente alla massimizzazione dei profitti.
Per misurarsi con la nuova realtà del capitalismo globale non basta che le piccole democrazie nazionali assumano dimensioni più ampie e più integrate. Quella continentale degli USA non la rende immune dagli attacchi trasversali del capitalismo speculativo. Ci vuol altro. Occorre cioè una trasformazione dei soggetti della democrazia che, prima della controrivoluzione del capitale, erano i singoli cittadini che eleggevano Parlamenti ancora democraticamente attivi, mentre ora votano per assemblee ridotte a casse di risonanza di interessi affaristici.  
Per ripristinare una democrazia non gregaria dotata di un qualche potere di controllo sul capitalismo globale, al posto di quei singoli cittadini devono intervenire nuove forze collettive di giovani generazioni che, per riappropriarsi de proprio futuro, dovranno prima di tutto convincersi di due cose: 1) che la sopraffazione dei diritti democratici da parte di un capitalismo lasciato senza freni è soprattutto dovuta alla prevaricazione della religione sociale che predica l’etica del guadagno e il culto del denaro, 2) che quella religione viene inculcata dal mondo degli affari per raggiungere degli scopi precisi. Per esempio i seguenti.  
Primo: legittimare nell’opinione pubblica qualsiasi impresa, anche illegale, che favorendo l’occupazione genera redditi e quindi soddisfa bisogni individuali  spesso al prezzo della distruzione di bisogni collettivi, come per esempio la sicurezza e la difesa dell’ambiente. Sono esemplari i casi del disastro nucleare giapponese, dei catastrofici inquinamenti da perdite dei pozzi petroliferi e del fenomeno generale della selvaggia speculazione edilizia.
Secondo: anestetizzare la protesta e le lotte degli sfruttati ed emarginati, nazionali ed emigrati, illudendoli che la soluzione dei loro problemi stia solo nella “crescita economica” e non esiga invece la preliminare difesa dei loro diritti democratici, compreso quello di poter controllare se un dato tipo di crescita sia benefico o nocivo per l’intera collettività.
Terzo: Trasformare lo Stato da difensore degli interessi e diritti collettivi in complice di interessi privati, facendone il corresponsabile delle crisi anziché la maggiore risorsa per superarle, come era stato dimostrato ampiamente in passato dall’intervento della spesa pubblica nelle fasi di debole congiuntura economica secondo gli insegnamenti di Keynes.  
Occorrerà dunque una vera e propria rivoluzione culturale democratica per sottrarre alla religione del guadagno e del denaro la supremazia su ogni altro valore etico e senso della vita. La civiltà capitalista nella sua lunga storia ha anche saputo abbinare all’avidità del guadagno e alla mercificazione della vita l’aspirazione alla libertà e la liberazione dai bisogni. Il compito immenso delle nuove generazioni  sarà quello di recuperare la politica dal suo attuale forzato esilio affinché nel mondo del capitale globalizzato non abbia invece il sopravvento una crescita che sia prevalentemente basata sulla brama di profitti, sulla speculazione finanziaria e immobiliare e sulla devastazione dell’ambiente.
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