Nell’era in cui l’economia è divenuta globale, cosa succede alla cultura? Secondo un sinologo quella nata in Grecia che chiamiamo occidentale si esprime nei rapporti antagonistici e nei discorsi diretti, mentre quella orientale della Cina privilegia l’approccio di traverso, indiretto. Per questo la Cina non avrebbe mai conosciuto nella sua storia bimillenaria l’antitesi tipicamente occidentale fra dispotismo e libertà, perché i cinesi «non hanno mai opposto fra loro le diverse “forme” politiche costituite da monarchia, oligarchia e democrazia, ma solo i periodi di “ordine” e di “disordine”.» In Cina «non è mai stato immaginato altro regime che “la via regia”, la monarchia.» 1
Nonostante questa originaria discrepanza culturale i cinesi hanno fotocopiato l’ultimissima edizione del secolare capitalismo occidentale realizzando quello loro in appena quarant’anni. E poiché privilegiano l’ordine monarchico, quando Deng Xiaoping, dopo la morte di Mao Tse Dong, ha ribaltato il ruolo del Partito comunista, nel drammatico passaggio dal comunismo collettivista al nuovo comunismo capitalista “la via regia” del dispotismo di quel Partito è stata comunque salvaguardata.
Ma voi direte: cosa c’entra questo con noi occidentali? Quasi niente se ragioniamo con la vecchia logica dello scontro frontale fra destra e sinistra, ma assai di più se scopriamo che la logica orientale dell’approccio trasversale è già pienamente all’opera nella nuova era del capitalismo globale. Il quale infatti non ha dovuto spezzare la democrazia politica per piegarla ai suoi fini, ma solo aggredirla trasversalmente, svuotandola del potere economico trasferito fuori dei suoi confini, e del potere politico con dosi di assolutismo esercitato da una nuova aristocrazia degli affari. Tutto il contrario di quanto era avvenuto un secolo prima, quando il capitalismo era ancora nazionale e la democrazia aveva dovuto spezzare le sue resistenze proprio con la strategia frontale delle lotte operaie, per costringere lo Stato a destinare alla soddisfazione di bisogni collettivi, insomma al welfare, una parte delle ricchezze accumulate dal capitale stesso.
Ma oggi è proprio quel welfare che viene minacciato dal capitalismo globale. E poiché esso è divenuto un ordine globale anche nelle coscienze per effetto della religione del guadagno e del consumismo che ha diffuso con i suoi potenti media e TV, anche i drastici tagli della spesa per l’assistenza sociale che esso impone per superare le crisi e la recessione vengono spacciati come indispensabili rimedi per ristabilirlo quell’ordine, infranto dalla recessione e dal precipitare dei mercati finanziari. E malgrado quei rimedi causino ulteriori impoverimenti e disoccupazione, vengono solo debolmente osteggiati da una sinistra resa anch’essa impotente dalla castrazione della politica.
Dunque a questo punto i vecchi strumenti della rivolta e dello scontro frontale (come per es. nei casi di minoranza violente nelle dimostrazioni o delle occupazioni delle scuole) sono diventati armi spuntate. Si manifesta invece di nuovo assai più efficace l’approccio trasversale se attuato dalle forze collettive in rete aventi una potenza d’urto democratica assai maggiore degli asfittici partiti e partitini di vecchio conio. Ne abbiamo viste all’opera molte, giovanili e femminili, audaci portatrici di spinte anti-autoritarie in Italia, Israele, Spagna, Libia, Tunisia, Egitto, Siria e Brasile.
1 cfr. François Jullien, Strategie del senso in Cina e in Grecia, Meltemi,2004
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