Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



16 settembre 2011

Il capitalismo che crea e il capitalismo che rapina

Ci voleva una recessione mondiale per svelare del capitalismo quel che è rimasto normalmente celato sia da certa teoria economica sia dalla propaganda dei media legati al mondo degli affari. Ossia che esso ha sempre avuto una doppia  natura:  non soltanto è una fonte di civiltà per il suo modo di produzione rivoluzionario che ha creato un gigantesco sviluppo economico, sociale, politico e scientifico ma, parallelamente, è una fonte di inciviltà e, talvolta, persino di barbarie. Anche negli ultimi due secoli si sono manifestate sia la civiltà di straordinarie crescite economiche, sia la barbarie di devastanti crisi e guerre di sterminio. L’intera storia del suo sviluppo insegna che dunque questo è il reale capitalismo, mentre è finto quello degli economisti che ne vantano solo le qualità ma ne nascondono i lati oscuri.     
Soprattutto l’attuale capitalismo globalizzato, malgrado possa produrre sviluppo a livello di paesi emergenti, purtroppo nei nostri (dove è nato) è nella paralisi e si limita a generare quasi solo nuove forme di rapina ai danni di milioni di uomini per l’avidità e la corruzione che serpeggiano nell’economia reale, e che soprattutto regnano nell’alta finanza ormai reputata da numerosi studiosi la maggiore responsabile dell’attuale recessione.   
Per fare avanzare la civiltà del capitalismo bisogna perciò ogni volta rimettere a nudo queste barbarie e rapine per poterle combattere disponendo di criteri per discernere il “grano” dal “loglio”, cioè gli elementi di creatività e di innovazione da quelli della corruzione e della rapina socialmente improduttiva. 
Un primo ovvio criterio è quello di distinguere coloro che credono vi sia un solo rimedio per rimettere in  moto la crescita, ossia quello predicato dai liberali di limitarsi a “make money”, a “far soldi”, insomma ad arricchirsi, da coloro che invece sanno che i soldi guadagnati occorre siano investiti o dai privati o dallo Stato. Il primo rimedio è falso perché nella sua storia secolare la civiltà del capitalismo ha fatto l’opposto: i «soldi» che erano ricchezza destinata ai consumi di lusso li ha trasformati in «capitale», cioè ricchezza non da consumare ma da investire e da accumulare per lo sviluppo di forze produttive, di innovazioni scientifiche e di risorse collettive. Perciò i soldi che tuttora arricchiscono i potenti di turno vengono spesso sottratti colpevolmente a un loro migliore impiego capitalistico.
Ogni volta che questo avviene, e il “far soldi” per arricchirsi prevale sulla sana accumulazione di beni e servizi a vantaggio della collettività, incominciano i guai seri. E’ proprio quel che sta accadendo ai giorni nostri negli USA, dove i maggiori responsabili della crisi non solo non vengono perseguiti ma sono premiati con compensi milionari. E dove gigantesche società, che sarebbero fallite sotto il peso dei debiti fasulli da esse stesse creati per guadagnarci sopra, vengono invece salvate con i soldi dei contribuenti, dunque a spese dello Stato. I loro dirigenti si sono arricchiti ma la collettività si è impoverita di altrettanto e le disuguaglianze ingigantiscono.
Direte che distinguere il grano dal loglio, il capitalismo creativo dal capitalismo di rapina,  è una difficilissima impresa dato l’intricato e vorticoso giro di trilioni di dollari, di euro e di renbimbi cinesi gestiti sia da imprenditori che da speculatori, onesti e disonesti, ma tutti appartenenti al mondo globale degli affari che li difende e li protegge da ogni regola.  E’ comunque una impresa che deve essere perseguita da chi ha le competenze per farlo come i numerosi studiosi che ormai vi si dedicano.  E perché no,  persino da un solitario Blogger come me che segue i loro sforzi.  

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