Piaccia o non piaccia il Matteo Renzi che della «rottamazione» ha fatto il suo motto, si deve riconoscere che quel vocabolo non esprime altro che il concetto di obsolescenza, e quindi vale per tutto ciò che essendo troppo vecchio per funzionare va sostituito, come nel caso di un’auto, di una idea e, perché no, di una politica. E allora la rottamazione di quest’ultima implica semplicemente la convinzione che quella esistente non funziona più come dovrebbe per porre riparo alla drammatica recessione attuale. Cosa mai ci può essere di non condivisibile da parte di un’opinione di sinistra in questo radicale riformismo? Qualcosa di sicuro c’è perché viene espresso in varie occasioni nei confronti di questo disinvolto rottamatore un disagio quando non l’aperto dissenso, che sono entrambi perfettamente legittimi nella sostanza ma, a volte, un po’ sospetti nella forma perché riconducibili a una vecchia sindrome della sinistra che chiamerei, parafrasando Francesco Piccolo, il “non voler essere come tutti” e dunque, paradossalmente, il non voler essere maggioranza. Ma perché mai? Direi perché è quasi insuperabile nella sinistra la tradizionale persuasione che solo una minoranza è in grado di sottrarsi agli appetiti di un potere che, quando va al governo, tende a privilegiare gli interessi dei privilegiati invece che quelli degli sfavoriti e dei poveri. Occorreva dunque che entrasse nella scena politica una nuova generazione perché fosse gradualmente abbandonato quel culto della minoranza come baluardo indispensabile per l’appartenenza alla schiera dei buoni cittadini. E allora il popolo tutto della sinistra avrebbe potuto senza scandalo di nessuno diventare un giorno maggioranza per governare il Paese. Ci riuscì con Prodi e fallì allora per colpa di un solo voto, quello di un perfetto esemplare della sinistra minoritaria per vocazione, a nome Bertinotti. Non sarebbe dunque forse salutare che si cessasse di esaltare da più parti la sinistra che non si lascia plagiare da chi la vuole maggioritaria e al governo del Parse come si propone di fare Matteo Renzi, quale che sia l’opinione che si ha di lui personalmente? Perché quella sinistra può ancora chiamarsi tale soltanto se si impegna a trasformare il capitalismo quanto occorre per far uscire da una disperata esclusione sociale la massa dei disoccupati. Fra quei modi è ancora disponibile la soluzione indicata da Keynes di un forte intervento pubblico e, se necessario, di bilanci in disavanzo quanto basta per creare maggiori investimenti, più alti redditi e quindi un più alto gettito fiscale riequilibratore. Ma quest’Europa che continua a essere una Euro-zona non federata, unita soltanto dall’obbedienza supina al distruttivo Fiscal Compaq e governata in ultima istanza dalla troica della BCE, del Consiglio Europeo e del dittatoriale Fondo Monetario, manca purtroppo di un Roosevelt che attui quella politica come avvenne negli Stati Uniti quasi in secolo fa. Ma non saranno da soli Renzi, o la Merkel, o Hollande a vincerla sul fanatico Commissario Olli Rehn, patito dell’austerità, e a rivoluzionare la politica vecchia e decadente dell’Europa in un mondo del quale ormai non è più capace di seguire le pulsanti trasformazioni. Dovranno allora coalizzarsi i leader progressisti per dare all’Europa il necessario impulso che la faccia uscire dallo stagno che la blocca, magari afferrandosi ai lacci delle sue stesse scarpe come fece il Barone di Munchhausen.
Mi farebbe piacere stabilire un contatto fra questo blog e un blog di cui sono titolare : www.lira-euro.it
RispondiEliminaPierluigi Sorti