Nel precedente post ho suggerito di affrontare il problema delle democrazie non dal lato delle istituzioni politiche, come si usa fare, ma da quello del capitalismo in cui sono immerse al pari delle varie autocrazie. Si, perché il capitalismo è ormai l’unico sistema delle economie sviluppate e, in molti casi, si cura assai poco delle qualità liberali del proprio regime. Ovunque regna il mondo degli affari, circondato e sorretto sia da diritti civili e politici democratici, sia dal loro contrario. La Cina sarà tra breve la maggiore potenza capitalista del mondo, ma è governata a tutti i livelli da una burocrazia dispotica, espressione del partito unico che, paradossalmente, continua a fregiarsi del nome “comunista”.
Perché ritengo essenziale preoccuparsi del mondo degli affari anche quando essi si svolgono nell’ambiente delle “democrazie occidentali”? Per la buona ragione, dicevo in quel post, che gli affari generano e prosperano sempre sul terreno delle oligarchie, cioè, per definizione, sul terreno del “governo dei pochi e dei ricchi nel proprio esclusivo interesse”. C’è qualcosa di più lontano dalla democrazia che è per definizione la “forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo”?
La storia del capitalismo mostra che questa contraddizione è stata in vari tempi e in vari modi non certo superata, ma almeno temperata proprio nelle democrazie occidentali di cui anche l’Italia, malgrado tutto, fa ancora parte.
Nei prossimi post vorrei tornare su questa contraddizione, in genere poco curata dagli storici, per illustrare sinteticamente i tre seguenti tipi di fenomeni, figli diretti del mondo degli affari, che intaccano e consumano ovunque i diritti democratici:
1) La potenza sociale delle élites dominanti che non sono più il prodotto di un sistema di classi ma libere aggregazioni di accademici, professionisti e managers in vari modi legati al sistema del capitale. In parte sono self-made-men, in parte sue creature. Gli accademici gli procurano l’ideologia politica ed economica liberista, i professionisti gli forniscono i supporti tecnico-legali per la sua accumulazione, i managers dirigono le operazioni di mercato che generano profitti.
2) La potenza politica degli apparati di dominio, cioè del sistema elettorale, del sistema parlamentare, del sistema informativo e burocratico quando, malgrado la loro forma esteriore liberale, sono dominati da orientamenti e interessi proni a quelli del capitalismo affaristico. La cinghia di trasmissione che unisce le élites dominanti alla potenza degli apparati è costituita dal sistema delle lobby che letteralmente comprano la politica per piegarla ai loro interessi particolari.
3) La potenza economica dispiegata dal capitale industriale e finanziario, ben nota a tutti, ma che negli ultimi decenni è diventata sempre più difficile da arginare e controllare perché ha “sconfinato” saltando tutte le frontiere e diventando globale.
Resterà da trattare, anche per consolarci sul destino della democrazia, il tema del “risveglio” dei cittadini - soprattutto giovani e collegati ai social networks - che ha già riservato grandi sorprese e sollevato speranze in Italia, ma anche in Tunisia, Egitto, Libia. Yemen, Siria, ecc. Un’alta marea che potrebbe anche ritirarsi ma, come appunto le maree, tornare a sollevare le barche e gli spiriti di coloro che non sono “potenti”.
sarebbe interessante un confronto tra guido carandini e massimo terni, autore di la mano invisibile della politica. pace e guerra tra stato e mercato, garzanti, 2011...magari proprio sul blog di carandini. gabriella
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