Penso che ogni cittadino, anche se ignorantissimo di fisica, debba ormai esprimere un parere critico sul tema di cui oggi tanto si discute per via della tragedia giapponese: le conseguenze a lungo termine e i rischi mortali di incidenti della produzione di elettricità con impianti nucleari. Un tema che da decenni è sul tappeto ma, di mano in mano che il numero di centrali installate nel mondo aumentava fino al numero attuale di 439 (dico quattrocentotrentanove) in 34 paesi, è diventato una questione meramente “tecnica” e perciò riservata agli “esperti”.
Dunque: coloro che non se ne intendono non si facciano prendere dalle emozioni suscitate prima da Cernobyl e poi dall’impatto dello tsunami sulle centrali giapponesi, ma si convincano che decidere se costruirne delle nuove spetta unicamente a coloro che possiedono ragioni scientifiche. Come quella che senza il “nucleare” la crescente fame mondiale di energia, attualmente soddisfatta per l’86 % dai combustibili fossili - petrolio, gas naturale e carbone - che sono “inquinanti”, non potrebbe essere appagata col solo ricorso alle energie alternative pulite oggi disponibili che sono essenzialmente i raggi solari e il vento.
Di fronte alla immane tragedia giapponese ritengo che sia un obbligo morale ribellarci tutti, sia ignoranti che esperti, a questo ricatto affermando con forza il diritto democratico a una informazione dei cittadini che non si presenti sotto le false apparenze di una conoscenza tecnica imparziale.
Perché quella “tecnica”, al pari di ogni altra conoscenza, è invece sempre parziale in quanto prodotto di una specifica epoca e figlia degli interessi e dei fini di una determinata civiltà. Diceva Marx: il mulino ad acqua era quel che bastava nella società feudale, il mulino a vapore subentrò per soddisfare le prime esigenze del capitalismo. Noi sappiamo che per quelle ulteriori fu poi scoperta l’energia elettrica e il motore a combustione interna, fino a quando, per le impellenti necessità belliche, l’italiano Enrico Fermi, l’americano Edward Teller (ancora vivente) e tanti altri scienziati, si dedicarono allo sfruttamento dell’energia atomica. Così potente che per due sole bombe a Hiroscima e a Nagasaky in pochi secondi morirono ammazzati duecentosessantamila esseri umani.
Ma quella, attenzione! era la guerra! Poi tornò la pace, e il capitalismo dopo gli anni Cinquanta moltiplicò le sue forze produttive e le sue esigenze di maggiori fonti di energia. Doveva soddisfare le sue necessità di accumulazione di capitale, cioè di sviluppo della ricchezza a opera di un numero sempre più piccolo di imprese assetate di profitti e di un numero sempre più grande di consumatori sparsi nel mondo, da soddisfare con la moltiplicazione dei loro bisogni sia essenziali che superflui. Purtroppo l’uso di maggiori energie sotto forma di combustibili fossili, oltre tutto disponibili in quantità alla lunga decrescenti, era causa dell’ inquinamento del pianeta per l’emissione di gas serra sotto forma di anidride carbonica e solforosa. E allora ecco il colpo di genio: usare l’energia atomica non più per ammazzare ma per arricchire l’umanità, tanto più che è un’energia che produce elettricità ma non anidride carbonica.
Ma qui sta l’inganno di una informazione non solo parziale ma menzognera: le centrali nucleari producono in prospettiva qualcosa di molto peggio dell’inquinamento da gas serra perché, nel corso del loro operare, accumulano scarti sotto forma di scorie radioattive che sono radiotossiche. E disfarsene è molto problematico perché a livello mondiale se ne producono oggi 200.000 metri cubi a bassa radiotossicità e 10.000 ad altissima, la cui durata oscilla, a quanto pare, fra i trecento e il milione di anni.
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