Come quelle contro Ben Ali in Tunisia e contro Mubarach in Egitto, la rivolta popolare in Libia è servita a svelare a un Occidente distratto e complice che l’antiquato dispotismo di Gheddafi è stato non solo ferocemente oppressivo, ma ormai neppure più all’altezza di garantire un duraturo controllo di fonti energetiche che sono parte delle condizioni essenziali per l’ accumulazione del capitale mondiale. E quindi molto tardivamente, col pretesto di difendere una lotta per la democrazia pagata con il sangue, si è scatenata la competizione fra le “grandi potenze” per influenzare la successione alla tribù di Gheddafi nel controllo del petrolio libico.
Ma antiquato non è solo Gheddafi, ma anche il termine sopravvissuto di “grandi potenze” se riferito, come nell’era coloniale, a stati-nazione quali la Gran Bretagna, la Francia. la Germania, l’Italia e anche gli Stati Uniti, dotati di cannoniere (e ora di aerei e di missili) e quindi capaci di imporre la propria volontà a Stati subalterni. Antiquato ma anche ingannevole perché le reali “potenze” moderne sono da molti secoli tutt’altra cosa rispetto alle sole cannoniere. Sono infatti l’ insieme delle tre condizioni essenziali per lo sviluppo del capitalismo e cioè: 1) le volontà e gli interessi di gruppi sociali dominanti, 2) il loro potere di controllo sulle autorità e istituzioni statali, 3) il loro dominio sui mercati che garantiscono alti profitti.
Conviene allora chiamarle rispettivamente la potenza sociale, la potenza politica e la potenza economica del grande capitale. Tanto per spiegarsi, al mondo d’oggi e nel caso specifico delle fonti di energia, una decisiva potenza sociale è quella delle maggiori compagnie, private e/o statali che, disponendo delle risorse necessarie per condurre grandi affari a livello internazionale, possono esercitare una pressione determinante sulle decisioni pubbliche concernenti l’energia, dal petrolio al gas naturale al nucleare. Sono, per esempio, l’ENI, l’ENEL e la FINMECCANICA in Italia, L’EDF E L’AREVA in Francia, la WESTINGHOUSE e la GENERAL ELECTRIC negli USA, la GAZPROM in Russia, ecc. Come è facile immaginare sono aziende che con quella potenza sociale possono esercitare una notevole potenza politica nel controllo dei rispettivi Stati, nell’uso delle loro risorse economiche e del loro potenziale bellico. Per non parlare della potenza economica sui mercati di cui dispongono nel determinare gli orientamenti e la conquista dei più profittevoli come appunto sono quelli delle fonti energetiche che offrono possibilità di grandi, giganteschi affari.
Questa è la realtà della guerra in Libia, sovrapposta a quella popolare contro il tiranno, che il grande capitale ha mosso per disarcionarlo. Perché mai? Ma per la buona ragione che la “dittatura” delle Compagnie petrolifere, associata a forme di governo un po’ più rappresentative in senso democratico, è certamente meno nociva alla pace e alla tranquillità dei traffici commerciali che il “dispotismo” di un tirannello come Gheddafi.
Ma la diplomazia spesso obbedisce più a vecchie ideologie (come il nazionalismo francese e la bassa cortigianeria italiana) che alle pulsioni storiche dell’antica civiltà capitalista: business is business, gli affari sono affari. Per questo l’esito della guerra è così incerto.
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