Nel suo bel libro “Guasto è il mondo” (Laterza 2011) Tony Judt afferma con rammarico: “Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale. Anzi ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane.”
E’ verissimo, salvo che ha sbagliato i conti, perché non è da trent’anni che questo avviene ma da circa ottocento, che è l’età, a oggi, della civiltà capitalista. Infatti è a partire dal XIII secolo, nella Venezia dei mercanti e dei Dogi, che la nuova civiltà ha ribaltato il fine sociale di ogni precedente economia, antica o feudale. Nelle quali infatti era la soddisfazione dei bisogni (di sostentamento, di lusso, di difesa, ecc.) il fondamentale scopo economico della società, mentre l’eventuale guadagno rappresentava un mezzo per raggiungere quello scopo. Il capitalismo ha invertito quest’ordine di priorità e deve la sua nascita, poi la sua affermazione e il suo immenso sviluppo all’aver posto il guadagno come suo specifico fine sociale, e la soddisfazione dei bisogni, reali o artificiali, come puro mezzo. E allora non è molto ragionevole definire un “guasto” questa secolare inversione senza la quale la nostra civiltà non sarebbe né nata né si sarebbe sviluppata oltre ogni limite, mentre un vero “guasto” è sicuramente la sconfinata voracità che può travolgerla e condurre a crisi devastanti.
I bisogni reali derivano dalla domanda di consumi (privati o pubblici) utili per una vita migliore sotto ogni aspetto, mentre i bisogni artificialmente indotti che alimentano il “consumismo”, in inglese il “compulsive shopping”, sono spesso trappole per creare nuove occasioni di guadagno e incitamenti non a produrre ma a speculare. Nell’economia capitalista il guadagno si chiama profitto, che a sua volta deve essere sistematicamente accumulato e investito per allargare continuamente il giro degli affari che creano ulteriori profitti, e così di seguito senza limiti. L’ Auri sacra fames di Virgilio ritorna sotto mutate spoglie in questa perfetta definizione del capitalismo coniata da Fernand Braudel, uno dei maggiori storici del Novecento: “una civiltà che avanza sotto il segno del denaro”.
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