Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



16 dicembre 2013

Ma vogliamo capire che la sinistra è solo una possibile direzione?

“Purtroppo la sinistra in quanto a "stupidario" ha delle responsabilità immense”. Così mi scrive in una mail una persona che, in modo molto civile, manifesta il suo dissenso rispetto al mio pensiero. Mi consenta di approfittarne per assumere quella sua dichiarazione in senso simbolico, cioè come un modo implicito di intendere la “sinistra” che ritengo obsoleto, più o meno come un elettrodomestico degli anni Cinquanta, che è tempo di rottamare. Proprio come dice Renzi che, con il solito scandalo di quanti sono convinti che la ragione per essere buona deve essere minoritaria, mi piace perché rappresenta un modo di pensare che riscuote un così maggioritario consenso nella generazione che ora deve gestire il futuro. E perché mai sarebbe da rottamare, dunque da sostituire con una apparecchiatura mentale e istituzionale tecnologicamente più avanzata? “Tecnologicamente”? Ma sì, nel senso che un mio vecchio maestro, al quale spesso ricorro per orientarmi nel tempo in cui vivo, esprime con queste parole: “La tecnologia svela il comportamento attivo dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione della sua vita, e con essi anche l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali vitali e delle idee dell’intelletto che ne scaturiscono” (Marx, Il capitale, nota nel cap. 13, corsivi miei). Avete capito, vero? Lui voleva dire che anche le idee devono andare avanti con innovazioni non diverse da quelle che costantemente cambiano le cose del mondo che ci circonda. E allora io propongo questa innovazione: la sinistra smette di essere una cosa speciale e, come nel linguaggio più comune a tutti, diventa una possibile direzione nel cammino di tutti. Quel tutti lo intendo e lo suggerisco come Francesco Piccolo nel suo bel libro intitolato “Il desiderio di essere come tutti”. Cioè abbandonando una buona volta l’atteggiamento, che lui definisce addirittura “reazionario”, della sinistra che si compiaceva di essere minoranza perché solo così provava la sua superiorità. Questi, della società di massa, non sono più tempi per avere ragione, ma per ragionare in modo consono ai giganteschi problemi che affliggono quella che non ha una parte troppo piccola della torta, ma che proprio non la mangia, perché è prevalentemente riservata all’uno per cento dei vincenti, mentre lei è la somma dei perdenti. Cioè dei “forconi” che erano strumenti medievali e che ora, in quest’epoca di modernità che procede come i granchi, sono la realtà di una condizione di esclusione comune alla massa, appunto, dei perdenti ovunque si trovino. Come scrive Marco Revelli sul Manifesto, nei giovani che non trovano un lavoro, nei negozianti e imprenditori costretti a chiudere bottega, nelle famiglie sfrattate perché non possono più pagare l’affitto, negli anziani che hanno una pensione da fame o non ne hanno alcuna. Questa è diventata oggi la Affluent Society, la Società del benessere di cui parlava solo cinquant’anni fa il famoso economista Galbraith.

 

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