“Purtroppo la sinistra in quanto a "stupidario" ha
delle responsabilità immense”. Così mi scrive in una mail una persona che, in
modo molto civile, manifesta il suo dissenso rispetto al mio pensiero.
Mi consenta di approfittarne per assumere quella sua dichiarazione in senso
simbolico, cioè come un modo implicito di intendere la “sinistra” che ritengo
obsoleto, più o meno come un elettrodomestico degli anni Cinquanta, che è tempo
di rottamare. Proprio come dice Renzi che, con il solito scandalo di quanti
sono convinti che la ragione per essere buona deve essere minoritaria, mi piace
perché rappresenta un modo di pensare che riscuote un così maggioritario consenso
nella generazione che ora deve gestire il futuro. E perché mai sarebbe da
rottamare, dunque da sostituire con una apparecchiatura mentale e istituzionale
tecnologicamente più avanzata? “Tecnologicamente”? Ma sì, nel senso che un mio
vecchio maestro, al quale spesso ricorro per orientarmi nel tempo in cui vivo,
esprime con queste parole: “La tecnologia svela il comportamento attivo
dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione della sua vita, e
con essi anche l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali
vitali e delle idee dell’intelletto che
ne scaturiscono” (Marx, Il capitale,
nota nel cap. 13, corsivi miei). Avete capito, vero? Lui voleva dire che anche
le idee devono andare avanti con innovazioni non diverse da quelle che costantemente
cambiano le cose del mondo che ci circonda. E allora io propongo questa
innovazione: la sinistra smette di essere una cosa speciale e, come nel linguaggio più comune a tutti, diventa una possibile direzione nel cammino di tutti. Quel tutti lo intendo e lo suggerisco
come Francesco Piccolo nel suo bel libro intitolato “Il desiderio di essere
come tutti”. Cioè abbandonando una buona volta l’atteggiamento, che lui
definisce addirittura “reazionario”, della sinistra che si compiaceva di essere
minoranza perché solo così provava la sua superiorità. Questi, della società di
massa, non sono più tempi per avere ragione, ma per ragionare in modo consono
ai giganteschi problemi che affliggono quella che non ha una parte troppo
piccola della torta, ma che proprio non la mangia, perché è prevalentemente
riservata all’uno per cento dei vincenti, mentre lei è la somma dei perdenti.
Cioè dei “forconi” che erano strumenti medievali e che ora, in quest’epoca di
modernità che procede come i granchi, sono la realtà di una condizione di
esclusione comune alla massa, appunto, dei perdenti ovunque si trovino. Come
scrive Marco Revelli sul Manifesto, nei giovani che non trovano un lavoro, nei
negozianti e imprenditori costretti a chiudere bottega, nelle famiglie
sfrattate perché non possono più pagare l’affitto, negli anziani che hanno una
pensione da fame o non ne hanno alcuna. Questa è diventata oggi la Affluent
Society, la Società del benessere di cui parlava solo cinquant’anni fa il
famoso economista Galbraith.
Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.
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