Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



29 novembre 2013

Un post che poi, anche lui, ha straripato


Proprio così, perché imitando metaforicamente un evento naturale ormai frequente, avevo cominciato a buttare giù qualche idea per questo Blog sulle ragioni storiche, e cioè non puramente “economiche” (come pretendono gli addetti alla analisi accademica del nostro tempo), della situazione attuale nella quale è così concentrato il benessere e così ampiamente diffuso il malessere, soprattutto nelle giovani generazioni. E invece ho straripato anch’io avventurandomi a scrivere un libro su quell’argomento che forse, un giorno o l’altro, potreste leggere. Proprio così, un’avventura, perché le ragioni storiche, cioè quelle che ci provengono dal passato, hanno una brutta abitudine: di essere riconoscibili e quindi descrivibili unicamente sulla base di interpretazioni, cioè dei possibili racconti che se ne possono offrire. Perché, inevitabilmente, persino quelli che vengono definiti dei “fatti” statisticamente accertati, sono stati prescelti tra gli innumerevoli che sono avvenuti in base a criteri del tutto soggettivi di chi li cita per suffragare il proprio parere. Ma sì, la vecchia pretesa che il passato, che non c’è proprio più, possa essere ricostruito tal quale effettivamente è stato, era basata sulla assunzione del tutto cervellotica che non occorre essere testimoni di ciò che accade per descriverlo con qualche pretesa di oggettività. Ho detto “qualche” in quanto, persino per un testimone, le ipotesi disponibili e minimamente razionali sono tantissime perché soggettive e anche, oserei dire, umorali nel senso che riflettono lo stato d’animo di chi assiste a ciò che avviene. Per non parlare, perciò, di chi lo racconta servendosi di testimonianze o di racconti altrui. E allora? Come si può fare che in un racconto, che pure non abbia la pretesa metafisica di riprodurre oggettivamente il passato, se ne dia conto senza cadere in troppo fantasiose rappresentazioni? Beh, non è facile ma possibile, se persino Benedetto Croce affermava che “la fantasia è indispensabile allo storico: la narrazione vuota, il concetto senza intuizione e fantasia, sono affatto sterili.”. Dunque capirete che ho buone ragioni per essere preoccupato in ogni occasione - e per fortuna sono molto rare - in cui mi avventuro a scrivere di storia, ma posso di nuovo servirmi del saggio parere di Croce per assumermi quel difficile compito. Quando afferma che il racconto del passato deve essere in ogni caso fatto rivivere dallo storico attraverso una critica e una fantasia che sorgono dal suo presente «in quanto faccia viva esperienza degli accadimenti di cui si prende a narrare la storia». E far viva esperienza di essi, secondo Croce, è un principio che deve valere per il passato in generale, anche remoto, a condizione che venga interpretato, da chi lo racconta, «alla luce degli interessi odierni», in quanto desideri restituirgli un ruolo attivo, e così renderlo contemporaneo. Ed è in questo senso che per Croce «ogni vera storia è storia contemporanea». Niente male vero? Soprattutto per chi coltiva gli scrupoli della possibile verosimiglianza di ciò che scrive con quel che è successo nel mondo della vita. Dunque coraggio, vale la pena arrischiarsi a scrivere di storia quando, come nel mio caso, serve a scongiurare di viverla o di apprenderla caricandosi l’animo di inutili amarezze. Non vi pare?

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