Eh sì, anche se sono religioni
laiche, cioè fedi che si
richiamano a princìpi teorici in conflitto, ma all’interno di una medesima
scienza, quella economica. Sono da un lato il principio dogmatico “neoliberista”
di fine Ottocento, oggi ancora largamente dominante, secondo il quale l’unico
protagonista dei rapporti capitalisti deve essere il mercato che, lasciato libero,
si autoregola, si auto equilibra, assicura la piena occupazione e il migliore
impiego delle risorse, a patto che sia minimo il potere di regolazione dello
Stato. Contro quel principio, dall’altro lato, dopo la sua clamorosa smentita
nella depressione del 1929, è insorto, solitario ma fiero e polemico oppositore,
John Maynard Keynes, il nuovo Lutero di un protestantesimo economico che negava
i dogmi della Chiesa neoliberista, reclamava il ruolo essenziale dello Stato
per contrastare l’inefficienza del mercato e i suoi fallimenti, resi manifesti
dalla disoccupazione di massa e dal crollo delle economie americana ad europea
negli anni Trenta. Quella guerra la vinsero allora Keynes e il suo potente
alleato Roosevelt, resi imbattibili non solo dalla giustezza dei loro princìpi
teorici, ma dalle pressanti ragioni di una guerra devastante e totale, che
implicava non il contributo di un “libero” mercato privato, ma di uno Stato al
comando di intere società impegnate a combattere una guerra totale di civiltà
contro la barbarie del nazifascismo. Venti milioni di morti e l’Europa in
macerie, questo il prezzo di quella guerra, anch’essa vinta per merito del
binomio Keynes-Roosevelt, che aveva dato una solida base alla potenza
capitalista anglosassone attraverso il ruolo equilibratore e propulsore
dell’intervento pubblico. Nel dopoguerra quell’intervento proseguì e fu
determinante nel fare dell’economia europea la protagonista della “età
dell’oro” 1950-1970, e del “welfare state” poi largamente diffuso. Poi
ritornarono le crisi, la caduta dei profitti, la disoccupazione, l’inflazione,
e la classe capitalista ne addossò la colpa all’eccesso di spesa pubblica e di
intervento statale. Il neoliberismo tornò in auge con il duo conservatore
Thatcher-Reagan degli anni ’80-’90, che mise in soffitta l’eredità del duo rivoluzionario
Keynes-Roosevelt. Le conseguenze le conosciamo: il libero mercato si è
globalizzato, emancipandosi dalle regole degli Stati cancellando i loro
confini. Keynes ha perso la guerra territoriale perché le sue ricette non sono
più applicabili nel mondo transnazionale del capitale globale. Ma allora perché
la guerra continua fra i neoliberisti che imperano ovunque con le politiche
della “austerità” e del "pareggio del bilancio" che bloccano l'intervento dello Stato in soccorso della disoccupazione, guidati dal resuscitato imperialismo tedesco, e i
neokeynesiani che predicano una forte azione pubblica perché il resto
dell’Europa non precipiti in un baratro di decadenza e di miseria? Proviamo a
indovinare perché? Perché lo Stato in sé, anche se si tratta della Unione
Europea di nazioni spogliate di molti poteri, rappresenta comunque la bestia
nera dei capitalisti, che è la società
degli uomini, come tale capace magari di imporre freni democratici alla sete di
guadagni speculativi, di usare liberamente la spesa pubblica per ricreare una domanda aggregata, come la predicava
Keynes, che restituisca lavoro e dignità a decine di milioni di famiglie. Che
oggi sono schiave impotenti di un progetto di deindustrializzazione del
centro-Europa che favorisca il piano del nord-Europa a guida tedesca, di essere l’unico
interlocutore privilegiato del mercato globale. Che costituisce, nel mondo
d’oggi, il nuovo lebensraum sognato
ieri dal nazismo, il nuovo spazio vitale mondiale
da aggredire per conservare alcune egemonie nazionali che una vera Unione
Europea metterebbe a rischio.
Non a caso il motto
preferito della Thatcher era “There is no such thing as society”, esistono cioè
solo le “persone” che non possono vantare diritti se non assumono obblighi. I keynesiani considerano invece quella “cosa” che
è la società, il fulcro di ogni civiltà, dunque anche di quella capitalista, che
condiziona l’esistenza di ogni persona, e deve preservarne la dignità. Ecco
perché sono due religioni in guerra.
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