Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



5 novembre 2013

Tra politiche di austerità e politiche di espansione c'è una guerra di religione

Eh sì, anche se sono religioni laiche, cioè fedi che si richiamano a princìpi teorici in conflitto, ma all’interno di una medesima scienza, quella economica. Sono da un lato il principio dogmatico “neoliberista” di fine Ottocento, oggi ancora largamente dominante, secondo il quale l’unico protagonista dei rapporti capitalisti deve essere il mercato che, lasciato libero, si autoregola, si auto equilibra, assicura la piena occupazione e il migliore impiego delle risorse, a patto che sia minimo il potere di regolazione dello Stato. Contro quel principio, dall’altro lato, dopo la sua clamorosa smentita nella depressione del 1929, è insorto, solitario ma fiero e polemico oppositore, John Maynard Keynes, il nuovo Lutero di un protestantesimo economico che negava i dogmi della Chiesa neoliberista, reclamava il ruolo essenziale dello Stato per contrastare l’inefficienza del mercato e i suoi fallimenti, resi manifesti dalla disoccupazione di massa e dal crollo delle economie americana ad europea negli anni Trenta. Quella guerra la vinsero allora Keynes e il suo potente alleato Roosevelt, resi imbattibili non solo dalla giustezza dei loro princìpi teorici, ma dalle pressanti ragioni di una guerra devastante e totale, che implicava non il contributo di un “libero” mercato privato, ma di uno Stato al comando di intere società impegnate a combattere una guerra totale di civiltà contro la barbarie del nazifascismo. Venti milioni di morti e l’Europa in macerie, questo il prezzo di quella guerra, anch’essa vinta per merito del binomio Keynes-Roosevelt, che aveva dato una solida base alla potenza capitalista anglosassone attraverso il ruolo equilibratore e propulsore dell’intervento pubblico. Nel dopoguerra quell’intervento proseguì e fu determinante nel fare dell’economia europea la protagonista della “età dell’oro” 1950-1970, e del “welfare state” poi largamente diffuso. Poi ritornarono le crisi, la caduta dei profitti, la disoccupazione, l’inflazione, e la classe capitalista ne addossò la colpa all’eccesso di spesa pubblica e di intervento statale. Il neoliberismo tornò in auge con il duo conservatore Thatcher-Reagan degli anni ’80-’90, che mise in soffitta l’eredità del duo rivoluzionario Keynes-Roosevelt. Le conseguenze le conosciamo: il libero mercato si è globalizzato, emancipandosi dalle regole degli Stati cancellando i loro confini. Keynes ha perso la guerra territoriale perché le sue ricette non sono più applicabili nel mondo transnazionale del capitale globale. Ma allora perché la guerra continua fra i neoliberisti che imperano ovunque con le politiche della “austerità” e del "pareggio del bilancio" che bloccano l'intervento dello Stato in soccorso della disoccupazione, guidati dal resuscitato imperialismo tedesco, e i neokeynesiani che predicano una forte azione pubblica perché il resto dell’Europa non precipiti in un baratro di decadenza e di miseria? Proviamo a indovinare perché? Perché lo Stato in sé, anche se si tratta della Unione Europea di nazioni spogliate di molti poteri, rappresenta comunque la bestia nera dei capitalisti, che è la società degli uomini, come tale capace magari di imporre freni democratici alla sete di guadagni speculativi, di usare liberamente la spesa pubblica per ricreare una domanda aggregata, come la predicava Keynes, che restituisca lavoro e dignità a decine di milioni di famiglie. Che oggi sono schiave impotenti di un progetto di deindustrializzazione del centro-Europa che favorisca il piano del nord-Europa a guida tedesca, di essere l’unico interlocutore privilegiato del mercato globale. Che costituisce, nel mondo d’oggi, il nuovo lebensraum sognato ieri dal nazismo, il nuovo spazio vitale mondiale da aggredire per conservare alcune egemonie nazionali che una vera Unione Europea metterebbe a rischio.
Non a caso il motto preferito della Thatcher era “There is no such thing as society”, esistono cioè solo le “persone” che non possono vantare diritti se non assumono obblighi.  I keynesiani considerano invece quella “cosa” che è la società, il fulcro di ogni civiltà, dunque anche di quella capitalista, che condiziona l’esistenza di ogni persona, e deve preservarne la dignità. Ecco perché sono due religioni in guerra.


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