Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



19 novembre 2013

Secondo un finlandese non siamo ancora abbastanza austeri


Per un fanatico della austerità come Olli Rehn, Commissario europeo per gli affari economici e monetari, l’Unione Europea va ridivisa in paesi buoni e paesi cattivi. E questo, a lungo andare, può segnarne la fine. Eppure era destinata a un sicuro successo perché la civiltà capitalista in Occidente aveva tramutato le rivalità belliche fra i vecchi Stati nazionali in rivalità economiche, risolvibili da patti che facessero dell’Europa stessa un unico Stato. Ma il processo di integrazione, proprio perché rompeva con una secolare tradizione di guerre, è stato di difficile attuazione, ed è lungi dall’essere compiuto. In sintesi queste sono state finora le sue tappe.

Quello di Roma del 1958 e di Maastricht del 1993, sono i Trattati fondativi della Unione economica e monetaria europea (UEM) attraverso successive fasi. Realizzarono una convergenza istituzionale con l'obiettivo di uniformare gli ordinamenti nazionali sulle gestioni della politica monetaria, vietando il finanziamento del disavanzo pubblico attraverso le banche centrali. E inoltre una convergenza economica con l'obiettivo di stabilizzare prezzi, tassi di cambio e tassi d'interesse nella futura area dell’"euro", la nuova unità monetaria europea. Il Consiglio europeo adottò nel giugno 1997 il Patto di stabilità e crescita, volto a garantire la disciplina di bilancio nell'ambito della UEM. Nel maggio 1998 verificò che 11 Stati membri - Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo e Finlandia - soddisfacevano le condizioni per l'adozione della moneta unica. Nel gennaio 1999 ebbe inizio l’ultima fase con la conduzione di una politica monetaria unica sotto la responsabilità della Banca Centrale Europea. Le banconote in euro sarebbero state immesse in circolazione il 1º gennaio 2002.

Però già nel 2004 gli economisti Richard Baldwin e Charles Wyplosz, nel loro libro The Economics of European Integration, affermavano che la creazione di un'unione monetaria non era economicamente vantaggiosa poiché poteva peggiorare una situazione già dolorosa di alta disoccupazione. La sua sopravvivenza avrebbe inoltre richiesto un passo ulteriore verso un'Europa federale a spese degli Stati-nazione.

Quel passo, lo sappiamo, non è stato ancora compiuto, la BCE non ha i poteri di battere moneta come la Federal Reserve, e gli Stati membri della Unione Europea, hanno ripreso a dividersi in aree contrapposte. Quella del Nord, capeggiata dalla Germania, che è dominante negli indirizzi di politica economica decisi a Bruxelles e ispirati alla scuola liberista che impone, col Patto di stabilità e crescita del 1997, la regola dei bilanci in pareggio, cioè il guinzaglio dell’austerità. E quella del Centro Sud, sempre più indebolita da quel guinzaglio, incapace di rompere la coalizione nordica che la opprime, si manifesta sempre meno favorevole all’UEM, come dimostrano i movimenti antieuropei del Front National di Le Pen in Francia e di Grillo in Italia.
Dunque la inedita Unione rischia di essere progressivamente logorata da una divisione fra i suoi membri che riproduce, a livello degli Stati, i conflitti di classe al loro interno fra una minoranza di “ricchi” che detta le regole, e una maggioranza di “poveri” che le subisce con crescenti difficoltà e sofferenze. E questo costituisce il maggiore rischio di un suo possibile fallimento.

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