Per un fanatico della austerità come Olli Rehn, Commissario
europeo per gli affari economici e monetari, l’Unione Europea va ridivisa
in paesi buoni e paesi cattivi. E questo, a lungo andare, può segnarne la fine.
Eppure era destinata a un sicuro successo perché la civiltà capitalista in
Occidente aveva tramutato le rivalità belliche fra i vecchi Stati nazionali in
rivalità economiche, risolvibili da patti che facessero dell’Europa stessa un
unico Stato. Ma il processo di integrazione, proprio perché rompeva con una
secolare tradizione di guerre, è stato di difficile attuazione, ed è lungi
dall’essere compiuto. In sintesi queste sono state finora le sue tappe.
Quello di Roma del 1958
e di Maastricht
del 1993, sono i
Trattati fondativi della Unione economica e monetaria europea (UEM) attraverso
successive fasi. Realizzarono una convergenza istituzionale con l'obiettivo di uniformare
gli ordinamenti nazionali sulle gestioni della politica monetaria, vietando il
finanziamento del disavanzo pubblico attraverso le banche centrali. E inoltre
una convergenza economica con l'obiettivo di stabilizzare prezzi, tassi di
cambio e tassi d'interesse nella futura area dell’"euro", la nuova unità
monetaria europea. Il Consiglio europeo adottò nel giugno 1997 il Patto di stabilità e crescita, volto a
garantire la disciplina di bilancio nell'ambito della UEM. Nel maggio 1998
verificò che 11 Stati membri - Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda,
Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo e Finlandia -
soddisfacevano le condizioni per l'adozione della moneta unica. Nel
gennaio 1999 ebbe inizio l’ultima fase con la conduzione di una politica
monetaria unica sotto la responsabilità della Banca Centrale Europea. Le
banconote in euro sarebbero state immesse in circolazione il 1º gennaio 2002.
Però già nel 2004 gli economisti Richard Baldwin e
Charles Wyplosz, nel loro libro The Economics
of European Integration, affermavano che la creazione di
un'unione monetaria non era economicamente vantaggiosa poiché poteva peggiorare
una situazione già dolorosa di alta disoccupazione. La sua sopravvivenza avrebbe
inoltre richiesto un passo ulteriore verso un'Europa federale a spese degli
Stati-nazione.
Quel passo, lo sappiamo, non è stato ancora compiuto, la
BCE non ha i poteri di battere moneta come la Federal Reserve, e gli Stati
membri della Unione Europea, hanno
ripreso a dividersi in aree
contrapposte. Quella del Nord, capeggiata dalla Germania, che è dominante negli
indirizzi di politica economica decisi a Bruxelles e ispirati alla scuola
liberista che impone, col Patto di
stabilità e crescita del 1997, la regola dei bilanci in pareggio, cioè il
guinzaglio dell’austerità. E quella
del Centro Sud, sempre più indebolita da quel guinzaglio, incapace di rompere
la coalizione nordica che la opprime, si manifesta sempre meno favorevole all’UEM,
come dimostrano i movimenti antieuropei del Front National di Le Pen in Francia
e di Grillo in Italia.
Dunque la inedita Unione rischia di essere progressivamente
logorata da una divisione fra i suoi membri che riproduce, a livello degli
Stati, i conflitti di classe al loro interno fra una minoranza di “ricchi” che
detta le regole, e una maggioranza di “poveri” che le subisce con crescenti
difficoltà e sofferenze. E questo costituisce il maggiore rischio di un suo
possibile fallimento.
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