A ogni privato o singola impresa il risparmio può recare un
vantaggio economico. Ma non alla collettività dei cittadini e delle imprese, perché
ogni mancata spesa di un cittadino o impresa costituisce un mancato reddito di
un altro cittadino o impresa. Perciò la somma dei risparmi privati contrae la domanda
pubblica e quindi crea disoccupazione che, a sua volta, contrae domanda e occupazione
in un circolo vizioso. Insomma la visione individualista nasconde questa elementare
verità: nel sistema economico siamo tutti, volenti o nolenti, parte di una collettività
in cui vige la partita doppia: ogni debito è un credito, ogni spesa è un ricavo.
Invece per troppi economisti, ministri delle finanze, capi di banche e dirigenti
politici, le virtù del singolo non possono essere dei vizi per la collettività.
Dunque se il risparmio è vantaggioso per un cittadino o una impresa deve
esserlo anche per l’intero Paese e dunque la politica dell’austerità è un bene
per tutti. Ma ne siamo sicuri? L’economia keynesiana insegna che se i privati decidono
collettivamente di spendere meno di quanto guadagnano, allora lo Stato deve
spendere più di quanto incassa dalle imposte per colmare la differenza. Ma se invece
anch’esso spende di meno come i privati per ridurre i debiti, allora tutti i redditi
diminuiranno, insieme ai redditi il gettito fiscale e, paradossalmente, il debito
pubblico aumenterà. Non c’è altro scampo per lo Stato che indebitarsi di più
per far crescere la domanda, il gettito fiscale e quindi ridurre il debito.
Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.
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