La possibile distinzione fra due tipi di “capitalismo”, quello civilizzato e quello selvaggio, è normalmente ignorata dalla teoria economica perché tende a trascurare altri ingredienti che, oltre a quello economico, hanno concorso nei secoli a formare la più ampia e complessa “civiltà capitalista” entro la quale opera il capitalismo, e che quindi possono condizionare il modo in cui esso si manifesta di volta in volta.
Ne suggeriamo tre di quegli ingredienti in due possibili forme che influiscono sul modo d’essere del capitalismo. a) Una struttura sociale in cui le classi o gli strati dominanti possono cambiare e quindi avere orientamenti mutevoli circa i propri interessi (le democrazie occidentali), oppure in cui sono saldamente insediati e quindi hanno orientamenti fissi (per es. la Cina); b) un potere politico e di governo dello Stato che, seguendo il tipo di struttura sociale, sarà più democratico o più autoritario nei suoi indirizzi; c) la organizzazione dei mercati che quindi sarà o funzionale agli interessi del capitale pur nel rispetto degli interessi generali, oppure prevalentemente orientata alla salvaguardia dei profitti.
La globalizzazione ha agito su tutti e tre questi ingredienti, ma soprattutto ha indebolito gli Stati nazionali, persino i più grandi, e quindi ha compromesso i poteri di controllo e regolazione dei mercati anche da parte di governanti democratici, sottomettendoli così, in diversa misura, alla logica del capitalismo selvaggio. E questo con effetti più marcati nelle aree del capitalismo emergente in forte sviluppo del cosiddetto BRIC: Brasile, Russia, India e Cina, paesi nei quali la tradizione democratica nella società come nella politica è debole o addirittura assente, e quindi è assai scarsa la possibilità di regolazione dei mercati a presidio dei bisogni sociali.
Lo prova quanto ha dichiarato un dirigente di una delle maggiori società americane di Private Equity, cioè di capitali privati che, facendo leva su prestiti bancari, acquistano imprese promettenti, ne migliorano i rendimenti, e poi le rivendono realizzando lauti profitti. Egli sostiene che la Cina sarebbe il paese ideale per quel business perché gestita da un potere totalitario che non impone limiti, come può avvenire nelle democrazie, alle scelte del grande capitale.
Tuttavia il capitalismo selvaggio trae dalla globalizzazione la forza di imporsi anche dove è radicata la tradizione democratica sia nella società che nella politica che nei mercati, come in Europa e negli Stati Uniti. Un ampio numero di ricerche mostra come le maggiori società finanziarie accumulino profitti grazie al controllo lobbistico sulle azioni di governo.
Ma allora, quale spazio può avere il capitalismo civilizzato? Quello cioè che non ostacola la soddisfazione dei bisogni sociali e, anzi, si giova dell’aumento della occupazione, quindi dei redditi e della domanda che lo Stato sociale mette a sua disposizione?
Una risposta la può dare la storia della Grande crisi prima dello scoppio della IIa Guerra mondiale, quando prese forma il New Deal americano, voluto dal Presidente Democratico Roosevelt, che fu il più eccezionale esperimento di sviluppo capitalistico accompagnato e sostenuto da una formidabile spinta ai consumi pubblici e al sostegno delle classi più deboli. E poi ancora quella dei tre decenni dopo la fine della guerra, fra il 1945 e il 1975, impegnati nell’opera di ricostruzione materiale e di riconversione del capitalismo con un drastico cambiamento della politica economica, ispirato dalle socialdemocrazie al potere e dall’economista inglese John Maynard Keynes, che aveva fra i suoi obbiettivi la piena occupazione e l’assistenza pubblica estesa all’intera popolazione.
Poi, a partire dagli anni ottanta, vennero il più aspro conflitto fra capitale e lavoro, l’indebolimento del movimento sindacale e la restaurazione del liberismo. Una lunga storia che conduce, passo passo, all’attuale predominio del capitalismo selvaggio.
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