Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



4 maggio 2011

Capitalismo civilizzato e capitalismo selvaggio - I

In un suo studio il sociologo Luciano Gallino notava che con la globalizzazione il capitalismo è diventato una fabbrica delle disuguaglianze, sia riguardo le distanze fra il Nord e il Sud del mondo sia quelle all’interno degli stessi paesi sviluppati. Molti studiosi concordano con questa osservazione.  
Soprattutto in anni recenti le disuguaglianze e quindi le ingiustizie sono aumentate in questi paesi per varie cause, fra cui i crescenti attacchi allo Stato sociale, la sempre maggiore disoccupazione soprattutto giovanile, l’aumento della percentuale della popolazione al di sotto della soglia di povertà (in Italia siamo ormai al 10%), il crescente divario fra redditi di lavoro e redditi d’impresa e fra le retribuzioni di operai e dirigenti. Lo stipendio dell’A.D. della Fiat è oggi 1037 volte quello medio dei suoi dipendenti e numerosi capi azienda americani incassano, anche se responsabili di frodi finanziarie che hanno condotto alla crisi, molte decine di milioni di dollari l’anno.
Un tempo venivano definite “repubbliche delle banane” quelle in cui la disuguaglianza era stimata altissima come nel Venezuela e in Nicaragua, perché l’1% della popolazione possedeva il 20% della ricchezza nazionale. Ma ora gli Stati Uniti le hanno battute: l’1% possiede il 34% della ricchezza nazionale.
Dobbiamo tuttavia porci una domanda: questi sono gli aspetti negativi della globalizzazione in sé oppure dei determinati tipi di capitalismo globale che hanno prevalso su altri? E’ cioè possibile e lecito distinguere forme di capitalismo civilizzato che attenuano le disuguaglianze e le ingiustizie, da altre di capitalismo selvaggio (o scatenato: Unfetterd Capitalism) che le accrescono?   
Una risposta a questa domanda può darla soltanto la storia del capitalismo (spesso ignorata), e non il suo stereotipato modello accademico. Perché quella storia rivela come le sue forme si sono evolute attraverso i secoli, passando dal tipo pressoché unico delle origini alla molteplicità dei tipi attuali che, come tanti rami, sono concresciuti formando il grande albero della moderna civiltà capitalista.  
Ogni diverso tipo ha un identico scopo: produrre profitti e accumularli. La questione è che, per raggiungere quell’unico fine, si possono usare molteplici e differenti mezzi, più o meno onesti, più o meno competitivi, più o meno violenti, più o meno contrari agli interessi della collettività e alla soddisfazione dei suoi bisogni, più o meno dannosi per l’ambiente. Per esempio, si può passare dal tranquillo ampliamento dei mercati alla loro brutale conquista con alti costi per l’occupazione, dall’impiego legale del lavoro al suo sfruttamento forzato, dai traffici regolari agli affari truffaldini, dai guadagni onesti alle frodi speculative, dai commerci di beni vitali a quelli di beni mortali come le armi e la droga, dagli investimenti nelle energie alternative a quelli nella pericolosa  energia nucleare. Nulla è escluso a priori per fare profitti.
Ma è proprio la scelta dei mezzi da utilizzare, fra i tanti possibili, che rende il capitalismo civilizzato o selvaggio, a seconda delle briglie che gli vengono imposte. Sarà civilizzato se gli viene impedito di far prevalere il fine del massimo profitto su ogni altro bisogno sociale e, viceversa, sarà selvaggio se gli sarà lasciata piena libertà di azione a qualsiasi prezzo.   

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