Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



8 ottobre 2011

A sinistra si cambi marcia

Oggi il tema è diventato scottante nelle piazze: le malcerte sorti della democrazia di fronte alla grande crisi. Ne hanno discusso con passione Ezio Mauro,  Direttore di Repubblica, e Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte Costituzionale, in uno stimolante saggio (Laterza) dal quale ho tratto la seguente convinzione. Che i loro giudizi critici sulla politica attuale sono indispensabili per una adeguata analisi del sistema capitalista ma, simmetricamente, soltanto se inseriti in tale analisi quei giudizi raggiungono il loro significato più pregnante.
Seguendo quell’idea ho sostenuto su la Repubblica del 28 settembre (“L’esilio della politica”)  che l’attuale debolezza della democrazia deriva dal capitalismo nella sua fase globale. E poi  il 7 ottobre  (“La rivolta non-violenta”)  ho osservato che la generale minaccia di un futuro privo di lavoro e di redditi determina nuove forme di protesta di cittadini che manifestano pubblicamente l’indignazione  per l’incapacità della politica di affrontare i loro problemi. E la loro sfiducia nei partiti sovente si traduce nella pericolosa convinzione della  inutilità del voto. Al punto che, nelle recenti proiezioni, i non-votanti supererebbero il trenta per cento, costituendo il maggiore partito del nostro Paese.    
Sono proteste che da Nuova Deli a Madrid, da  Tel Aviv a Roma. da New York a Los Angeles, assumono la forma di rivolte di massa non-violente da parte di “indignati” per la corruzione, l’impotenza della politica e le colpe dell’alta finanza. Da noi quella rivolta è stata delle donne, degli studenti contro i tagli alla istruzione pubblica, dei partecipanti ai referendum e dei firmatari per i nuovi che verranno. Ma sarebbe l’ora che l’indignazione per le malefatte del nostro governo e per gli ignobili comportamenti del suo capo si tramutasse anch’essa  in  rivolte di massa non-violente, soprattutto da parte di quanti stanno perdendo il loro lavoro o la speranza di trovarne uno, e saranno per di più impoveriti da una manovra finanziaria che risparmia solo i ricchi e gli evasori.
Perché questo avvenga occorrerebbe però che le forze della “sinistra”, a cominciare dal PD fino ai sindacati, cambiassero marcia. Invece di implorare un passo indietro degli avversari, si decidessero loro a fare un “passo avanti”  nel solco di quelle nuove forme di protesta pacifica. E quindi collaborassero a suscitare nelle centinaia di migliaia di indignati nostrani la volontà di riunirsi nelle piazze per mostrare al mondo che, oltre alla Confindustria e alla Chiesa di Roma, c’è una vasta opinione pubblica che chiede la fine dell’ignominia berlusconiana.
Ma, ahinoi, i partiti della “sinistra” restano lontani dalle masse che si riuniscono spontaneamente  reclamando “dal basso” i cambiamenti che non ottengono “dall’alto”, perché attualmente procedono privi di un definito progetto riformatore, anch’essi anchilosati dal capitalismo globalizzato che forza l’intera politica economica nazionale a risanare il bilancio e il debito pubblico, ma non le piaghe dei senza lavoro e dei nuovi poveri.
Allora la domanda è questa: come cambiare la politica, e prima di tutto la stessa “sinistra”, perché quelle masse di cittadini conquistino un adeguato potere decisionale per sanare il marciume economico e morale in cui il capitalismo della speculazione ha precipitato i nostri paesi? Altrimenti sarà difficile evitare che le rivolte non-violente, animate dalla rabbia ma lasciate a sé stesse, possano diventare come a Londra tumulti di disperati. Sarebbe un’altra pesante sconfitta della democrazia se fosse travolta dalle ingiustizie che non ha saputo combattere, dallo squallore di miserabili periferie che non ha voluto scongiurare, dalla corruzione privata e pubblica che non ha contrastato.
Ma per cambiare marcia occorre che la “sinistra” diventi consapevole di due cose: 1) che la crisi più devastante che sconvolge i nostri paesi è questa sfiducia nella democrazia rappresentativa, dovuta ai progressivi tagli della spesa pubblica  e quindi  degli anticorpi della solidarietà, della compassione sociale, della cultura e del welfare, che erano stati imposti alla logica del profitto e al cinismo del potere.  2) Che non sono affatto i rappresentanti eletti con procedure lontane dalla volontà e dai bisogni dei cittadini che possono ripristinare quella fiducia. Perché per restaurare la democrazia non serve più il carisma personale e il talento politico di consumati professionisti della politica, visti e rivisti, ma invece la nuova-fresca-saggezza-collettiva dei cittadini spinti dai loro bisogni, condivisi «in rete» e propagati nei social network.
Spetta a loro prima decidere con libere votazioni quali sono i bisogni che li assillano e da chi farsi guidare per soddisfarli, e solo dopo partecipare alle elezioni. Non sono queste, per caso, delle necessità “primarie”?



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