In questi ultimi tempi un’abbondante
varietà di articoli, libri e servizi TV cerca di chiarire le cause che hanno
scatenato tra il 2007 e il 2008 la seconda più grande crisi e recessione
mondiale dopo quella del 1929-1937. Ma raramente
la verità viene a galla. Perché di solito ci si limita a indicare come unico responsabile l’enorme cumulo dei mutui
sempre più facili e meno garantiti (i famosi “subprime”) concessi negli Stati Uniti dagli anni ’90 a privati, talvolta
anche indigenti, per diffondere la proprietà
di abitazioni, elemento essenziale dell’American Dream. Mutui che hanno gonfiato
a dismisura il loro indebitamento, solo inizialmente compensato dalla crescita
dei valori immobiliari. Ma a un certo punto l’esplosione della gigantesca
“bolla” così creata ha prodotto il crollo dei prezzi nell’edilizia, insolvenze
a catena di debitori e di società che per fare lauti profitti avevano erogato i mutui subprime
e, infine, numerosi fallimenti di banche e fondi finanziari incautamente
coinvolti. Innumerevoli a quel punto i pignoramenti di abitazioni acquisite con mutui da persone con
redditi troppo bassi per pagare le rate.
Questa vien fatta passare per la spiegazione della crisi
finanziaria americana che si è poi propagata al mondo intero. Ma dietro le
quinte di tali presunte fatalità e avventatezze si cela ben altro. E cioè, secondo
autorevoli testi di economisti ed esperti pubblicati negli Stati Uniti, 1) le sistematiche
frodi perpetrate da una ristrettissima oligarchia politico-finanziaria dedita alla più spericolata e cinica corsa ai
profitti ai danni di migliaia di famiglie
che aspiravano al possesso di abitazioni; 2) l’indifferenza, la incapacità e sovente
la complicità delle autorità pubbliche di
controllo di fronte alle continue irregolarità, agli abusi e alle vere e
proprie rapine che poi sono state largamente accertate anche in sede giudiziaria;
3) gli arricchimenti miliardari dell’oligarchia finanziaria e l’esteso impoverimento
degli esponenti del ceto medio prima caricati di debiti e poi espropriati.
Queste dunque sono le armi di distruzione di massa che la nuova finanza,
sorta negli ultimi trent’anni, ha creato
per dominare e poi sconvolgere l’economia del mondo intero in un intreccio
ipocrita di ideologie ultra- liberiste e di sistematici ricorsi ad aiuti e salvataggi
statali. Le più grandi banche di affari americane in stretta collaborazione con
società avventuriere alla caccia di compensi di intermediazione miliardari,
hanno creato un gigantesco mercato di titoli nei quali i mutui subprime (e i connessi rischi) venivano impacchettati
per essere rivenduti agli investitori. Il valore di quei titoli nel 2001 ammontava
a ben 3,3 trilioni di dollari, ma
oggi è precipitato quando non si è azzerato.
L’effetto finale del crollo di quell’immenso mercato è stato nei
paesi più avanzati la paralisi della accumulazione di capitali produttivi di
ricchezza reale, una profonda recessione e le conseguenti disoccupazioni di
massa. Insomma l’insieme dei fenomeni ai quali si intende ora porre rimedio con
una politica di “austerità”, cioè di taglio
della spesa pubblica e dei consumi privati, destinata non a guarire ma ad approfondire
la recessione. Alla quale politica è
tuttavia difficile sottrarsi perché imposta
dal dominio del medesimo sistema della finanza globale responsabile proprio di
quei fenomeni. Anche il nostro nuovo governo Monti, per tanti versi sideralmente
migliore di quello precedente, è però anch’esso alle prese con questo paradosso:
dover servire le richieste della finanza globale per non essere sopraffatto dalla
sua egemonia speculativa.
Ma al di là dell’immenso danno economico che la nuova finanza ha
prodotto nell’Occidente progredito occorre considerare il deterioramento imposto
alla ossatura sociale di sostegno delle sue democrazie, costituita principalmente
dalle classi medie. Le quali da molti
decenni non vedono più migliorare le loro condizioni di vita ma, anzi,
assistono al proprio declino per effetto dell’estremo approfondirsi delle disuguaglianze.
Lo slogan dei movimenti di protesta del 99% nei confronti dell’1% sta dunque diventando
una realtà sempre più lacerante che affonda le sue radici nella metamorfosi finanziaria
del capitalismo globale.
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