La maggioranza dei cittadini, che sa quasi nulla del perché della
crisi economica e dei “debiti sovrani”, proprio di economia si sta ammalando. Il guaio
è che gli stessi economisti, che dovrebbero saperne di più, non si sentono troppo
bene. Vediamo perché.
Da tempo la dottrina economica insegnata nelle maggiori
Università finge di essere una “scienza” capace di dare un fondamento razionale
ai due irrazionali slogan del mondo degli affari: “lasciate fare a noi il nostro mestiere” e “il
nostro nemico è lo Stato”. Si è così consolidata la teoria iperliberista favorevole
a un capitalismo affarista il più possibile esente da regole e che, pur essendo
la principale ragione della crisi, ora avanza la bella pretesa di sapere come uscirne.
Di questo si sono accorti persino gli studenti di economia di
Harvard, un santuario della ortodossia liberista. Con una lettera aperta a un
loro docente hanno lamentato che il suo rinomato testo insegna soltanto quella teoria
ignorando ogni altra. In particolare quella keynesiana che al contrario, assegnando
allo Stato un ruolo essenziale per evitare le crisi, aveva contribuito non solo
al superamento di quella degli anni Trenta ma anche alla straordinaria crescita
del dopoguerra e alle politiche del welfare, il più grande esperimento di equità
sociale mai imposto al capitalismo.
C’è allora da chiedersi: perché questa dottrina iperliberista continua
a farla da padrona dopo il proprio fallimento? Tenete presente che la scienza economica, sorta
nel Settecento cioè nella prima era del capitalismo industriale, doveva
aiutarlo a emanciparsi da antichi vincoli corporativi ma soprattutto a giustificare
questo suo nuovo misterioso paradosso: faceva crescere enormemente la ricchezza
ma la riservava a una minoranza mentre aggravava la miseria della maggioranza. Ecco
perché, fin da allora, l’economia politica doveva assumersi l’assurdo compito di
dimostrare che quel paradosso era esclusivamente dovuto alle dannose intromissioni
delle autorità statali. Dunque quando il sistema se ne fosse liberato, il pieno
laissez faire avrebbe garantito un generale
equilibrio, la piena occupazione e la massima soddisfazione dei bisogni di ciascuno.
E da allora va ripetendo quella stessa solfa, capite?
Ma perché solo adesso gli studenti contestano quelle falsità sul
capitalismo? Perché la loro generazione
ora si accorge non soltanto che la realtà sono i monopoli e gli squilibri ciclici
e niente affatto la perfetta concorrenza e l’equilibrio economico descritti nei
testi accademici, ma che questa crisi morde soprattutto i ceti medi cui loro
appartengono. Eccoli allora diventati parte del 99 % degli “indignati” che lottano
per una scienza che analizzi senza ipocrisie il comportamento di quell’1 % nel
quale si annidano i responsabili della crisi.
Ma non tutti gli economisti hanno gli occhi bendati. Il Nobel
Paul Krugman sostiene che adottare politiche liberiste di “austerità” per
appianare i deficit e ridurre i debiti sovrani in una situazione di disoccupazione
di massa e di recessione significa aggravarle tutte e due, ottenendo l’effetto
opposto di accrescerli i debiti e di rischiare il fallimento (default) totale. Come è quasi avvenuto
in Grecia e potrebbe accadere in Italia. Che la austerità non serve a salvare l’Euro
lo dimostra ormai la virtuosa Germania il cui basso debito pubblico - dell’82% sul PIL rispetto al 120%, italiano – doveva
spiegare la fuga dai nostri BOT e la corsa verso i BUND tedeschi. Anche questi iniziano
a subire l’attacco della speculazione, segno che soltanto il ritorno a
politiche keynesiane per far ripartire
la crescita potrà salvare l’Eurozona.
Auguriamoci che il nuovo governo italiano incominci
a violare le consegne dottrinali delle Università di Harvard e della Bocconi, rilanciando
le politiche antirecessive di Keynes che negli anni Quaranta salvarono l’Inghilterra
che usciva stremata dalla guerra per la libertà di tutta l’Europa.
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