Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



28 novembre 2011

Chi ci ha resi sudditi dei debiti sovrani?


La maggioranza dei cittadini, che sa quasi nulla del perché della crisi economica e dei “debiti sovrani”,  proprio di economia si sta ammalando. Il guaio è che gli stessi economisti, che dovrebbero saperne di più, non si sentono troppo bene. Vediamo perché.
Da tempo la dottrina economica insegnata nelle maggiori Università finge di essere una “scienza” capace di dare un fondamento razionale ai due irrazionali slogan del mondo degli affari:  “lasciate fare a noi il nostro mestiere”  e  “il nostro nemico è lo Stato”. Si è così consolidata la teoria iperliberista favorevole a un capitalismo affarista il più possibile esente da regole e che, pur essendo la principale ragione della crisi, ora avanza la bella pretesa di sapere come  uscirne.   
Di questo si sono accorti persino gli studenti di economia di Harvard, un santuario della ortodossia liberista. Con una lettera aperta a un loro docente hanno lamentato che il suo rinomato testo insegna soltanto quella teoria ignorando ogni altra. In particolare quella keynesiana che al contrario, assegnando allo Stato un ruolo essenziale per evitare le crisi, aveva contribuito non solo al superamento di quella degli anni Trenta ma anche alla straordinaria crescita del dopoguerra e alle politiche del welfare, il più grande esperimento di equità sociale mai imposto al capitalismo.  
C’è allora da chiedersi: perché questa dottrina iperliberista continua a farla da padrona dopo il proprio fallimento?  Tenete presente che la scienza economica, sorta nel Settecento cioè nella prima era del capitalismo industriale, doveva aiutarlo a emanciparsi da antichi vincoli corporativi ma soprattutto a giustificare questo suo nuovo misterioso paradosso: faceva crescere enormemente la ricchezza ma la riservava a una minoranza mentre aggravava la miseria della maggioranza. Ecco perché, fin da allora, l’economia politica doveva assumersi l’assurdo compito di dimostrare che quel paradosso era esclusivamente dovuto alle dannose intromissioni delle autorità statali. Dunque quando il sistema se ne fosse liberato, il pieno laissez faire avrebbe garantito un generale equilibrio, la piena occupazione e la massima soddisfazione dei bisogni di ciascuno. E da allora va ripetendo quella stessa solfa, capite?
Ma perché solo adesso gli studenti contestano quelle falsità sul capitalismo?  Perché la loro generazione ora si accorge non soltanto che la realtà sono i monopoli e gli squilibri ciclici e niente affatto la perfetta concorrenza e l’equilibrio economico descritti nei testi accademici, ma che questa crisi morde soprattutto i ceti medi cui loro appartengono. Eccoli allora diventati parte del 99 % degli “indignati” che lottano per una scienza che analizzi senza ipocrisie il comportamento di quell’1 % nel quale si annidano i responsabili della crisi.
Ma non tutti gli economisti hanno gli occhi bendati. Il Nobel Paul Krugman sostiene che adottare politiche liberiste di “austerità” per appianare i deficit e ridurre i debiti sovrani in una situazione di disoccupazione di massa e di recessione significa aggravarle tutte e due, ottenendo l’effetto opposto di accrescerli i debiti e di rischiare il fallimento (default) totale. Come è quasi avvenuto in Grecia e potrebbe accadere in Italia. Che la austerità non serve a salvare l’Euro lo dimostra ormai la virtuosa Germania il cui basso debito pubblico -  dell’82% sul PIL rispetto al 120%, italiano – doveva spiegare la fuga dai nostri BOT e la corsa verso i BUND tedeschi. Anche questi iniziano a subire l’attacco della speculazione, segno che soltanto il ritorno a politiche keynesiane  per far ripartire la crescita potrà salvare l’Eurozona. 
Auguriamoci che il nuovo governo italiano incominci a violare le consegne dottrinali delle Università di Harvard e della Bocconi, rilanciando le politiche antirecessive di Keynes che negli anni Quaranta salvarono l’Inghilterra che usciva stremata dalla guerra per la libertà di tutta l’Europa.

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