Lo slogan “siamo il
99 per cento” è nato negli Stati Uniti dove
le statistiche dicono che dal 1970 il
più alto livello della ricchezza e del reddito si è concentrato nell’1% della popolazione che controlla circa il 40%
della ricchezza totale. E in più, a
causa della tassazione regressiva, ha realizzato negli ultimi venti anni un
forte incremento del suo reddito mentre il resto della popolazione subiva in
media un decremento. Assumendo che nei paesi capitalisti dell’Occidente vi è un simile abisso di disuguaglianza nei redditi
fra il “top” dell’1% di straricchi
privilegiati e tutti gli altri cittadini senza eccezione esposti alle traversie
di società in profonda crisi, è venuto alla ribalta per semplice differenza
aritmetica quel 99% di esclusi dal massimo dei privilegi. Ma, al di là dello
slogan, qual è l’idea di base che li ispira?
Nel sito web Occupy Wall Street si legge questa significativa affermazione che
traduco dall’inglese:
“Il
nostro è un movimento di resistenza privo di leader, con persone di diverso
colore, sesso e opinione politica. L’unica cosa che abbiamo in comune è che
siamo il 99% che non tollererà più l’avidità e la corruzione dell’1%. Noi
usiamo la tattica della primavera araba rivoluzionaria per raggiungere i nostri
obbiettivi, promuovendo l’uso della non violenza per rendere massima la
sicurezza di tutti i partecipanti. Il movimento OWS mette in grado le persone
reali di creare reali cambiamenti dal basso all’alto. Vogliamo vedere delle
assemblee generali in ogni cortile, in ogni angolo di strada, perché non
abbiamo bisogno di Wall Street e non abbiamo bisogno di politici per costruire
una società migliore.”
Dunque gli indignati
intendono marcare una differenza sostanziale rispetto a precedenti “rivolte di
popolo”. Nella tattica si proclamano non violenti pur opponendosi alle forze che difendono l’1 per cento, e riuniscono le loro assemblee non più in luoghi centrali ma ovunque, in ogni angolo
di strada se necessario. Nella strategia intendono capovolgere il concetto
delle riunioni dominate da élite che stabiliscono dall’alto ciò che in basso
verrà votato, perché le decisioni devono
invece promanare dal basso. E inoltre proclamano di voler fare a meno, per
trasformare la società, di chi è già al potere, siano magnati della finanza o politici.
Prendiamo allora
atto di tre cose. Primo che questo movimento
intende essere una rivoluzione anche se pacifica perché vuole detronizzare quell’1 per cento di avidi e corrotti per via
democratica. Secondo che in ogni
rivoluzione che si rispetti c’è una “dichiarazione” che proclama la concreta attuazione
di una qualche utopia. Proprio come
la “dichiarazione di indipendenza” americana del 1776, redatta da Jefferson grande proprietario di
schiavi, che proclamava che “tutti gli uomini sono nati uguali”. E come la
“dichiarazione dei diritti dell’uomo” francese del 1789 che definiva diritti
imprescrittibili la libertà, la proprietà,
la sicurezza e la resistenza alla
oppressione, cui fecero seguito 150 anni di barbarie di ogni genere. Terzo, che proprio quelle utopie furono le madri
della democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale, senza la quale oggi gli indignati non
potrebbero proclamare nelle piazze , quasi sempre indisturbati, che è stata
tradita.
Dunque attenzione a non sottovalutare le utopie:
letteralmente significano “non luoghi”, ma l’evoluzione storica può produrre
grandi metamorfosi, e la civiltà capitalista ne ha viste di ogni
genere nei suoi sette secoli di vita. L’unica cosa da evitare accuratamente
sono le illusioni circa la lotta durissima che gli indignati dovranno
affrontare per avere qualche successo, perché la loro forza è per ora divisa e
dispersa in tanti paesi mentre il grande capitale e l’alta finanza sono uniti, compatti
e globali.
un testo di una chiarezza lampante, e insieme profondo. Grazie!
RispondiEliminaGrazie nuvola, avrai capito che temo molto che quel movimento possa essere intralciato sia da una possibile sua ingenuità che lo porti a sottovalutare le forze dell'avversario, sia da una deliberata volontà delle destre di farlo passare per un moto "anticapitalista" e quindi ideologicamente estremista. Il che giustificherebbe la sua repressione anche violenta.
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