Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



11 novembre 2011

Ma si può ancora dire “qualcosa di sinistra” sul capitalismo?

Ci si può provare, purché si prenda atto dei due profondi mutamenti storici intervenuti fra il XX e il XXI secolo. Cioè da un lato il cupo disastro di una antica componente della sinistra, il comunismo, dal quale sono riemersi più autoritari che mai i regimi capitalisti di Cina e Russia. E dall’altro il tramonto dell’altra componente, il  programma socialdemocratico realizzato nel Novecento, ormai reso inattuale dallo svuotamento dei poteri sociali, politici ed economici delle democrazie nazionali che ne avevano costituito la indispensabile premessa.
Oggi il capitalismo domina il mondo nella forma che alcuni economisti chiamano “iperglobalizzazione” perché globali sono diventati non solo i traffici commerciali ma anche quelli finanziari, e dunque anche i poteri delle maggiori banche e dei grandi fondi mondiali, cosicché i confini nazionali dei singoli paesi non sono più in grado di opporsi a questa nuova supremazia del capitale e della finanza.  Di fatto quelle che sono ancora delle Nazioni, grandi o piccole che siano, non  possono più difendere la propria sovranità in materia  di politiche sociali e non sono più libere di realizzare quel complesso di iniziative pubbliche che si chiamavano keynesiane dal nome dell’economista inglese che negli anni Trenta del secolo scorso contribuì a rifondare la teoria economica e a inaugurare delle prassi di governo adottate in molti paesi. Dapprima per superare la Grande crisi degli anni Venti, e poi, dopo la seconda Guerra mondiale, per realizzare la formidabile prosperità economica degli anni Sessanta e Settanta,  in un clima di ampia partecipazione politica ed economica delle classi subalterne al cresciuto benessere. Oggi, al contrario, la iperglobalizzazione che ha condotto alla attuale  nuova Grande crisi e all’eccesso patologico dei debiti privati e sovrani , impone alle singole nazioni obbiettivi di  “risanamento”, di “austerità” che tagliano le spese sociali, rendono endemica una larga disoccupazione e riportano in auge le politiche economiche liberali che credono fermamente nelle capacità di autoregolarsi dei mercati.
E allora? Dissolto il sogno fideistico del comunismo e  resa al contempo sempre più inattuabile la realtà pratica di un benefico socialismo democratico, cosa rimane di fattibile delle passate aspirazioni della “sinistra” nei paesi del capitalismo attuale?  O piuttosto, ha ancora senso parlare di una “sinistra” come insieme di valori e di progetti contrapposti a quelli di una “destra” ? Personalmente penso di si, purché nella sinistra maturi la piena consapevolezza delle nuove potenze che l’evoluzione storica le pone oggi davanti e con le quali deve misurarsi. Accenno alle due principali:
La potenza plutocratica dei mercati. La sinistra,  che era abituata a operare in un regime di sovranità nazionali e di democrazie rappresentative, oggi ha di fronte le molteplici Goldman Sachs che, nelle mani di una cupola di plutocrati, contano assai di più delle Banche centrali e quindi tolgono spazio a politiche economiche espansive che possano sottrarsi agli stretti vincoli imposti dagli interessi degli speculatori.
La potenza delle istituzioni globali. La sinistra si muoveva normalmente a livello dei governi nazionali mentre oggi quei governi dipendono da istituzioni sovranazionali come l’OMC (la Organizzazione mondiale del commercio) e l’FMI (il Fondo monetario internazionale) che restringono ancora di più i suoi possibili obbiettivi di maggiore giustizia sociale.
Se dunque le sinistre (questa volta al plurale) non si coalizzano allargando anch’esse i propri orizzonti a queste dimensioni sovranazionali e non spostano i loro obbiettivi al contenimento della globalizzazione che alcuni economisti ritengono ora indispensabile,  e quindi al ripristino di un minimo di democrazia che consenta forme di governance dei mercati meno subordinate alle grandi potenze bancarie e finanziarie, allora il destino di queste sinistre è segnato: la destra assorbirà anche loro nella supina accettazione del capitalismo predatore. Dobbiamo tutti fare qualcosa perché questo non avvenga.

2 commenti:

  1. Caro Guido,
    la sinistra accetto' acriticamente il mercato, mettendosi un vestito di grisaglia grigio ed una cravatta di marinella, pensando che in questo modo fosse diventata credibile agli occhi degli elettori e cercando di far dimenticare la parte negativa della sua storia, il socialismo reale.
    In nome di questa parola accetto' lo smantellamento di quella parte di apparato produttivo che era sopravvissuto dalla prima repubblica (vedi italsider)gistificando che era il mercato che dettava le regole, senza capire che i processi di ristrutturazione dell'industria gia' avvenivano in nome di interessi che non riguardavano piu' il nostro paese.In questa supina accettazione abbiamo assistito al trasmigrare delle risorse dall'investimento alla rendita, accrescendo l' enorme potere finanziario sino alla deflagrazione della crisi del 2008.
    In nome del mercato, abbiamo accettato il ridimensionamento della classe operaia, relegandola ai margini di una società sempre piu' terziarizzata e ricca piu'per le rendite finanziarie che per la sua capacità di produrre.
    La vera sfida della sinistra, per i prossimi anni a venire, sarà quella di rileggere la
    parola mercato in termini di solidarietà, giustizia sociale,legalità e difesa della democrazia come capacità di un popolo di potersi governare senza il ricatto della speculazione finanziaria mondiale.
    Finchè non porremo le basi per questo profondo dibattito non riusciremo mai a dare una diversa prospettiva alfuturo delpaese.
    Ma rileggere Marx, e la sua capacita' di analisi del capitalismo, forse non ci aiuterebbe?
    Come ho letto, qualche tempo addietro, su Repubblica, il grande filosofo è ancora tra i testi piu' letti al mondo(il terzo), in particolare dai grandi personaggi del capitale, protagonisti della finanza globalizzata, che capiscono che anche a loro, questo mercato, impazzito, fa paura.
    E se provassimo a rileggre il tuo libro, che mi sembra assolutamente attuale?
    Ciao, e grazie per gli interrogativi che ci poni con i tuoi articoli... ci fanno essere ancora intellettualmente vivi
    Gian Piero

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  2. Grazie Gian Piero, hai colto nel segno a proposito dello smantellamento della grande industria nel nome della "privatizzazione" e "liberalizzazione" che la sinistra non ha ostacolato, con tutti i danni che ne sono derivati per la struttura produttiva del paese e pe la mancata crescita che oggi lamentiamo. Quanto a Marx ho fatto del mio meglio per distinguere nelle sue opere l'utopia (fallita) dalla scienza sociale che è perfettamente attuale. Ma purtroppo in Italia si legge poco e i giovani, quando studiano, sono vittime di teorie accademiche che ancora esaltano, malgrado i suoi fallimenti, l'"efficienza" dei mercati!

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