Ci si può provare, purché si prenda atto dei due profondi
mutamenti storici intervenuti fra il XX e il XXI secolo. Cioè da un lato il cupo
disastro di una antica componente della sinistra, il comunismo, dal quale sono
riemersi più autoritari che mai i regimi capitalisti di Cina e Russia. E dall’altro
il tramonto dell’altra componente, il programma
socialdemocratico realizzato nel Novecento, ormai reso inattuale dallo svuotamento
dei poteri sociali, politici ed economici delle democrazie nazionali che ne avevano
costituito la indispensabile premessa.
Oggi il capitalismo domina il mondo nella forma che alcuni
economisti chiamano “iperglobalizzazione” perché globali sono diventati non solo
i traffici commerciali ma anche quelli finanziari, e dunque anche i poteri
delle maggiori banche e dei grandi fondi mondiali, cosicché i confini nazionali
dei singoli paesi non sono più in grado di opporsi a questa nuova supremazia
del capitale e della finanza. Di fatto quelle
che sono ancora delle Nazioni, grandi o piccole che siano, non possono più difendere la propria sovranità in
materia di politiche sociali e non sono
più libere di realizzare quel complesso di iniziative pubbliche che si chiamavano
keynesiane dal nome dell’economista inglese che negli anni Trenta del secolo
scorso contribuì a rifondare la teoria economica e a inaugurare delle prassi di
governo adottate in molti paesi. Dapprima per superare la Grande crisi degli
anni Venti, e poi, dopo la seconda Guerra mondiale, per realizzare la formidabile
prosperità economica degli anni Sessanta e Settanta, in un clima di ampia partecipazione politica
ed economica delle classi subalterne al cresciuto benessere. Oggi, al contrario,
la iperglobalizzazione che ha condotto alla attuale nuova Grande crisi e all’eccesso patologico
dei debiti privati e sovrani , impone alle singole nazioni obbiettivi di “risanamento”, di “austerità” che tagliano le
spese sociali, rendono endemica una larga disoccupazione e riportano in auge le
politiche economiche liberali che credono fermamente nelle capacità di autoregolarsi
dei mercati.
E allora? Dissolto il sogno fideistico del comunismo e resa al contempo sempre più inattuabile la realtà
pratica di un benefico socialismo democratico, cosa rimane di fattibile delle
passate aspirazioni della “sinistra” nei paesi del capitalismo attuale? O piuttosto, ha ancora senso parlare di una
“sinistra” come insieme di valori e di progetti contrapposti a quelli di una “destra”
? Personalmente penso di si, purché nella sinistra maturi la piena consapevolezza
delle nuove potenze che l’evoluzione storica le pone oggi davanti e con le
quali deve misurarsi. Accenno alle due principali:
La potenza plutocratica dei
mercati. La sinistra, che era
abituata a operare in un regime di sovranità nazionali e di democrazie
rappresentative, oggi ha di fronte le molteplici Goldman Sachs che, nelle mani
di una cupola di plutocrati, contano assai di più delle Banche centrali e
quindi tolgono spazio a politiche economiche espansive che possano sottrarsi agli
stretti vincoli imposti dagli interessi degli speculatori.
La potenza delle
istituzioni globali. La sinistra si muoveva normalmente a livello dei governi
nazionali mentre oggi quei governi dipendono da istituzioni sovranazionali come
l’OMC (la Organizzazione mondiale del commercio) e l’FMI (il Fondo monetario
internazionale) che restringono ancora di più i suoi possibili obbiettivi di
maggiore giustizia sociale.
Se dunque le sinistre (questa volta al
plurale) non si coalizzano allargando anch’esse i propri orizzonti a queste dimensioni
sovranazionali e non spostano i loro obbiettivi al contenimento della globalizzazione
che alcuni economisti ritengono ora indispensabile, e quindi al ripristino di un minimo di democrazia
che consenta forme di governance dei
mercati meno subordinate alle grandi potenze bancarie e finanziarie, allora il destino
di queste sinistre è segnato: la destra assorbirà anche loro nella supina accettazione
del capitalismo predatore. Dobbiamo tutti fare qualcosa perché questo non
avvenga.