Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



24 febbraio 2012

La Chiesa degli affari vuole l’austerità fiscale: chi la paga?

 Secondo la religione degli affari la Grecia e l’Italia, i paesi dell’euro più indebitati rispetto al Pil, potranno guadagnarsi la piena “salvezza” soltanto nel giorno del Giudizio Finale economico, se avranno espiato tutti i peccati commessi sperperando il pubblico denaro e costringendo lo Stato a indebitarsi fino al collo. Per ora gli spetta solo una temporanea “assoluzione” pagandola con una “austerità fiscale” di lacrime e sangue. Assoluzione dai peccati e conseguente salvezza sono modi di esprimersi di una Chiesa, quella del capitalismo finanziario ispirata al  fanatismo ideologico iperliberista, che mira alla guarigione dalla crisi praticando uno stretto digiuno che riduca l’indebitamento dello Stato e porti al pareggio il suo bilancio. Risultato: recessione e disoccupazione crescenti e quindi, per i loro effetti negativi sul Pil, l’estrema difficoltà di ridurre la percentuale del debito nei suoi confronti.
Per fortuna ogni Chiesa, quando diventa fondamentalista, produce una  eresia protestante che predica il contrario: digiunando si peggiora la crisi perché si debilita il paziente mentre occorre ridargli forze con rinnovati finanziamenti pubblici che accrescano investimenti e occupazione. Ma per ora mi fermo qui perché l’esperto in materia è l’amico economista Paolo Leon e attendo che mi dia lumi al riguardo. Io in questa sede intendo limitarmi a sollevar un altro problema: l’austerità fiscale è in atto perché è innegabile che i peccati sono stati commessi. Ma chi ne è stato responsabile e quindi su chi deve ricadere il devastante peso della penitenza?
Peccatori sono stati i politici corrotti,  i governanti incapaci  e i grandi evasori. Certamente, ma anche i tantissimi  cittadini che non hanno pagato le tasse, che hanno usufruito del lavoro nero che hanno votato per i partiti di governo che accumulavano il debito, che insomma non si sono opposti  alla deriva finanziaria. E gli onesti, e quelli che hanno pagato le tasse saranno risparmiati?  E’ invece evidente  che il peso del risanamento ricadrà proprio su tutti, greci e italiani, senza discriminazione fra quanti hanno concorso a provocare il saccheggio e quanti o ne hanno solo approfittato o ne sono stati estranei. Con la ulteriore ingiustizia della distribuzione degli oneri fatta senza criteri di equità basati almeno sulle differenze di reddito o, più ancora, di ricchezza, come sarebbe stato possibile con una imposta patrimoniale. Una ingiustizia del tutto normale nelle democrazie capitaliste, che sono “democrazie” nella forma per l’uguaglianza dei diritti e doveri politici, ma “capitaliste” nella sostanza per la disuguaglianza sempre più abissale dei redditi e delle proprietà fra le sue classi. E poiché nel capitalismo non governa la giustizia ma il denaro, è fatale che nelle crisi paghino il prezzo più alto non le classi dominanti, ma le classi subalterne fra le quali la più estesa è quella media.
Dunque soprattutto su di essa pioveranno le penitenze imposte dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal Fondo monetario, senza riguardi nei confronti della sua composizione che va dagli strati alti con redditi elevati a quelli man mano più bassi dove incomincia il disagio sociale ed economico, fino a toccare la zona dei nuovi poveri appartenenti a due principali categorie. Quella degli occupati ma in difficoltà per i debiti accumulati, per le condizioni di famiglia, per la precarietà del lavoro, per le difficoltà o i fallimenti della piccola impresa, insomma i «poveri al lavoro». E poi quella dei disoccupati oppure con un lavoro insufficiente a garantire una vita decente, con gli stessi problemi ma in più quello della mera sopravvivenza, insomma i «poveri assoluti». Quanti pensate che siano? Per l’Italia ce lo dice Marco Revelli (Poveri noi, Einaudi, 2010). Nel 2008 i primi, cioè quelli a rischio di cadere nella povertà assoluta,  erano quasi il 15% dei lavoratori. Quindi una famiglia operaia ogni sei o sette era già in condizione di «povertà relativa». In quello stesso anno dell’esercito degli «assolutamente poveri», ai margini della vita sociale e del mercato del lavoro, avrebbero fatto parte  quasi 1,2 milioni di famiglie. Secondo la Banca d’Italia (Bollettino statistico del gennaio 2012) nel 2010 quasi il 30 per cento dei circa 24 milioni di famiglie italiane reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese.
Queste scarne cifre offrono un quadro sconvolgente della classe media nei suoi strati operai ma anche di commercianti, professionisti e imprenditori privi di ogni sicurezza, per di più in anni non ancora sconvolti dalla attuale recessione e, soprattutto, dalla “austerità fiscale” destinata ad aggravare quelle povertà fino, dobbiamo temere, a renderle insopportabili. Con tutte le conseguenze anche politiche che ne potrebbero derivare. Ecco perché occorre cambiare strada. 

26 dicembre 2011

Il debito pubblico è il prodotto di secoli, ma il malefico “spread” di appena nove anni: la somma dei malgoverni berlusconiani

Spesso per capire l’attualità occorre guardare parecchio indietro nella storia. E scoprire, per esempio, che risale al 1694 la nascita della Banca d’Inghilterra e, con essa,  del primo sistema del “debito pubblico”  che poneva il finanziamento dello Stato su una base più solida di quella precedente dei banchieri privati. La fiducia su cui si poté costruire allora il debito pubblico inglese era  essenziale per i banchieri olandesi che lo finanziavano anche per approfittare dei  più alti tassi di interesse pagati dalla Banca centrale inglese. Come vedete c’è poco di nuovo sotto il sole: gli Stati si sono indebitati da quando la spesa pubblica ha cominciato a superare gli introiti fiscali.
Ma per un paradosso dell’economia capitalista, studiato da pochi economisti (da noi, a mia conoscenza, solo da Paolo Leon)  il passivo dei conti pubblici può accrescere il reddito nazionale (il Prodotto interno lordo) e, per questa via, trasformarsi in un attivo nei conti privati, per esempio aumentando simultaneamente i profitti delle imprese e i consumi dei loro dipendenti. E poiché dunque nel PIL, al contrario che nei bilanci delle imprese, profitti e salari si sommano ne consegue che se ( e soltanto se) il debito dello Stato aumenta ma di pari passo contribuisce ad accrescere con la spesa pubblica il PIL, la percentuale del primo sul secondo può rimanere contenuta. Ma se invece, a causa di una cattiva politica economica, il debito aumenta ma non il PIL, allora il rapporto debito/PIL può crescere a dismisura e con esso la sfiducia dei creditori nella solvibilità dello Stato.  Cosicché tendono a disfarsi dei titoli che ha emesso o a pretendere, per acquistarli, tassi che possiamo chiamare usurari.
Il rapporto debito/PIL italiano, adesso del 120%,  è uno dei più alti del mondo e quindi i “banchieri olandesi” del nostro tempo pretendono tassi di interesse molto elevati rispetto a quelli di altri Stati meno indebitati (lo “spread”) facendoci rischiare il fallimento. E siccome questo avviene a dispetto delle drastiche misure assunte dal nuovo governo Monti, la sua legittimità diventa dubbia per questa semplice domanda: ma allora che senso ha avuto disfarci di quello vecchio per quanto orribile fosse? La risposta è anch’essa semplice: perché sono i governi Berlusconi i principali  responsabili di quel 120% . Questa volta basta andare indietro di soli venti anni e non di oltre tre secoli.
Quando nel 1991 Andreotti varò il suo ultimo governo il rapporto debito/PIL (d/P) era ancora al 98%. Con i successivi governi Amato e Ciampi il d/p cominciò a salire fino al 115%  ma fu con il primo governo Berlusconi  (1994-95) che raggiunse il livello patologico del 122%. Dal 1995 al 2001 con i governi Dini, Prodi, D’Alema e Amato vi fu un forte impegno che lo ridusse di ben sedici punti  fino al 106 %. Il secondo governo Berlusconi 2001-2005 non proseguì quella politica di rigore e il d/P non scese ulteriormente. Anche col governo Prodi 2006-2008 si rimase a quel livello ma col terzo governo Berlusconi 2009-2011 si è fatto il salto decisivo di quattordici punti che ci ha portato alla situazione attuale: dal 106 % il d/P è salito al 120% soprattutto perché il tasso di variazione del PIL nel 2009 è precipitato al -5% (dati della Banca Mondiale).  E la fiducia dei mercati è calata non solo registrando quel disastro, ma anche lo scandaloso comportamento privato del Premier e l’infimo livello del suo governo.
Ora è del tutto lecito dissentire dalla linea recessiva adottata finora dal governo Monti e dubitare che, di fronte a essa,  i soliti “banchieri olandesi” si accontentino di tassi di interesse più moderati abbassando il maledetto spread. Gli economisti come Paul Krugman e Paolo Leon suggerirebbero una politica opposta a quella “austera” che piace alla grande finanza. Ma ci mancherà nel 2012 una “Banca d’Europa” che,  come la “Banca d’Inghilterra” del 1694,  abbia i poteri e goda della fiducia necessaria per farci superare la crisi iniettando nel sistema economico tutto il denaro necessario per ridargli fiato.

22 dicembre 2011

La nascosta ragione della crisi finanziaria: una colossale frode


In questi  ultimi tempi un’abbondante varietà di articoli, libri e servizi TV cerca di chiarire le cause che hanno scatenato tra il 2007 e il 2008 la seconda più grande crisi e recessione mondiale dopo quella del 1929-1937.  Ma raramente la verità  viene a galla.  Perché di solito ci si limita a indicare  come unico responsabile l’enorme cumulo dei mutui sempre più facili e meno garantiti (i famosi “subprime”) concessi negli Stati Uniti dagli anni ’90 a privati, talvolta  anche indigenti, per diffondere la proprietà di abitazioni,  elemento essenziale dell’American Dream. Mutui che hanno gonfiato a dismisura il loro indebitamento, solo inizialmente compensato dalla crescita dei valori immobiliari. Ma a un certo punto l’esplosione della gigantesca “bolla” così creata ha prodotto il crollo dei prezzi nell’edilizia, insolvenze a catena di debitori e di società che per fare lauti profitti avevano erogato i  mutui subprime e, infine, numerosi fallimenti di banche e fondi finanziari incautamente coinvolti. Innumerevoli a quel punto i pignoramenti  di abitazioni acquisite con mutui da persone con redditi troppo bassi per pagare le rate.
Questa vien fatta passare per la spiegazione della crisi finanziaria americana che si è poi propagata al mondo intero. Ma dietro le quinte di tali presunte fatalità e avventatezze si cela ben altro. E cioè, secondo autorevoli testi di economisti ed esperti pubblicati negli Stati Uniti, 1) le sistematiche frodi perpetrate da una ristrettissima oligarchia politico-finanziaria  dedita alla più spericolata e cinica corsa ai profitti  ai danni di migliaia di famiglie che aspiravano al possesso di abitazioni; 2) l’indifferenza, la incapacità e sovente la complicità delle autorità pubbliche  di controllo di fronte alle continue irregolarità, agli abusi e alle vere e proprie rapine che poi sono state largamente accertate anche in sede giudiziaria; 3) gli arricchimenti miliardari dell’oligarchia finanziaria e l’esteso impoverimento degli esponenti del ceto medio prima caricati di debiti e poi espropriati.   
Queste dunque sono le armi di distruzione di massa che la nuova finanza, sorta negli ultimi trent’anni,  ha creato per dominare e poi sconvolgere l’economia del mondo intero in un intreccio ipocrita di ideologie ultra- liberiste e di sistematici ricorsi ad aiuti e salvataggi statali. Le più grandi banche di affari americane in stretta collaborazione con società avventuriere alla caccia di compensi di intermediazione miliardari, hanno creato un gigantesco mercato di titoli nei quali i mutui subprime (e i connessi rischi) venivano impacchettati per essere rivenduti agli investitori. Il valore di quei titoli nel 2001 ammontava a ben 3,3 trilioni di dollari, ma oggi è precipitato quando non si è azzerato.   
L’effetto finale del crollo di quell’immenso mercato è stato nei paesi più avanzati la paralisi della accumulazione di capitali produttivi di ricchezza reale, una profonda recessione e le conseguenti disoccupazioni di massa. Insomma l’insieme dei fenomeni ai quali si intende ora porre rimedio con una politica di “austerità”,  cioè di taglio della spesa pubblica e dei consumi privati, destinata non a guarire ma ad approfondire la recessione. Alla quale politica  è tuttavia  difficile sottrarsi perché imposta dal dominio del medesimo sistema della finanza globale responsabile proprio di quei fenomeni. Anche il nostro nuovo governo Monti, per tanti versi sideralmente migliore di quello precedente, è però anch’esso alle prese con questo paradosso: dover servire le richieste della finanza globale per non essere sopraffatto dalla sua egemonia speculativa.
Ma al di là dell’immenso danno economico che la nuova finanza ha prodotto nell’Occidente progredito occorre considerare il deterioramento imposto alla ossatura sociale di sostegno delle sue democrazie, costituita principalmente dalle classi medie.  Le quali da molti decenni non vedono più migliorare le loro condizioni di vita ma, anzi, assistono al proprio declino per effetto dell’estremo approfondirsi delle disuguaglianze. 
Lo slogan dei movimenti di protesta del 99% nei confronti dell’1% sta dunque diventando una realtà sempre più lacerante che affonda le sue radici nella metamorfosi finanziaria del capitalismo globale.

28 novembre 2011

Chi ci ha resi sudditi dei debiti sovrani?


La maggioranza dei cittadini, che sa quasi nulla del perché della crisi economica e dei “debiti sovrani”,  proprio di economia si sta ammalando. Il guaio è che gli stessi economisti, che dovrebbero saperne di più, non si sentono troppo bene. Vediamo perché.
Da tempo la dottrina economica insegnata nelle maggiori Università finge di essere una “scienza” capace di dare un fondamento razionale ai due irrazionali slogan del mondo degli affari:  “lasciate fare a noi il nostro mestiere”  e  “il nostro nemico è lo Stato”. Si è così consolidata la teoria iperliberista favorevole a un capitalismo affarista il più possibile esente da regole e che, pur essendo la principale ragione della crisi, ora avanza la bella pretesa di sapere come  uscirne.   
Di questo si sono accorti persino gli studenti di economia di Harvard, un santuario della ortodossia liberista. Con una lettera aperta a un loro docente hanno lamentato che il suo rinomato testo insegna soltanto quella teoria ignorando ogni altra. In particolare quella keynesiana che al contrario, assegnando allo Stato un ruolo essenziale per evitare le crisi, aveva contribuito non solo al superamento di quella degli anni Trenta ma anche alla straordinaria crescita del dopoguerra e alle politiche del welfare, il più grande esperimento di equità sociale mai imposto al capitalismo.  
C’è allora da chiedersi: perché questa dottrina iperliberista continua a farla da padrona dopo il proprio fallimento?  Tenete presente che la scienza economica, sorta nel Settecento cioè nella prima era del capitalismo industriale, doveva aiutarlo a emanciparsi da antichi vincoli corporativi ma soprattutto a giustificare questo suo nuovo misterioso paradosso: faceva crescere enormemente la ricchezza ma la riservava a una minoranza mentre aggravava la miseria della maggioranza. Ecco perché, fin da allora, l’economia politica doveva assumersi l’assurdo compito di dimostrare che quel paradosso era esclusivamente dovuto alle dannose intromissioni delle autorità statali. Dunque quando il sistema se ne fosse liberato, il pieno laissez faire avrebbe garantito un generale equilibrio, la piena occupazione e la massima soddisfazione dei bisogni di ciascuno. E da allora va ripetendo quella stessa solfa, capite?
Ma perché solo adesso gli studenti contestano quelle falsità sul capitalismo?  Perché la loro generazione ora si accorge non soltanto che la realtà sono i monopoli e gli squilibri ciclici e niente affatto la perfetta concorrenza e l’equilibrio economico descritti nei testi accademici, ma che questa crisi morde soprattutto i ceti medi cui loro appartengono. Eccoli allora diventati parte del 99 % degli “indignati” che lottano per una scienza che analizzi senza ipocrisie il comportamento di quell’1 % nel quale si annidano i responsabili della crisi.
Ma non tutti gli economisti hanno gli occhi bendati. Il Nobel Paul Krugman sostiene che adottare politiche liberiste di “austerità” per appianare i deficit e ridurre i debiti sovrani in una situazione di disoccupazione di massa e di recessione significa aggravarle tutte e due, ottenendo l’effetto opposto di accrescerli i debiti e di rischiare il fallimento (default) totale. Come è quasi avvenuto in Grecia e potrebbe accadere in Italia. Che la austerità non serve a salvare l’Euro lo dimostra ormai la virtuosa Germania il cui basso debito pubblico -  dell’82% sul PIL rispetto al 120%, italiano – doveva spiegare la fuga dai nostri BOT e la corsa verso i BUND tedeschi. Anche questi iniziano a subire l’attacco della speculazione, segno che soltanto il ritorno a politiche keynesiane  per far ripartire la crescita potrà salvare l’Eurozona. 
Auguriamoci che il nuovo governo italiano incominci a violare le consegne dottrinali delle Università di Harvard e della Bocconi, rilanciando le politiche antirecessive di Keynes che negli anni Quaranta salvarono l’Inghilterra che usciva stremata dalla guerra per la libertà di tutta l’Europa.

21 novembre 2011

Ma che razza di governo è questo? E’ il capitalismo, stupido!

Allora, dopo esserci liberati della banda del buco saremmo ora nelle mani di una banda di banchieri predoni,  esponenti dei poteri forti della finanza mondiale? L’Italia preda di agenti segreti della solita Goldman Sachs che vuole salvarci dal default per poterci meglio spolpare con le armi della speculazione?
 Questa è la nuova mediocre trovata di ex berlusconiani mascherati per l'occasione da anti-liberisti e fieri avversari delle teorie insegnate nelle accademie degli USA, d’improvviso viste come le incubatrici del governo Monti e dei suoi pericolosi disegni di risanamento della nostra squassata economia. Insomma saremmo passati da una destra moderata nazionale a una destra predatrice per conto di interessi sovranazionali.
Sappiamo che invece la verità è che siamo passati da una destra di impostori imbroglioni a una destra di seri professionisti ed esperti, da un regime corrotto e corruttore uscito da elezioni anch’esse imbroglione (la “porcata” del genio leghista Calderoli) a un governo legittimamente incaricato dal Capo dello Stato e che poi si è sottoposto al vaglio del Parlamento dal quale ha avuto una larghissima fiducia. Per cominciare non c’è male, non vi pare?
Ma si dice da alcuni: questo è un governo di “destra” tanto è vero che ne fa parte un banchiere di grido come Corrado Passera con qualche problema di conflitti di interesse. Ma è altrettanto vero che  vi partecipa anche Fabrizio Barca che è uno schietto progressista. E allora noi della “sinistra” come la mettiamo?
Io suggerirei di aspettare prima di giudicare, perché non sarebbe la prima volta che per attuare severe misure di equità prima di tutto fiscale e poi redistributiva degli oneri per il risanamento che colpiscano maggiormente i più abbienti, possa agire più efficacemente un governo moderato che uno dichiaratamente “radical”. Ma qualcuno insiste: non è per forza di “destra” un governo che ha un Presidente del Consiglio e ministri così chiaramente legati col mondo delle grandi banche e dell’alta finanza? E io rispondo, parafrasando la nota battuta di Clinton, : “è il capitalismo, stupido!”
Voglio dire che in tutta la secolare storia di questo sistema, il capitale mercantile e finanziario  e il  potere politico sono sempre andati strettamente a braccetto. Pensate: dalla Venezia del Duecento in cui i mercanti nominavano i Dogi che armavano le loro flotte, e poi ogni volta che una cosiddetta “sovranità degli affari” guidava gli Stati, come nell’Olanda e nell’Inghilterra del Seicento con i privilegi concessi alle grandi Compagnie monopoliste per gli scambi oltre oceano, e poi nell’Ottocento con i potenti incentivi delle conquiste coloniali e, infine, con  tutta la serie dei sostegni moderni al capitale attraverso la spesa pubblica e le politiche di bilancio.
Insomma, dalla Venezia dei Dogi al mondo attuale si può dire: niente politica, niente incentivi, niente capitalismo. E quindi anche:  proprio nessun governo nei Paesi del capitalismo ha mai potuto essere “tecnico” e non insieme “politico”, compreso questo attuale guidato da Monti.
Per questo è anche falso distinguere un capitalismo sano, fondato sul "libero mercato",  indipendente dal capitale bancario e finanziario e da padrini politici, da un capitalismo malato, monopolista e politicamente clientelare, in inglese il "crony capitalism". Perché il capitalismo è irrimediabilmente un sistema mosso dalla ingordigia per i profitti e non dall’impegno di soddisfare dei bisogni, e quindi è sempre cliente della politica e insieme suo signore ogni volta coi mezzi più potenti che ha disponibili, comprese la corruttela, le banche e la finanza.
Ma nel Novecento la politica delle democrazie, finché ha avuto le mani libere, ha imposto al capitalismo la taglia di una spesa pubblica assistenziale orientata invece proprio alla larga soddisfazione di bisogni sociali e al freno dei vizi speculativi. E’ questo l’unico lato “di sinistra” del capitalismo, oggi assai pericolante e quindi da difendere con le unghie e coi denti guardando largo e lontano, perché il deficit di democrazia non è di questo governo italiano ma di tutti, proprio tutti, quelli sottoposti, come ho avuto altra occasione di dire, alla iperglobalizzazione capitalista, pericolosa malattia mondiale