L’ideologia populista esiste in molte versioni, però con una costante: la concezione elitaria della direzione
politica affinché essa sia efficiente, e quindi
avversa a quella democratico-popolare che riflette gli antagonismi di classe e perciò è inefficiente. C’è un populismo cattolico
che, quando è parrocchiale, distingue i peccatori dai virtuosi, non i ricchi
dai poveri, e predica l’obbedienza al sommo Pontefice. C’è un populismo laico
che distingue chi , imprenditore o lavoratore, si impegna alacremente da chi tira a campare
con il soccorso dello Stato, ma non chi è occupato da chi è disoccupato, e confida
nel potere di un Premier che sappia dirigere
le masse e risolvere i loro problemi. Non vi sembra che questo sia il populismo
di Mario Monti? Ecco perché è disgustato
dall’esistenza di una destra e di una sinistra che si incaponiscono a voler rappresentare
gli antagonismi reali che dividono la
società e quindi, secondo lui, a perpetuare politiche inefficienti. Ma cosa distingue
il populismo becero di un Berlusconi che cerca di annullare destra e sinistra
unificandole nella passione televisiva che lo rende ricco, dal populismo
alto-borghese di Mario Monti, uomo di provata esperienza, onestà e probità,
che ha riscattato l’Italia dalla ignominia delle sceneggiate di Arcore? Sospetto
che, al contrario di Berlusconi, Monti sia la perfetta espressione della
compenetrazione di religione e politica, di cattolicesimo e spirito civico, entrambi
di alta qualità, ma inevitabilmente contraddittori. Si rassegni Senatore Monti:
lei è la prova vivente che la destra esiste, e che quindi è bene che ci sia una
sinistra, capace di contrastare ogni populismo.
Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.
3 gennaio 2013
27 dicembre 2012
Economisti con sindrome ossessiva
E’ un vero peccato che Alesina e
Giavazzi, rispettivamente di Harvard e della Bocconi, che insieme firmano fondi
sul Corriere, siano solo preoccupati che Monti non si impegni “a ridurre lo spazio
che lo Stato occupa nella società”. Come sapete è un tema che nella scienza economica fa litigare studiosi
ben più illustri di loro, salvo che nella realtà
economica, quando sono andati al potere anche conservatori arrabbiati più famosi
di loro, non lo hanno mai ridotto. Perché a differenza di quel duo del Corriere,
i liberisti anche più accaniti normalmente non “riducono” ma invece “occupano”
quello spazio per favorire il mondo degli affari che dello Stato ha sempre
approfittato. Quel mondo infatti (che si cura dei soldi e non di retorica) è sempre
meno ansioso di vivere in un mercato libero da intrusioni dello Stato, perché è
proprio piegandole ai suoi interessi che riesce a ottenere (da secoli, ma il
duo del Corriere di storia ne sa poco) la protezione e le garanzie necessarie per
i i suoi privilegi monopolistici che fruttano i maggiori profitti. E il bello è
che mentre su un fondo del Corriere troviamo proclamati i principi del
liberismo ossessivo, sul New York Times due pagine ospitano la storia dell’economista
eretico Adam Posen, “Il matto americano contrario all’austerità” che, udite,
udite, è membro del Comitato per la politica monetaria della Banca d’Inghilterra.
Il quale evidentemente non legge il duo del Corriere se si impunta a persuadere
la Banca centrale inglese ad abbandonare l’austerità e invece a stimolare la ripresa con la
spesa pubblica.
9 dicembre 2012
Risparmiare per ridurre il debito : virtù privata ma pubblico vizio
A ogni privato o singola impresa il risparmio può recare un
vantaggio economico. Ma non alla collettività dei cittadini e delle imprese, perché
ogni mancata spesa di un cittadino o impresa costituisce un mancato reddito di
un altro cittadino o impresa. Perciò la somma dei risparmi privati contrae la domanda
pubblica e quindi crea disoccupazione che, a sua volta, contrae domanda e occupazione
in un circolo vizioso. Insomma la visione individualista nasconde questa elementare
verità: nel sistema economico siamo tutti, volenti o nolenti, parte di una collettività
in cui vige la partita doppia: ogni debito è un credito, ogni spesa è un ricavo.
Invece per troppi economisti, ministri delle finanze, capi di banche e dirigenti
politici, le virtù del singolo non possono essere dei vizi per la collettività.
Dunque se il risparmio è vantaggioso per un cittadino o una impresa deve
esserlo anche per l’intero Paese e dunque la politica dell’austerità è un bene
per tutti. Ma ne siamo sicuri? L’economia keynesiana insegna che se i privati decidono
collettivamente di spendere meno di quanto guadagnano, allora lo Stato deve
spendere più di quanto incassa dalle imposte per colmare la differenza. Ma se invece
anch’esso spende di meno come i privati per ridurre i debiti, allora tutti i redditi
diminuiranno, insieme ai redditi il gettito fiscale e, paradossalmente, il debito
pubblico aumenterà. Non c’è altro scampo per lo Stato che indebitarsi di più
per far crescere la domanda, il gettito fiscale e quindi ridurre il debito.
25 novembre 2012
Quali interessi attuali oscurano sagge parole del vicino passato?
Nel 1954 il grande economista americano, John K. Galbraith, poneva fra le cause della crisi del 1929 il «misero stato della consulenza
economica» di allora, con le seguenti parole di severa critica che
dovrebbero far sobbalzare qualcuno proprio oggi: «Il pareggio del bilancio era la dottrina di entrambi i partiti,
democratico e repubblicano, e poiché dal 1930 in poi il bilancio era
rimasto in grave squilibrio, il pareggio
significava un aumento delle imposte, una riduzione delle spese, o entrambi.»
E così venne quella prima Grande
depressione.
Poiché la crisi iniziata nel 2008 somiglia
tanto a quella del 1929, perché su quelle parole è calato il silenzio? E’ come
se fosse fatale che quando certi autori escono di scena e vengono sostituiti da
nuovi “consulenti” poco interessati alla storia in generale e a quella delle teorie
economiche in particolare, qualcosa vietasse che l’esperienza del passato rimanesse
viva nel presente. Col risultato che le giovani generazioni restano digiune di
conoscenze andate a fondo assai più utili di quelle che galleggiano per una
supposta maggiore attualità. Le quali spesso sono invece di assai più vecchio conio,
ma resistenti all’usura del tempo perché ideologicamente convenienti alla perpetuazione
di potenti interessi. Dai quali non vanno esenti anche Università di grande prestigio
sia americane che europee. 21 novembre 2012
Per una Riforma protestante laica
Suggerisco che nel
nostro paese, in cui regna la Controriforma a partire dal Concilio di Trento
del 1545, venga avviata una Riforma protestante assolutamente laica che, dunque, non serva a combattere polverosi
dogmi del potere ecclesiastico quanto anticaglie ideologiche moderne sul modo
di conoscere, studiare e insegnare separatamente l’evoluzione della società (nelle facoltà di sociologia),
della politica (nelle facoltà di
scienze politiche), dell’economia
(nelle facoltà di scienze economiche) e della cultura (nelle facoltà di filosofia, di storia, di scienze
naturali, ecc.). Col risultato, pessimo, di ignorare, o comunque di sottovalutare
il ruolo specifico della storia della
nostra civiltà capitalista che, piaccia
o meno, è in corso da otto secoli. Il ruolo cioè di riunire per i propri fini
in un unico insieme le sfere della società, della politica dell’economia e
della cultura che, nelle precedenti civiltà, erano divise e autonome. Dunque serve
una Riforma dell’intero sistema di insegnamento, perché quell’ignoranza è anche
concettuale e ideologica, in quanto perpetua un modo di pensare conformista. Come,
fra l’altro, l’essere favorevoli ai rimedi dell’austerità forzosa e senza fine
che nuoce a tutte le classi sociali e perpetua la crisi. Dunque una Riforma che
colpisca responsabilità non solo di destra, ma anche di una sinistra anch’essa conformista,
perché vuole andare al potere senza scontentare nessuno, neppure Mario Monti, non
considerando che neppure lui dovrebbe essere sfavorevole a una Riforma laica della
cultura, anche economica, che le rimetta i piedi in terra come aveva fatto il
suo collega John M, Keynes 76 anni or sono.
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