La rivoluzione
informatica ha generato l’ingannevole illusione che l’enorme crescita dell’informazione
generi maggiore conoscenza e non invece un possibile appannamento della realtà
trasformata in costante spettacolo. L’immensità del pubblico, la vastità della scena e gli
innumerevoli eventi che vi sono rappresentati rendono altamente probabile che
chi guarda il teleschermo o computer o cellulare alla ricerca di informazioni sia
sempre di più un inerte spettatore. E questo può avvenire tanto per eventi e
notizie lontanissimi da noi e dai nostri interessi quanto vicinissimi, per una
precisa ragione legata a questo nostro mondo affollato e tecnologico: non è più la distanza che ci rende estranei
gli uni dagli altri, quanto la crescente estraneità degli uni dagli altri che
ci rende distanti. Ma occorre rendersi conto che questo paradosso è la
diretta conseguenza di una delle più rivoluzionarie mutazioni storiche avvenute
tra il XVIII e il XX secolo. Che è stata la massificazione delle società come
conseguenza dell’industrializzazione e dell’urbanesimo che le rende assai meno
riconoscibili sia al loro interno perché sbiadiscono le identità individuali e sia
all’esterno. Perché i diversi paesi, appartenendo ormai tutti a una unica
economia-mondo capitalista, subiscono anch’essi un progressivo scolorimento
delle proprie identità. Ma vi è una seconda possibile causa dell’annebbiamento
della conoscenza in questa nostra era. Forse è stata proprio la enorme
semplificazione e velocizzazione delle comunicazioni di ogni tipo che ha
contratto il nostro tempo assorbendo nell’attività di spettatori i momenti che
le passate generazioni dedicavano alla riflessione, allo sguardo meditativo,
alla conversazione, alla lettura e all’apprendimento. L’invasione barbarica della
attualità sta occupando gli spazi di riflessione, anche quelli sul nostro
passato, trasformando tutto in spettacolo di suoni e luci cui si assiste senza
molto pensare e sovente senza darsi una ragione di ciò che si vede succedere e
degli effetti che produrrà sul nostro futuro. Lo spettacolo per sua natura è
piatto, quindi impenetrabile tanto sullo schermo quanto sulla scena e perciò si
presta a non essere discusso, e men che meno criticato e giudicato. Ecco perché
lo spettacolo è un perfetto strumento del pensiero unico e devoto e per questo
è stato largamente sfruttato dalle antiche chiese e dalle moderne dittature.
Fascismo, nazismo e comunismo ne hanno fatto amplissimo uso per conquistare il
consenso di massa e spegnere ogni opposizione. Ed è difficile non temere che il
pensiero unico ritorni a essere una grande tentazione nei momenti di maggiore
confusione delle idee e un drammatico ridursi della cultura e del livello del
dibattito fra orientamenti diversi. Beppe Grillo insegna. Siamo dunque sempre
più distanti ed estranei, e quindi confusi noi membri delle società capitaliste
“avanzate”, per analizzare le quali è essenziale riuscire a non essere
sopraffatti dalla confusione prodotta dall’era dello spettacolo e a
riappropriarci della conoscenza dalla quale vorrebbe tenerci lontani.
Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.
8 febbraio 2014
28 gennaio 2014
Ricredersi su Matteo Renzi?
Ho passato la vita sentendomi di “sinistra” e votando a
“sinistra”. Le virgolette evidenziano la ben nota ambiguità di quel termine reso
tale da spinte molto spesso disomogenee perché originate da passioni e
ambizioni (e persino interessi) discordanti. Assai più, ritengo, di quanto
avviene a “destra” dove quegli stessi impulsi sono maggiormente omogenei perché
dettati fa una comune paura di essere vessati da uno Stato “nemico” dal quale
occorre difendersi con tutti i possibili mezzi, legali e illegali. Quello più
gradito e meno rischioso dato il nostro sistema normativo e giudiziario è
l’evasione fiscale che non ci fa correre grandi rischi come è
dimostrato dalla tranquilla vita che conduce il condannato per frode
che ci ha governato per vent’anni. Negli Stati Uniti sarebbe molto
probabilmente già in galera da diverso tempo, dietro le sbarre e non dietro una
finestra del “domicilio” da lui scelto. Ma cosa farci: il bel paese è molto
indulgente per antica tradizione con il brutto affare, e a volerlo essere anche
noi forse un po’ troppo riteniamo che la “sinistra” aia stata generalmente più
onesta della “destra” nel senso di più rispettosa delle regole. Però essere o
non essere di sinistra non è una scelta etica ma unicamente pragmatica,
cioè dettata dalla convinzione che il rispetto delle regole, comprese quelle
fiscali, faccia “funzionare” meglio lo Stato nell’interesse di tutti. Dunque nell’interesse della democrazia. Ma ahimè, proprio qui l’asino
può inciampare e cadere perché siamo in Italia e non in Inghilterra, felice
paese dove la democrazia è molto ben radicata essendo sorta quattro secoli
prima della Rivoluzione francese (per l’esattezza il primo Parlamento inglese
risale al XIV). Mentre da noi il primo Statuto liberale, quello Albertino, è
appena del 1848 e solo dopo le tragedie del fascismo e della guerra è sfociato
nella Costituzione del 1948 che è la nostra Legge fondamentale alla quale
dunque dovrebbe uniformarsi anche la legge elettorale. Ma il nostro asino,
secondo giuristi e costituzionalisti di solida dottrina, invece qui cade.
Questo sostiene per esempio Rodotà (la Repubblica del 28 gennaio) secondo il
quale il cosiddetto Italicum di fattura Renziana è fortemente a rischio di
incostituzionalità per via del forte premio di maggioranza che trasforma la rappresentanza
democratica in una sorta di “investitura” autoritaria del governo eletto affinché
domini senza alcun intralcio. Ecco allora che lo scrivente è costretto in
qualche misura a ricredersi, ma con dispiacere perché gli piaceva tanto votare
per una sinistra capace finalmente di vincere.
28 dicembre 2013
La crescita dell’ingiustizia sociale e dell’indigenza globale non diminuirà col nuovo anno. Ma in Europa…
“Nel contesto della repressione sociale e della
dilagante disuguaglianza, coloro che sono potenti e privilegiati spesso da un lato
parlano di libertà e di progresso ma, dall’altro, imprigionano i loro
concittadini in modi che erodono la loro dignità e i loro diritti.”. Così
scrive T.Y.Okosun che insegna diritto in una università di Chicago nel suo libro intitolato Social Justice and Increasing Global
Destitution, che descrive le responsabilità di coloro che, come sappiamo, nei
paesi più avanzati sono generalmente l’uno per cento di potenti e privilegiati, per
le condizioni in cui vive il novantanove per cento degli altri cittadini. Di
cui fanno parte i “poveri” per via del basso reddito che ricavavano dalla loro occupazione
o dalla piccola proprietà di cui dispongono, ma oggi anche gli “indigenti”, cioè
coloro che in ogni parte del mondo, quindi anche nei paesi più avanzati, non
hanno né una proprietà né un lavoro e sono quindi, come dice Okosun, imprigionati nella disoccupazione. Nel
nostro paese in più e per assurdo, secondo la sua Costituzione, anche gli indigenti sono cittadini di
una “Repubblica democratica fondata sul lavoro” mentre, grazie al Patto di stabilità
sottoscritto nel 1997 dai
paesi membri dell'Unione Europea e riguardante
il controllo delle rispettive politiche di bilancio, la nostra
è ormai una Repubblica fondata sulla disoccupazione di massa. Quel patto doveva
servire a rafforzare il percorso d’integrazione monetaria affidata nel 1992 all’adozione
dell’euro come moneta comune di Stati ancora sovrani, quindi non federati come
quelli che hanno come moneta comune il dollaro. Una situazione paradossale
destinata prima o poi a esplodere perché invece di garantire l’uguaglianza fra
i diversi Stati dell’euro-zona assicura a quello dominante, cioè alla
Germania, una situazione assai più vantaggiosa per la sua crescita basata sulle
esportazioni di quella che le offrirebbe una moneta nazionale, che sarebbe molto più
esposta a fluttuazioni nel mercato dei cambi di quella controllata dalla Banca
centrale europea. Dunque abbiamo una moneta potenzialmente federale in una
Europa di Stati ancora nazionali, membri di una Unione che non si decide a
diventare una Federazione, incapace quindi di assumere un ruolo nell’economia
globale che la Germania, da sola, non è certo in grado di assicurarle. Ma nel
2014 scatta una importante novità che potrebbe essere un primo passo verso una
Unione federale. Inizia cioè a operare uno dei cinque Fondi di investimento europei che operano
all’interno di un quadro comune per aiutare gli Stati membri a ripristinare la
crescita e l’occupazione. Mi pare che sia il caso, allora, di augurare Buone
Feste di Lavoro per il prossimo anno ai milioni di adulti e di giovani che non
chiedono altro per salvare la loro dignità e i loro diritti.
16 dicembre 2013
Ma vogliamo capire che la sinistra è solo una possibile direzione?
“Purtroppo la sinistra in quanto a "stupidario" ha
delle responsabilità immense”. Così mi scrive in una mail una persona che, in
modo molto civile, manifesta il suo dissenso rispetto al mio pensiero.
Mi consenta di approfittarne per assumere quella sua dichiarazione in senso
simbolico, cioè come un modo implicito di intendere la “sinistra” che ritengo
obsoleto, più o meno come un elettrodomestico degli anni Cinquanta, che è tempo
di rottamare. Proprio come dice Renzi che, con il solito scandalo di quanti
sono convinti che la ragione per essere buona deve essere minoritaria, mi piace
perché rappresenta un modo di pensare che riscuote un così maggioritario consenso
nella generazione che ora deve gestire il futuro. E perché mai sarebbe da
rottamare, dunque da sostituire con una apparecchiatura mentale e istituzionale
tecnologicamente più avanzata? “Tecnologicamente”? Ma sì, nel senso che un mio
vecchio maestro, al quale spesso ricorro per orientarmi nel tempo in cui vivo,
esprime con queste parole: “La tecnologia svela il comportamento attivo
dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione della sua vita, e
con essi anche l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali
vitali e delle idee dell’intelletto che
ne scaturiscono” (Marx, Il capitale,
nota nel cap. 13, corsivi miei). Avete capito, vero? Lui voleva dire che anche
le idee devono andare avanti con innovazioni non diverse da quelle che costantemente
cambiano le cose del mondo che ci circonda. E allora io propongo questa
innovazione: la sinistra smette di essere una cosa speciale e, come nel linguaggio più comune a tutti, diventa una possibile direzione nel cammino di tutti. Quel tutti lo intendo e lo suggerisco
come Francesco Piccolo nel suo bel libro intitolato “Il desiderio di essere
come tutti”. Cioè abbandonando una buona volta l’atteggiamento, che lui
definisce addirittura “reazionario”, della sinistra che si compiaceva di essere
minoranza perché solo così provava la sua superiorità. Questi, della società di
massa, non sono più tempi per avere ragione, ma per ragionare in modo consono
ai giganteschi problemi che affliggono quella che non ha una parte troppo
piccola della torta, ma che proprio non la mangia, perché è prevalentemente
riservata all’uno per cento dei vincenti, mentre lei è la somma dei perdenti.
Cioè dei “forconi” che erano strumenti medievali e che ora, in quest’epoca di
modernità che procede come i granchi, sono la realtà di una condizione di
esclusione comune alla massa, appunto, dei perdenti ovunque si trovino. Come
scrive Marco Revelli sul Manifesto, nei giovani che non trovano un lavoro, nei
negozianti e imprenditori costretti a chiudere bottega, nelle famiglie
sfrattate perché non possono più pagare l’affitto, negli anziani che hanno una
pensione da fame o non ne hanno alcuna. Questa è diventata oggi la Affluent
Society, la Società del benessere di cui parlava solo cinquant’anni fa il
famoso economista Galbraith.
5 dicembre 2013
La benefica distruzione di un ordine
Con ammirevole candore in una intervista a Die Zeit, riportata su la Repubblica del
5 dicembre, “Padre” Georg Gaenswein, divenuto “per ubbidienza” segretario di
Papa Francesco “di giorno”, dopo esserlo stato del dimissionario Ratzinger presso
il quale, però, ritorna “di sera”, si dichiara francamente insoddisfatto della
piega che hanno preso le cose nella Chiesa Cattolica con la distruzione di un
ordine secolare. Ma sì, insoddisfatto perché prima Georg si sentiva “un alto
sacerdote della tradizione” mentre ora, evidentemente, è diventato un basso prelato
di una rivoluzione. Ma di una che nel suo intimo, e poi pubblicamente sulla
stampa conservatrice tedesca, Georg ravvisa come contraria al “concentrato di
saggezza della Chiesa” rappresentato, secondo il suo giudizio, dal passato pontificato
di Ratzinger. Ma bravo Georg, ci volevano lui e la sua preziosa testimonianza
per darci la conferma, la triste conferma, che il germanesimo non si stanca di
essere reazionario. Come se, per fare un solo esempio, la rivoluzionaria Rosa
Luxenburg, assassinata nel gennaio 1919 dai soldati di un governo socialdemocratico
tedesco, fosse stata una degli ultimi esemplari di una razza poi estinta. Per
carità, lei era una comunista, e noi siamo stati avvisati dalla Storia che quel
movimento avrebbe poi partorito uno Stalin, mentre la Germania si contentava di
produrre un Hitler e noi, ancora più modestamente all’italiana, un Mussolini. E
va bene, però ci si ricordi in Europa che in Italia è stato posto riparo a
quella imperdonabile follia con la Resistenza, e dunque con il sacrificio di centinaia
di martiri partigiani, assassinati dai nazisti e dai fascisti loro complici, durante
l’occupazione tedesca del nostro Nord nel 1944. Invece, purtroppo, una
Resistenza in Germania non c’è stata, eccetto il sacrificio di alcuni
organizzatori del fallito complotto per assassinare il Fuhrer. Peccato, sia per
i tedeschi che per tutti gli europei che hanno poi tanto volentieri accolto,
insieme all’Italia, anche la Germania nella UE, seppellendo il ricordo delle nefandezze
nazifasciste nel fossa comune della storia insieme ai resti di tanti altri
assolutismi. Ma, cittadini tedeschi, vogliate almeno ricordare che fra i
principali fondatori della UE c’è stato, assieme ad Alcide De Gasperi e a Jean
Monet, il vostro Konrad Adenauer. Cosa direbbe oggi di questo vostro sprezzante
europeismo Germano-centrico che occulta un nazionalismo adatto al capitalismo
globale?
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