Chiamiamo genericamente "capitalismo" il tipo di sistema economico della nostra società. La "civiltà capitalista" è invece il più ampio intreccio di fenomeni sociali, politico-statuali, economici, religiosi e scientifici che hanno concorso a fare del capitalismo un fenomeno storico di durata secolare, da scoprire nella sua evoluzione globale per capire in che mondo viviamo e come possiamo cambiarlo per un domani con meno ingiustizie, conflitti e danni al pianeta che ci ospita.



17 aprile 2011

Il “processo breve” è uno sporco trucco per salvare SB. Per una giustizia più rapida basta l’informatica

Una moderna civiltà capitalista esige che la giustizia sia rapida ed efficace, ma la nuova legge sul “processo breve”, tagliando i termini di prescrizione, è solo un trucco per salvare SB (scusate, ma diventa insopportabile pronunciare il suo nome così ossessivamente urlato dai media). Quella legge servirà forse a sottrarlo dai procedimenti per corruzione, creazione di fondi neri, prostituzione minorile e concussione aggravata, ma non a rendere più brevi i processi. Fanno finta di non saperlo due sole categorie: quella dei suoi cortigiani (“vil razza dannata” li definisce Rigoletto) e quella dei fanatici tifosi del PDL.
Per dimostrare che è un trucco servono però argomenti più forti di quelli usati dall’ opposizione che si accanisce a vuoto quando mostra di ignorare che i nostri processi sono effettivamente troppo “lunghi” perché scandalosamente lente sono le nostre procedure giudiziarie. E che di quella lentezza è responsabile oltre la destra anche la sinistra almeno dal lontano 1987 in cui sono diventati Ministri della giustizia, in successivi momenti, Vassalli e Martelli del Partito socialista, Diliberto del Partito dei comunisti italiani e Fassino dei Democratici di sinistra. Nessuno di essi ha però fatto qualcosa per accelerare i processi distinguendosi dall’ignavia di Castelli della Lega nord e di Alfano del PDL.
Che le nostre procedure giudiziarie siano da terzo mondo lo ha chiarito molto bene Giovanni Cascini, Segretario generale della Associazione Nazionale Magistrati a Otto e mezzo del 12 aprile, indicando alcune riforme inutilmente da essa proposte al governo e che non sono affatto previste dalla legge sul “processo breve”. Ecco qualche esempio .  
La completa digitalizzazione della giustizia, due volte promessa e mai attuata,  metterebbe on line tutti gli atti ora in forma cartacea che riempiono le migliaia di faldoni che ingombrano gli uffici e gli archivi. Giudici e avvocati potrebbero trasmettere  e ricevere gli atti sui loro computer con un enorme risparmio di tempi e di costi. Si dovrebbe inoltre procedere alla riduzione dei tribunali inutili, al blocco dei processi a carico di persone non reperibili, alla revisione del sistema delle notifiche con il “camminatore” che deve recarsi al domicilio dell’indagato almeno 60 volte per ogni processo!
La esasperante lentezza dei processi rende la giustizia invisa a molti cittadini ma ne favorisce altrettanti, massimamente i potenti come SB, ed è quindi ingenuo credere che questi intendano realmente eliminarla dato che infatti, anche se andrà in porto il “processo breve”, rimarrà garantita. Basta vedere come avanza a passi di lumaca persino il “processo con rito immediato”, quello eccezionalmente veloce adottato per le cause a carico di SB. Le successive udienze dopo la prima avverranno a distanza di mesi consentendo all’indagato di predisporre con comodo le sue difese o addirittura, come vediamo in questi giorni, di far approvare nel frattempo dalla sua maggioranza cortigiana nuove apposite leggi che lo mettano al riparo dalla giustizia.
Ora che la sinistra è all’opposizione, si faccia consigliare da magistrati come Cascini. Perché essi reclamano, giustamente, che dalla appassionata ma astratta denuncia si passi a concrete, dico concrete, proposte alternative almeno in tema di giustizia.
Per guadagnare consensi e liberarci dal despota SB così vistosamente dedito alla verbosità e al trucco, occorre opporgli la forza dell’impegno pratico e della trasparenza.

12 aprile 2011

L’immutabile sinfonia capitalista in “Profitto maggiore”


 Come per una sinfonia si può dire che ogni civiltà ha una sua “tonalità dominante”. Quella  che caratterizza la  civiltà capitalista fin dai suoi inizi nella Venezia del 1200, è il fine del profitto. E’ infatti Venezia che ha forgiato il nuovo sistema destinato per secoli a fare da  modello al capitalismo, perché fin da allora aveva una classe sociale - i mercanti veneziani - che decideva chi governa lo Stato - i Dogi della Repubblica – che la assisteva nella conquista di più ampi mercati - i possedimenti commerciali del Levante. A quale scopo? Appunto, realizzare sempre maggiori guadagni, però non da spendere ma da accumulare.  
E’ questa la tonalità dominante che per i successivi otto secoli ha guidato il nostro sistema di vita estendendolo da quell’angolo del Mediterraneo all’attuale dimensione globale. Quella minuscola potenza capitalista del XIII secolo additava la strada alle potenze giganti del XXI, sia come Stati a dimensioni continentali sia come imprese a dimensioni globali.   
In questo blog abbiamo più volte parlato della potenza del capitale, fatta da un insieme di potenza sociale, politica ed economica come nel primo esemplare di Venezia. Un buon emblema di quella potenza (citato nel post del 2 aprile “Affari puliti e affari sporchi, dov’è il confine?”) è oggi una delle maggiori imprese mondiali, la General Electric (G.E.), quella che ha installato nel 1976 i cinque reattori nucleari a Fukuscima, e che ora sembra  doversi annoverare fra i responsabili della catastrofe.
Ci eravamo chiesti: fu un affare pulito o sporco quello della G.E.? Fu semplicemente un “affare”, un business di quel suo particolare settore che si dedica all’energia nucleare, dettato come sempre (cioè da otto secoli) dall’avidità di profitto che è la tonalità dominante, il criterio guida o, se preferite, il DNA dell’impresa capitalista.
Ma pochi giorni or sono la stessa G.E. ha annunciato che un altro suo settore, che si dedica invece all’energia rinnovabile, sta portando a termine un importante impianto di pannelli solari che produrrà 400 megawatt di energia elettrica. Tanto per intenderci, in base ai dati ufficiali, si tratta di poco meno di un quinto del picco di consumi registrato a Roma nel 2o1o che è stato di 2.200 megawatt. Un Direttore della G.E. ha inoltre dichiarato che la società sarà un leader tecnologico nel mercato dei prossimi cinque anni che, egli afferma, svilupperà una domanda complessiva pari a 75.000 megawatt (187 volte quella dei 400 forniti dall’impianto citato sopra). Sarà vero?
Come vedete, si tratta comunque della immutabile sinfonia capitalista in “Profitto maggiore” alla quale occorre far ricorso sia per appestare il nostro pianeta con l’energia atomica sia per disinquinarlo usando l’energia solare. Ma forse quella sinfonia la si può suonare a vantaggio di tutti e non solo di singole imprese giganti,  togliendogli il controllo dell’orchestra politica e restituendolo alla collettività. Questo è sempre stato il migliore antidoto democratico nei confronti dell’avidità capitalista.  

8 aprile 2011

Quando il despota governa, la democrazia non è libera

Il 7 di aprile scorso la Camera ha deliberato con 315 voti contro 298 il progetto di sottrarre al giudizio della Procura di Milano il Presidente del Consiglio, accusato di concussione e prostituzione minorile, perché il tribunale competente per giudicarlo sarebbe il Tribunale dei ministri. La ragione? Berlusconi avrebbe telefonato alla Questura milanese nella sua qualità di Presidente del Consiglio per far rilasciare Karima «Ruby» el Mahroug essendo a conoscenza che essa era nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak!
Dunque tutti i 316 deputati della maggioranza, senza eccezione alcuna, senza una esitazione, senza un dubbio, senza un manifesto turbamento della propria coscienza di rappresentanti del popolo, hanno avallato un clamoroso falso. Eh si, perché tutti gli italiani e tutto il mondo sanno che Berlusconi si era inventato quella parentela e quindi  non agiva nella veste di Presidente del Consiglio ma in quella di un privato cittadino che esercitava arbitrariamente un potere che non gli apparteneva in quanto tale (ecco la concussione) per togliere dai guai una minorenne che gli stava molto a cuore.
Quella votazione, una fra le tante per “mettere in sicurezza” un uomo politico sottraendolo alla giustizia per garantirgli il potere, è la fatidica dimostrazione che la democrazia senza la libertà è molto prossima al despotismo.
Badate: questa non è un’affermazione infondata per due ragioni.
La prima è che 316 deputati che votano in quel modo non sono e non possono sentirsi “liberi”. Sappiamo infatti che il loro comportamento non è dettato da una persuasione ma soltanto dalla necessità di ubbidire al despota che li ha legati al suo potere con tutti i “mezzi” di cui dispone, compresa la eventuale rielezione nelle liste da lui stesso compilate.
La seconda è che la democrazia stessa non è affatto “libera” almeno in due casi. Quando  la legge elettorale è congegnata, come da noi,  in modo da imporre agli elettori liste di candidati prefabbricate per mandare in Parlamento persone potenzialmente ligie al potere. E quando, assai più in  generale,  i potenti interessi lobbistici rendono fragile, anzi fragilissimo il confine fra affari e politica. In Italia come negli Stati Uniti.
Le “società democratiche non libere” le aveva pronosticate già nel 1856, dunque più di un secolo e mezzo fa, un grandissimo studioso della politica, il francese Alexis de Tocqueville, che nel suo testo divenuto famoso “L’antico regime e la rivoluzione”, scriveva queste parole impressionanti per la loro attualità. Erano infatti destinate anche ai 316 deputati della nostra maggioranza.
«Il desiderio di arricchirsi a ogni costo, la passione degli affari, l’avidità del guadagno, la ricerca del benessere e dei godimenti materiali sono, in questa società, le passioni più comuni.  Si diffondono facilmente in tutte le classi e arriveranno ben presto a indebolire e degradare la nazione intera se niente le fermerà.  Ora il dispotismo, per la sua essenza medesima, le diffonde e le favorisce. Queste passioni debilitanti lo aiutano: distolgono e occupano l’immaginazione degli uomini lontano  dalla cosa pubblica e li fanno tremare alla sola idea delle rivoluzioni. Soltanto il dispotismo può fornire loro l’ombra e il segreto che danno agio alla cupidigia di assicurarsi guadagni disonesti sfidando il disonore. Senza di esso sarebbero state forti; con esso dominano.»

5 aprile 2011

I vecchi occhiali leggono male la realtà globale. Proviamo a cambiarli?

In un precedente post ho parlato della “potenza del capitale”. Ho usato quell’espressione a ragion veduta e intendo ora chiarirne le ragioni.
Assistiamo giornalmente ai più diversi e lontani eventi che producono effetti globali e dei quali, dunque, occorre comprendere i nessi  altrettanto globali. Ma per decifrare il senso unitario e i collegamenti di  fatti come la catastrofe sociale della crescente disoccupazione giovanile dovuta alla depressione mondiale, le rivolte contro le dittature in Africa e l’ipocrita solidarietà occidentale che le aveva create, o la  tragedia nucleare giapponese e il problema mondiale dell’energia per soddisfare la crescita capitalistica, occorrono ormai occhiali diversi da quelli abitualmente in uso.  Perché montano ancora le antiche lenti, sempre più appannate, della “società”, della “politica” e dell’ “economia, tuttora ritenute strumenti interpretativi utili nel dibattito corrente anche se usati separatamente, perché frutto di esperienze e di analisi storiche consolidate.   
Ma la società di oggi che cosa ha più a che vedere con quella passata delle distinguibili “classi” ottocentesche, o con quella delle riconoscibili “masse” del primo Novecento,  visto che attualmente si è concentrata quasi ovunque, e in larga misura, nelle folle informi e opache degli agglomerati urbani  e industriali?
E la politica è forse ancora qualcosa di comprensibile in sé quando non sia accompagnata dai sempre più numerosi aggettivi che distinguano le tante diverse forme dispotiche, democratico-rappresentative o dittatoriali  del potere pubblico e degli indirizzi di governo dello Stato oggi vigenti?
La economia, infine, si autodefinisce di mercato quando di mercati ce ne sono a bizzeffe che poco si somigliano fra loro. Perché possono essere quelli competitivi delle botteghe e delle piccole imprese che fanno magri guadagni, o quelli regolati dagli accordi fra grandi imprese che fanno veri profitti, o ancora  quelli monopolistici delle imprese giganti che accumulano enormi ricchezze. E poi ci sono mercati sottoposti alle regole pubbliche (una minoranza), altri in cui le regole vengono aggirate (la maggioranza), e altri ancora in cui le regole non ci sono affatto (quelli della malavita).  E infine i mercati delle  poche e ben nascoste ma più potenti imprese che controllano i fili della politica.
Ma allora se quelle vecchie lenti ci mostrano la società, la politica e l’economia  come fenomeni in se stessi così variegati e sconnessi, è inevitabile che se li mettiamo insieme senza un criterio per cercare di comprendere la realtà globale, anch’essa ci apparirà sconnessa e poco dotata di senso.
Proviamo allora dei nuovi occhiali forniti di lenti che, invece di separarle, congiungano fra loro parti della società, della politica e della economia con questo particolare criterio:  che abbiano forme che siano adatte, come in un puzzle, a combinarsi e a congiungersi  formando un insieme omogeneo e coerente capace di far avanzare il capitalismo.
E’ probabilmente questo il processo che è avvenuto ogni volta che si è messa in moto nella storia  la complessiva “potenza del capitale”, consistita in un amalgama della “potenza della società” nei suoi attori protagonisti,  della “potenza della politica” che hanno praticato e della “potenza della economia di mercato” che hanno promosso. Congiunte fra loro,  in ogni data epoca e in ogni data situazione, quelle potenze hanno fatto progredire la civiltà capitalista. Come dire che questo è avvenuto ogni volta che si è riusciti a comporre un intero puzzle capitalista da sparsi pezzi della società, della politica e dell’economia.
Non mancheranno occasioni per sperimentare questi nuovi occhiali.

2 aprile 2011

Affari puliti e affari sporchi. Dov’è il confine?

Titolo in prima pagina dell’ International Herald Tribune (edizione estera del New York Times) del 26-27 marzo:  
                                Come G.E. guadagna miliardi senza pagare imposte
G.E. è la General Electric, la più grande Company degli Stati Uniti e una delle maggiori del mondo, la quale:
“ha dichiarato profitti a livello mondiale pari a 14,2 miliardi di dollari di cui solo 5,1 provenienti da operazioni interne. E il conto delle imposte pagate negli S.U.? E’ pari a zero, mentre ha ottenuto uno sgravio fiscale di 3,2 miliardi di dollari.” Questo suo straordinario successo “è basato su una strategia aggressiva che mescola battagliere pratiche lobbistiche per godere di esenzioni fiscali a forme di contabilità che le consentono di convogliare i profitti nei paradisi fiscali.”  
Per far questo la G.E. investe ogni anno milioni di dollari per pagare stuoli di avvocati che la guidano nell’applicazione delle norme fiscali vigenti, ma poi per finanziare le sue enormi capacità di pressione sulla politica e sui membri del Congresso per far emanare norme nuove a suo vantaggio.   
La G.E. è anche una delle maggiori imprese mondiali nel settore nucleare e ora la tragedia di  Fukushima la coinvolge direttamente. Scrive infatti Ennio Caretto (Corriere della sera it. del 16 marzo):   
 “Quattro dei cinque reattori della centrale nucleare di Fukushima sono dei Mark 1 della General Electric. E secondo un tecnico che si dimise dalla General Electric nel 1976 per protesta contro di essi, sebbene modificati nel corso degli anni, non erano completamente sicuri. In un’intervista alla tv ABC l’ingegnere Dale Bridenbaugh ha dichiarato che stando a test condotti nel 1975 i Mark 1 rischiavano di non reggere alla tremenda pressione dell’energia atomica nel caso che il loro sistema di raffreddamento smettesse di funzionare. «E’ quanto sospetto sia accaduto a Fukushima», ha aggiunto lo scienziato.”
Il capitalismo da secoli è orientato ai profitti e alla loro accumulazione. Così si realizza lo “sviluppo economico” e così si fa crescere il PIL in ogni parte del mondo. Ma la civiltà capitalista, costretta da innesti di democrazia rappresentativa, si è sforzata di imbrigliare l’avidità degli interessi privati con regole imposte dallo Stato. Regole per contrastare la corsa sfrenata ai profitti derivanti da affari sporchi perché  inquinati da abusi di potere - come per esempio, se è vero quel che riferisce la stampa, quelli della G.E. in Giappone -  e per rendere il mercato un territorio dove si compete per realizzare profitti  da affari puliti. Ma troppo  spesso la “civiltà” del capitalismo si fa sopraffare dalle sue forme di “barbarie”, come a Fukushima.   
Si deve ammettere che nei fatti il confine fra gli affari sporchi e quelli puliti può essere incerto, come quello fra l’onestà e l’imbroglio, fra l’impegno a far fruttare il denaro e la sete smodata dei soldi, insomma fra il fine del guadagno e il fanatismo cieco dei profitti. E la stessa democrazia è manovrabile perché dovendo garantire la libertà di tutti i cittadini di darsi le regole contro gli abusi di potere, deve anche subirli da parte dei più potenti  che le regole sono in grado di farsele da soli.