Il 7 di aprile scorso la Camera ha deliberato con 315 voti contro 298 il progetto di sottrarre al giudizio della Procura di Milano il Presidente del Consiglio, accusato di concussione e prostituzione minorile, perché il tribunale competente per giudicarlo sarebbe il Tribunale dei ministri. La ragione? Berlusconi avrebbe telefonato alla Questura milanese nella sua qualità di Presidente del Consiglio per far rilasciare Karima «Ruby» el Mahroug essendo a conoscenza che essa era nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak!
Dunque tutti i 316 deputati della maggioranza, senza eccezione alcuna, senza una esitazione, senza un dubbio, senza un manifesto turbamento della propria coscienza di rappresentanti del popolo, hanno avallato un clamoroso falso. Eh si, perché tutti gli italiani e tutto il mondo sanno che Berlusconi si era inventato quella parentela e quindi non agiva nella veste di Presidente del Consiglio ma in quella di un privato cittadino che esercitava arbitrariamente un potere che non gli apparteneva in quanto tale (ecco la concussione) per togliere dai guai una minorenne che gli stava molto a cuore.
Quella votazione, una fra le tante per “mettere in sicurezza” un uomo politico sottraendolo alla giustizia per garantirgli il potere, è la fatidica dimostrazione che la democrazia senza la libertà è molto prossima al despotismo.
Badate: questa non è un’affermazione infondata per due ragioni.
La prima è che 316 deputati che votano in quel modo non sono e non possono sentirsi “liberi”. Sappiamo infatti che il loro comportamento non è dettato da una persuasione ma soltanto dalla necessità di ubbidire al despota che li ha legati al suo potere con tutti i “mezzi” di cui dispone, compresa la eventuale rielezione nelle liste da lui stesso compilate.
La seconda è che la democrazia stessa non è affatto “libera” almeno in due casi. Quando la legge elettorale è congegnata, come da noi, in modo da imporre agli elettori liste di candidati prefabbricate per mandare in Parlamento persone potenzialmente ligie al potere. E quando, assai più in generale, i potenti interessi lobbistici rendono fragile, anzi fragilissimo il confine fra affari e politica. In Italia come negli Stati Uniti.
Le “società democratiche non libere” le aveva pronosticate già nel 1856, dunque più di un secolo e mezzo fa, un grandissimo studioso della politica, il francese Alexis de Tocqueville, che nel suo testo divenuto famoso “L’antico regime e la rivoluzione”, scriveva queste parole impressionanti per la loro attualità. Erano infatti destinate anche ai 316 deputati della nostra maggioranza.
«Il desiderio di arricchirsi a ogni costo, la passione degli affari, l’avidità del guadagno, la ricerca del benessere e dei godimenti materiali sono, in questa società, le passioni più comuni. Si diffondono facilmente in tutte le classi e arriveranno ben presto a indebolire e degradare la nazione intera se niente le fermerà. Ora il dispotismo, per la sua essenza medesima, le diffonde e le favorisce. Queste passioni debilitanti lo aiutano: distolgono e occupano l’immaginazione degli uomini lontano dalla cosa pubblica e li fanno tremare alla sola idea delle rivoluzioni. Soltanto il dispotismo può fornire loro l’ombra e il segreto che danno agio alla cupidigia di assicurarsi guadagni disonesti sfidando il disonore. Senza di esso sarebbero state forti; con esso dominano.»
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