Nel precedente post ho accennato alla opportunità di una rinnovata trasformazione della civiltà capitalista che si potrebbe intitolare “rivoluzione per uno sviluppo condiviso”, anticipata dal “New Deal” americano degli anni ’30 e dalla socialdemocrazia inglese degli anni ’60 del secolo scorso. Una necessità che si ripresenta oggi con maggior forza visto lo stato di crescente paralisi, nei paesi retti da regimi democratici, di un capitalismo che è ormai preda di oligarchie bancarie e finanziarie incapaci di portarlo fuori da una vasta crisi dei processi di accumulazione reale - cioè di sviluppo del prodotto interno lordo - per via della loro avidità di profitti prevalentemente generati da speculazioni finanziarie spesso truffaldine e da corrotte pratiche monopolistiche.
Ne è quotidiana testimone la informazione europea e statunitense ancora libera che è piena zeppa di esempi di un ritorno in grande al passato capitalismo clientelare corrotto e corruttore (il Crony Capitalism), e agli eccessi di imprenditori e banchieri ladroni (i Robber Barons) che accumulano enormi fortune personali giovandosi di smaccati privilegi. E’ il capitalismo delle imprese giganti e dei loro amministratori che, malgrado i tentativi di freni legislativi, vengono remunerati con premi di decine di milioni di dollari mentre decine di milioni di cittadini vanno in miseria a causa della disoccupazione.
Dunque si avverte da più parti il bisogno di una nuova e più ampia rivoluzione per uno sviluppo non riservato nei suoi benefici a una ristretta classe di ricchi e di magnati, ma “condiviso” dalle classi medie e popolari. Che quindi avrebbe come presupposto il capovolgimento degli attuali equilibri di forze poiché mirerebbe a uno sviluppo non soltanto guidato dalla motivazione del profitto, riconosciuto come una imprescindibile costante del capitalismo, ma anche stimolato dalla soddisfazione dei bisogni sociali che sono la conquista delle democrazie moderne.
Bisogni di equità nei rapporti di lavoro e di pubblici sostegni nel diritto al lavoro, di poteri di governo autonomi e liberi dalla corruzione, di una distribuzione non selvaggiamente ineguale del reddito, di diritti generali alla salute, di attiva difesa dell’ ambiente. Dunque uno sviluppo che per la seconda volta nella storia della civiltà capitalista, darebbe pari dignità alla motivazione del profitto e alla soddisfazione di bisogni sociali.
Ma sia chiaro: questa volta si tratterebbe di una rivoluzione che implicherebbe una battaglia ancora più difficile che in passato fra forze sociali antagoniste, quelle dominanti capitaliste interessate ai loro profitti e quelle subalterne che mirano alla soddisfazione di loro bisogni vitali. Perché la prime sono oggi dotate di un’organizzazione che si è rafforzata man mano che il capitalismo cresceva e si espandeva senza concorrenti. Invece le seconde sono sempre più sprovviste di strumenti quali erano da un lato i partiti della sinistra e i sindacati capaci di rappresentarne gli interessi, e dall’altro il potere di protezione offerto dagli Stati nazionali oggi fortemente ridotto dalla globalizzazione. Ma non solo: le classi subalterne sono oggi spesso tentate di allearsi a quelle dominanti quando da esse dipendono nel loro immediato interesse lavorativo e di reddito, e di esse sono complici nella evasione fiscale.
Mi trovo molto d'accordo con la tua analisi, il problema sta proprio nello squilibrio di potere esistente tra i due soggetti in campo.
RispondiEliminaDa una parte un ristretto gruppo ben informato e con immense risorse a disposizione, capace di coordinarsi e piegare la società ai propri interessi, dall'altra la grande massa di coloro che chiedono la soddisfazione dei propri bisogni. Persone queste che traggono le proprie informazioni sui prodotti da pubblicità faziose, informazioni sulla società dalla televisione, che è inutile commentare, e da giornali troppo spesso piegati a interessi economici o di partito.
Gli interessi di questi secondi soggetti vengono poi rappresentati da organizzazioni strutturalmente inadeguate a confrontarsi con i primi.
E' il problema del potere della domanda (ma anche dell'offerta quando, come nel caso dell'economia del lavoro, l'economia accademica riveste la grande massa di questo ruolo).
Come far confluire gli interessi dei cittadini in strutture capaci di dar loro voce di fronte alle grandi lobby del capitale è uno dei più importanti problemi dei nostri giorni e non solo.
Oggi la tecnologia ci viene in aiuto fornendoci strumenti potenziallmente capaci di controllare i centri di potere e di incanalare i nostri interessi, strumenti questi ancora troppo poco diffusi rispetto agli scopi di cui sopra.
Tuttavia uno strumento per quanto potente è inutile senza l'organizzazione, la capacità e soprattutto la volontà di usarlo.
Michele, scusa il ritardo di questa risposta dovuto a un problema del computer. Condivido tutto quella che dici, perfettamente sintetizzato nell'ultimo capoverso che è applicabile, come ho scritto nel mio ultimo post, alle manifestazioni degli indignati. Tutta la splendida energia che spendono nelle piazze, per quanto potente, può andare dispersa senza una sua organizzazione politica, cioè senza che i partiti se ne facciano interpreti. Ma perché questo possa accadere occorre...occuparli, ovviamente nel rispetto delle regole democratiche.
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