In un precedente post ho parlato della “potenza del capitale”. Ho usato quell’espressione a ragion veduta e intendo ora chiarirne le ragioni.
Assistiamo giornalmente ai più diversi e lontani eventi che producono effetti globali e dei quali, dunque, occorre comprendere i nessi altrettanto globali. Ma per decifrare il senso unitario e i collegamenti di fatti come la catastrofe sociale della crescente disoccupazione giovanile dovuta alla depressione mondiale, le rivolte contro le dittature in Africa e l’ipocrita solidarietà occidentale che le aveva create, o la tragedia nucleare giapponese e il problema mondiale dell’energia per soddisfare la crescita capitalistica, occorrono ormai occhiali diversi da quelli abitualmente in uso. Perché montano ancora le antiche lenti, sempre più appannate, della “società”, della “politica” e dell’ “economia, tuttora ritenute strumenti interpretativi utili nel dibattito corrente anche se usati separatamente, perché frutto di esperienze e di analisi storiche consolidate.
Ma la società di oggi che cosa ha più a che vedere con quella passata delle distinguibili “classi” ottocentesche, o con quella delle riconoscibili “masse” del primo Novecento, visto che attualmente si è concentrata quasi ovunque, e in larga misura, nelle folle informi e opache degli agglomerati urbani e industriali?
E la politica è forse ancora qualcosa di comprensibile in sé quando non sia accompagnata dai sempre più numerosi aggettivi che distinguano le tante diverse forme dispotiche, democratico-rappresentative o dittatoriali del potere pubblico e degli indirizzi di governo dello Stato oggi vigenti?
La economia, infine, si autodefinisce di mercato quando di mercati ce ne sono a bizzeffe che poco si somigliano fra loro. Perché possono essere quelli competitivi delle botteghe e delle piccole imprese che fanno magri guadagni, o quelli regolati dagli accordi fra grandi imprese che fanno veri profitti, o ancora quelli monopolistici delle imprese giganti che accumulano enormi ricchezze. E poi ci sono mercati sottoposti alle regole pubbliche (una minoranza), altri in cui le regole vengono aggirate (la maggioranza), e altri ancora in cui le regole non ci sono affatto (quelli della malavita). E infine i mercati delle poche e ben nascoste ma più potenti imprese che controllano i fili della politica.
Ma allora se quelle vecchie lenti ci mostrano la società, la politica e l’economia come fenomeni in se stessi così variegati e sconnessi, è inevitabile che se li mettiamo insieme senza un criterio per cercare di comprendere la realtà globale, anch’essa ci apparirà sconnessa e poco dotata di senso.
Proviamo allora dei nuovi occhiali forniti di lenti che, invece di separarle, congiungano fra loro parti della società, della politica e della economia con questo particolare criterio: che abbiano forme che siano adatte, come in un puzzle, a combinarsi e a congiungersi formando un insieme omogeneo e coerente capace di far avanzare il capitalismo.
E’ probabilmente questo il processo che è avvenuto ogni volta che si è messa in moto nella storia la complessiva “potenza del capitale”, consistita in un amalgama della “potenza della società” nei suoi attori protagonisti, della “potenza della politica” che hanno praticato e della “potenza della economia di mercato” che hanno promosso. Congiunte fra loro, in ogni data epoca e in ogni data situazione, quelle potenze hanno fatto progredire la civiltà capitalista. Come dire che questo è avvenuto ogni volta che si è riusciti a comporre un intero puzzle capitalista da sparsi pezzi della società, della politica e dell’economia.
Non mancheranno occasioni per sperimentare questi nuovi occhiali.
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