Titolo in prima pagina dell’ International Herald Tribune (edizione estera del New York Times) del 26-27 marzo:
Come G.E. guadagna miliardi senza pagare imposte
G.E. è la General Electric, la più grande Company degli Stati Uniti e una delle maggiori del mondo, la quale:
“ha dichiarato profitti a livello mondiale pari a 14,2 miliardi di dollari di cui solo 5,1 provenienti da operazioni interne. E il conto delle imposte pagate negli S.U.? E’ pari a zero, mentre ha ottenuto uno sgravio fiscale di 3,2 miliardi di dollari.” Questo suo straordinario successo “è basato su una strategia aggressiva che mescola battagliere pratiche lobbistiche per godere di esenzioni fiscali a forme di contabilità che le consentono di convogliare i profitti nei paradisi fiscali.”
Per far questo la G.E. investe ogni anno milioni di dollari per pagare stuoli di avvocati che la guidano nell’applicazione delle norme fiscali vigenti, ma poi per finanziare le sue enormi capacità di pressione sulla politica e sui membri del Congresso per far emanare norme nuove a suo vantaggio.
La G.E. è anche una delle maggiori imprese mondiali nel settore nucleare e ora la tragedia di Fukushima la coinvolge direttamente. Scrive infatti Ennio Caretto (Corriere della sera it. del 16 marzo):
“Quattro dei cinque reattori della centrale nucleare di Fukushima sono dei Mark 1 della General Electric. E secondo un tecnico che si dimise dalla General Electric nel 1976 per protesta contro di essi, sebbene modificati nel corso degli anni, non erano completamente sicuri. In un’intervista alla tv ABC l’ingegnere Dale Bridenbaugh ha dichiarato che stando a test condotti nel 1975 i Mark 1 rischiavano di non reggere alla tremenda pressione dell’energia atomica nel caso che il loro sistema di raffreddamento smettesse di funzionare. «E’ quanto sospetto sia accaduto a Fukushima», ha aggiunto lo scienziato.”
Il capitalismo da secoli è orientato ai profitti e alla loro accumulazione. Così si realizza lo “sviluppo economico” e così si fa crescere il PIL in ogni parte del mondo. Ma la civiltà capitalista, costretta da innesti di democrazia rappresentativa, si è sforzata di imbrigliare l’avidità degli interessi privati con regole imposte dallo Stato. Regole per contrastare la corsa sfrenata ai profitti derivanti da affari sporchi perché inquinati da abusi di potere - come per esempio, se è vero quel che riferisce la stampa, quelli della G.E. in Giappone - e per rendere il mercato un territorio dove si compete per realizzare profitti da affari puliti. Ma troppo spesso la “civiltà” del capitalismo si fa sopraffare dalle sue forme di “barbarie”, come a Fukushima.
Si deve ammettere che nei fatti il confine fra gli affari sporchi e quelli puliti può essere incerto, come quello fra l’onestà e l’imbroglio, fra l’impegno a far fruttare il denaro e la sete smodata dei soldi, insomma fra il fine del guadagno e il fanatismo cieco dei profitti. E la stessa democrazia è manovrabile perché dovendo garantire la libertà di tutti i cittadini di darsi le regole contro gli abusi di potere, deve anche subirli da parte dei più potenti che le regole sono in grado di farsele da soli.
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