E’ sensato ritenere che la civiltà capitalista possa ancora essere trasformata da una rivoluzione? Penso di si a due condizioni: 1) che il termine “rivoluzione” non sia più associato alle sconfitte ideologie di sinistra e di destra e 2) che non abbia per oggetto i costanti presupposti storici del capitalismo bensì ciò che nella sua civiltà è in perenne trasformazione.
Relativamente a quei presupposti, la sua storia secolare insegna:
1) che la motivazione essenziale di ogni capitalista è la ricerca del profitto, e non la soddisfazione di bisogni comunque e da chiunque espressi, anche se la teoria economica accademica sostiene esattamente il contrario;
2) che perciò non si può prescindere da quello specifico fine che lo guida nel giudicare le sue azioni come convenienti o dannose per la collettività;
3) che affinché l’interesse capitalista non agisca ai danni dell’interesse pubblico è indispensabile che la politica stia al di sopra degli affari, e non gli affari al di sopra della politica;
4) che le possibilità del capitale di soggiogare il controllo politico e sociale ai suoi fini dipendono, specialmente in un mondo globalizzato, dalle dimensioni della sua potenza rispetto a quella dello Stato. Proprio come nei ben noti casi che vanno dai disastri ecologici della British Petroleum a quelli nucleari imputati alla General Electric americana.
E’ dal presupposto 4), cioè da una diffusa corruzione della politica da parte di potentissime lobbies, che deriva la maggiore minaccia che nelle moderne democrazie siano compromessi alcuni fondamentali bisogni sociali. Che cioè avvengano guasti devastanti all’ambiente, disuguaglianze estreme dei redditi e un perdurare della disoccupazione accompagnato da un progressivo calo dell’assistenza pubblica dei più deboli.
Si tratta tuttavia di conseguenze inevitabili soltanto quando viene consentito al capitalismo di perseguire senza limiti l’esclusivo fine sociale del profitto che gli è proprio. Ma la storia dimostra che, nella sua secolare evoluzione, il capitalismo è diventato sempre più una parte di una secolare “civiltà” che ha dovuto assecondare non una sola logica - quella economica del profitto - ma una pluralità di logiche sociali, politiche, religiose e scientifiche che l’hanno indotta a dare progressiva soddisfazione a una serie di bisogni collettivi.
Questo è avvenuto grazie a due tipi di “rivoluzioni”.
Da un lato quelle contro l’assolutismo come le rivoluzioni inglese, americana e francese favorevoli per il capitale e per i suoi fini di profitto. E poi anche quella russa e cinese che, quantunque dirette alla distruzione del capitalismo, si sono poi rivelate, a sorpresa, le incubatrici di un suo nuovo avvio in aree immense che gli erano rimaste estranee.
Dall’altro lato le rivoluzioni, assai più pacifiche ma traumatiche per il capitale, perché in favore di bisogni sociali quali quelli della “democrazia rappresentativa”, del “suffragio universale”, dei “sostegni all’occupazione” e dell’ “assistenza pubblica”, che hanno contribuito a includere le classi subalterne fra le beneficiarie dello sviluppo economico e dei diritti civili, attenuando le più acute disuguaglianze e combattendo l’estrema povertà.
Ho detto “traumatiche” perché il capitalismo le ha subìte come duri colpi alla logica del profitto, tanto da opporgli una dura resistenza in Europa e guerra aperta negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, con l’appoggio delle destre agli sforzi del grande capitale di impadronirsi della politica, di corromperla con la potenza del denaro e con il consenso di masse indottrinate con il potere dei suoi media.
Ecco allora quale sarebbe il compito di una nuova rivoluzione: quella di opporre al crescente capitalismo clientelare, una maggiore difesa e un più forte impegno globali di promozione dei bisogni sociali, sulle orme del grandioso “New Deal” americano e della socialdemocrazia inglese nel secolo scorso.
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